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Recensione

L'ombra di quel che eravamo di Luis Sepúlveda

"Avevano fatto progetti sulla loro amicizia, perché resistesse immune al passare degli anni, ed erano stati compagni, complici nello sforzo di rendere il loro paese un posto, se non migliore, almeno non così noioso, finché non era arrivato quel piovoso mattino di settembre e da mezzogiorno in poi gli orologi avevano iniziato a segnare ore sconosciute, ore di diffidenza, ore in cui le amicizie svanivano nel nulla e non restava altro che il pianto terrorizzato delle vedove e delle madri. La vita si era riempita di buchi neri, che erano ovunque: uno entrava in una stazione della metropolitana e non ne usciva più, saliva su un taxi e non arrivava a casa, diceva luce e lo inghiottivano le tenebre."

Santiago è una bella città, maestosa e coronata superbamente dalla Ande. Ma chi vi arriva non può non cogliere che vi sono ancora ferite aperte: sui palazzi che circondano la Moneda che conservano i segni dei proiettili dell'11 settembre 1973, tra i fiori sempre freschi ai piedi della grande parete costellata di foto di caduti o di desaparacidos all'entrata del cimitero della città, nei silenzi imbarazzati di tanti cittadini quando si parla degli anni della dittatura.

Tre amici si ritrovano in una vecchia officina della città, e aspettano un non meglio precisato "specialista". Dopo fuga, esilio e oltre trent'anni di separazione, ripercorrono, tra ironia, nostalgia e dolore, gli anni della militanza politica e della speranza. Le loro giovinezze erano trascorse altrove, in Francia, in Romania, avevano subito torture, avevano perso i capelli per l'angoscia o una "valvola" del cervello per le torture... Tre militanti di sinistra che, vecchi e un po' malmessi, si ritrovano per preparare "un'azione", una strana rapina.

In una casa di Santiago intanto una lite familiare provoca un inconsapevole omicidio: un giradischi gettato dalla finestra colpisce e uccide un passante. Coco è il marito e Conceptión la moglie "assassina". Nella mente della donna scorrono le immagini del giovane rivoluzionario che l'aveva affascinata, dei cadaveri che galleggiavano sul fiume Mapocho dopo il colpo di stato, dell'esilio in Germania e della cronica indolenza del marito. Coco intanto sta raggiungendo i tre amici al vecchio garage...

La storia, intricata e divertente, prosegue, ma ciò che di questo libro resterà nel lettore è qualcosa che va ben oltre la trama. Nei ricordi dei vari personaggi, i tre amici, Coco, la moglie, il poliziotto, c'è trasfigurata dall'ironia affettuosa e commossa del ricordo, una generazione e le sue utopie, il coraggio e la fiducia nella realizzazione di un sogno. C'è anche il risveglio brusco inflitto dall'orrore imposto da Pinochet e dalla violenza della dittatura, la solitudine dell'esilio e della clandestinità... E poi c'è l'oggi: una normalità posticcia, viene detto nel romanzo, una normalità che sta scuotendosi dalla rimozione praticata a lungo dai governi democratici, quello che è stato definito da Tomas Moulian il "blanqueo de Chile" e che rende ancora più pesante il ricordo delle sofferenze.     

Ritrovare in questo romanzo il miglior Sepúlveda ripaga della lunga attesa che ci ha imposto lo scrittore cileno, in più questo è forse uno dei libri meglio riusciti perché alla durezza dei contenuti (una rabbia mai del tutto sopita) sa accostare la leggerezza nel presentarli. La sua drammatica testimonianza personale, il ricordo delle torture e degli orrori, più volte narrato, qui si fa rielaborazione interiore compiuta e limpida. Un libro importante per chi ha ancora lucida memoria della tragedia cilena e per chi, troppo giovane, ne sa poco perché molto poco gli è stato raccontato dalla scuola o dai media.


Luis Sepúlveda – L’ombra di quel che eravamo
Titolo originale: La sombra de lo que fuimos
Traduzione di Ilide Carmignani
148 pg., 14,50 € - Edizioni Guanda 2009 (Narratori della Fenice)
ISBN 978-88-60-88620-0




Le prime pagine


L'autore


18 settembre 2009 Di Grazia Casagrande

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