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Recensione

La terra della mia anima copertina
Massimo Carlotto

La terra della mia anima


"Un giorno tirai fuori dallo zaino un libro e lo appoggiai sul tavolo in modo che Enrico lo notasse. Aveva la copertina verde ed era in pessime condizioni. Me lo aveva regalato un rigattiere.
"Non ti ho mai detto di leggere quel romanzo" disse dopo un po'.
"Parla di contrabbandieri".
"Lo so. Ma so anche che non ti insegnerà niente di utile". E aggiunse sorridendo: "Soprattutto non farlo vedere a tua madre. Parla malissimo dei sovietici".
A me il libro piacque moltissimo. Si intitolava L'amante dell'Orsa Maggiore di Sergiusz Piasecki, un contrabbandiere polacco che aveva vissuto avventure straordinarie."


Ecco il nuovo romanzo di Massimo Carlotto, autore che i nostri lettori conoscono bene.
Così come ricordano sicuramente Beniamino Rossini, il contrabbandiere abituale collaboratore dell'Alligatore, protagonista di molti romanzi dello scrittore padovano. È lui al centro di questa storia, una storia vera perché "vero" è Beniamino, amico di Massimo da molti anni.
Quante vite avventurose sono state vissute e non raccontate?
Questa è proprio una di quelle, densa di incontri e imprevisti, non sempre piacevoli. Del resto, quanto può non essere intensa la vita di un contrabbandiere, di uno spallone che cerca di diventare ricco con una serie di espedienti, finendo regolarmente nei guai?
Sullo sfondo politico-sociale dell'Italia degli anni Sessanta, con i dibattiti accesi nelle sezioni del Pci, si dipana la prima parte dell'esistenza di Beniamino. Poi arriva il decennio Settanta, il contrabbando diventa più rischioso per i controlli accurati delle Forze dell'ordine ai confini e non solo. Si passa dalle montagne al mare, e quando negli affari entra anche la camorra la paura si fa tangibile, irrefrenabile.

La paura. La conosco bene. Anzi le conosco bene. Ce ne sono di tanti tipi, alcune sono amiche del fuorilegge e ti aiutano a essere prudente, a evitare di farti arrestare. Tutte le norme di sicurezza adotatte nella mia vita sono sempre state dettate dalla paura. Ma quando ero in azione paura non ne ho mai avuta. Né in montagna né in mare e tantomeno quando stringevo in ciascuna mano una pistola calibro 45. La paura vera, quella che ti rende vulnerabile perché non sei in grado di controllarla, l'ho conosciuta quella sera a Napoli e in altre, poche, situazioni simili. Soprattutto l'ho provata in galera nel 'circuito dei camosci', come chiamavamo gli istituti di massima sicurezza.

Dalle sigarette al caffè, dai diamanti alla droga, alle cassette pronografiche... sempre in giro per il Mediterrano da una costa all'altra.
Sono arivati gli anni Ottanta.
E poi il tentativo, fallito, di condurre una vita normale, i night a Milano e le rapine, il carcere...
Solo verso la fine di questa storia capiamo anche perché ci sia un legame così forte e solidale tra quest'uomo e l'autore, tanto intenso da averlo trasformato in un personaggio da romanzo, prima, e da tragedia nel senso più classico del termine, poi.

In concomitanza con l'uscita del libro, Massimo Carlotto presenta uno spettacolo teatrale ispirato al romanzo.
Lo spettacolo avrà come protagonisti lo stesso Massimo Carlotto (voce narrante), Ricky Gianco (chitarra e voce), Maurizio Camardi (sassofoni) e Patrizio Fariselli (pianoforte) con la regia di Velia Mantegazza.
Ecco le prime date degli spettacoli:
01/10/2006, h. 21.00: PROVA APERTA Teatro Masini - FAENZA (RA)
02/10/2006, h. 21.30: Teatro Arena del Sole Sala Interaction - BOLOGNA
03/10/2006, h. 21.30: Spazio Oberdan - MILANO
04/10/2006, h. 21.30: Casa del Jazz - ROMA
05/10/2006, h. 21.15: Teatro Studio Valeria Moriconi - JESI (AN)
06/10/2006, h. 21.00: Auditorium Candiani - MESTRE (VE)
07/10/2006, h. 21.30: Teatro Alfieri - CAGLIARI
09/10/2006, h. 21.15: Auditorium Pollini - PADOVA
25/10/2006, h. 20.00: Mostra Regionale del Libro - MACOMER (NU)
30/11/2006, h. 21.30: Unisono Jazz Café - FELTRE (BL)

Il calendario completo sul sito ufficiale dello scrittore.


Le prime righe

Prologo

Beniamino arrivò, come sempre, senza avvertire. Stavo lavorando sotto il loggiato quando lo vidi scendere dal taxi. Dalla grandezza della valigia capii che si sarebbe fermato abbastanza a lungo. Si tolse la giacca e andò subito nel capanno degli attrezzi. Tornò con una cesoia e un segaccio.
«Bisogna potare la solandra, altrimenti non reggerà l’estate. E poi c’è uno dei lecci che sta crescendo tutto storto».
Continuai a lavorare. Ogni tanto alzavo la testa dalla tastiera e lo vedevo usare quelle grosse forbici come se fosse un barbiere pazzo, e intanto parlava con le piante, commentava il tempo o raccontava del suo orto.
Dopo un po’ venne a sedersi al tavolo. Accese una sigaretta e la fumò guardando il mare.
«Ho il cancro» disse.
«Lo so».
«Tre, al fegato».
«Fai sempre le cose in grande».
Tornò a osservare il mare. Il traghetto proveniente da Civitavecchia procedeva pigramente verso il porto di Cagliari.
Da quando era arrivato non avevo fatto altro che sbirciarlo, cercando segni evidenti della malattia. Era solo un po’ più magro. Il collo ballava leggermente nel colletto della camicia e la pelle del volto era appena più scura intorno al naso e sulla fronte. Se non avessi saputo non avrei mai immaginato che la grande bestia lo aveva azzannato al fegato. Avrei pensato alla stanchezza e all’età che avanzava. D’altronde aveva 65 anni, anche se pensava di averne 20 di meno. L’ultima volta che l’avevo visto era stato qualche mese prima, in un locale notturno da qualche parte nel nordest. Stavo tornando da uno spettacolo insieme a Maurizio Camardi e avevamo fatto una piccola deviazione per andare a trovarlo.
Mentre stavamo bevendo al bar del locale, aveva redarguito un sinto che aveva mancato di rispetto a un’entraîneuse. Il nomade lo aveva aspettato nel parcheggio e gli aveva piantato nel basso ventre la canna di una calibro .22, pretendendo delle scuse.
«Spara» aveva detto Beniamino in tono seccato. «Spara. O ti strappo quella pistolina e ti faccio male».
Il sinto era rimasto interdetto. Le cose non stavano affatto andando come aveva immaginato. Aveva abbassato l’arma e farfugliato qualche spiegazione, cercando di salvare la faccia. Beniamino lo aveva costretto a scusarsi, poi lo aveva invitato a bere. Maurizio e io non li avevamo seguiti. Non avevamo nessuna voglia di trascorrere del tempo insieme a uno che va in giro a divertirsi con una pistola infilata nei pantaloni.
«Com’è finita con il sinto?» domandai.
Alzò le spalle come per scacciare un pensiero senza importanza. «L’ho steso a forza di vodka. Una piccola e insignificante testa di cazzo».
Dalla valigia prese una manciata di cassette e le appoggiò sul tavolo. «Voglio raccontarti un po’ di storie. Magari ci scrivi un libro».
«Pensa a curarti. Per le memorie c’è ancora tempo».
«Certo, certo... però è meglio non correre rischi».
Andai a prendere il registratore. E il vecchio Rossini iniziò a raccontare. Quando era stanco mi faceva segno di interrompere la registrazione e andava a giocare con mio figlio o a chiacchierare con Colomba. La notte ci ritrovavamo spesso a fumare in silenzio, al buio.
«Chissà cosa c’è dall’altra parte?» chiese una mattina mentre facevamo colazione al bar.
«Nulla» risposi, dando un morso al croissant.
«Già. Credo anch’io».
La settimana seguente ci raggiunse Maurizio. Il suono dei suoi sassofoni riempì la casa e il giardino, rendendo più lievi quelle lunghe sedute di fronte al registratore. A me più che a Beniamino, che scavava senza incertezze nella memoria della sua vita da fuorilegge alla ricerca di avventure e aneddoti degni di essere raccontati. Io, invece, avrei voluto mille volte spegnere e rinviare per anni e anni la raccolta di quel materiale.
Beniamino era arrivato dando per scontato che avrei scritto un libro sulla sua vita e non avevo avuto il coraggio di spiegargli che la scrittura era una faccenda complessa.
Ero turbato dall’idea che quel suo desiderio di raccontare fosse dovuto alla malattia e alla convinzione che non gli restasse più molto tempo. Fui però subito affascinato dalla bellezza delle sue storie, e i miei dubbi si dissolsero completamente quando mi resi conto che il vero Beniamino Rossini, il carissimo amico che avevo trasformato in uno dei protagonisti della serie dell’Alligatore, assomigliava davvero a quello di carta, e nella mia testa cominciò a prendere forma il progetto.
Beniamino ripartì quando ritenne di avermi raccontato tutto. Io e Maurizio l’accompagnammo all’aeroporto. In casa la sua presenza aleggiò ancora a lungo e ogni tanto, di notte, mi sembrava di vedere nel buio il puntino luminoso della sua sigaretta.
Il tempo aveva posato un velo di polvere sulla custodia delle cassette che stavano in bella mostra sulla mia scrivania, vicino alla foto che Beniamino mi aveva regalato prima di partire. Era stata scattata in un sentiero di montagna, quando il mio amico era molto più giovane. Non aveva la maglietta e si notava il suo fisico alto, slanciato e muscoloso.
Era già stempiato, e con i capelli corti e quel taglio di occhi assomigliava a Diabolik. Se n’erano accorti anche i finanzieri che avevano iniziato a chiamarlo così per distinguerlo dagli altri contrabbandieri.
Una sera Beniamino mi telefonò «Hai iniziato a scrivere? ».
«Non ancora. Ho altri lavori da finire...».
«Sbrigati. Vorrei fare in tempo a leggerlo. Hai pensato al titolo?».
Sceglierlo non era stato difficile, me lo aveva suggerito proprio lui: «La terra della mia anima».
Rimase a lungo in silenzio. Canticchiò alcuni versi di una vecchia canzone di contrabbandieri dell’est:
Sul confine
sarà la pioggia a lavarci
e il sole ad asciugarci
La foresta ci proteggerà
contro le pallottole
E il vento soffocherà
l’eco dei nostri passi...*
Poi riattaccò.

(* Canzone popolare polacca tratta da L’Amante dell’orsa maggiore, Mondadori 1965). 

© 2006 edizioni e/o Roma

Carlotto Massimo - La terra della mia anima
159 pag., 15,00 € - Edizioni E/O 2006 (Dal Mondo)
ISBN 9788876417382


L'autore



21 settembre 2006 Di Giulia Mozzato

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