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Recensione

Le Le due guerre. Perché l'Italia ha sconfitto il terrorismo e non la mafia copertina
  • Caselli Gian Carlo
  • Le Le due guerre. Perché l'Italia ha sconfitto il terrorismo e non la mafia
  • Melampo
  • 2017

Le due guerre. Perché l’Italia ha sconfitto il terrorismo e non la mafia di Gian Carlo Caselli

"Questo libro non è un 'dietro le quinte', per il semplice fatto che Gian Carlo Caselli è sempre stato in prima fila. E come tale racconta, rigorosamente fedele − a prima vista − a una ferrea deontologia professionale."
Stefano Caselli


Leggi l'intervista a Gian Carlo Caselli

Un libro che è davvero prezioso per riuscire a conoscere e capire un po' di più questo "strano" Paese che è il nostro. Capire il perché certi mali siano tanto radicati da farci disperare in una vittoria e perché invece altri momenti drammatici della nostra Storia recente abbiano vista vincere la democrazia grazie al coraggioso lavoro dei magistrati ma anche al senso civico dei cittadini e dei lavoratori che hanno tenuto salda la fiducia nelle istituzioni e hanno difeso lo Stato democratico.


Per abitudine (è nel dna del mestiere di magistrato) sono portato a parlare soltanto dei fatti che ho potuto constatare, vedere come sufficientemente riscontrati.
Le ipotesi socio-politiche, i retroscena e le dietrologie − esercizi di analisi e conoscenza spesso importanti − non mi appartengono.
Sono un magistrato. E in questo strano Paese, ai magistrati, è capitato di trovarsi in guerra.


Queste frasi devono essere ben impresse nel lettore sia quando leggerà questo libro, appassionante come un romanzo, sia quando sentirà qualche possibile imputato dichiarare che esistono "complotti politici della magistratura". I fatti e solo i fatti: tutto il resto non riguarda chi deve raccogliere elementi di giudizio. Contano le prove verificabili e non le opinioni insomma. 
... in questo strano Paese, ai magistrati, è capitato di trovarsi in guerra: la prima guerra di cui Caselli ci parla è quella che lo Stato ha vinto contro il terrorismo che ha insanguinato l'Italia per un decennio circa.
Da quando, siamo nel 1974, viene nominato giudice istruttore delle Brigate Rosse, incomincia la sua vita blindata, tutto per lui cambia.
Inizia una vita sotto scorta.


Agli uomini delle scorte devo la vita. Almeno due volte l’ho potuto toccare con mano, constatandolo con certezza assoluta (e con qualche brivido retrospettivo). Le Brigate rosse volevano assassinarmi. Nome in codice dell’operazione “Casella postale”.
Così era intitolato un dossier sequestrato in un covo di Torino, ricco di minuziose annotazioni (in brigatese “inchiesta”) su orari, spostamenti e abitudini della mia giornata. Parlandone con Patrizio Peci, il primo grande pentito della storia del terrorismo, saprò che il progetto di attentato era ormai arrivato alla fase esecutiva.
[...]

Anche Prima linea voleva eliminarmi e anche quel progetto era arrivato alla vigilia dell’esecuzione. Lo avevano chiamato “Operazione autostrada” (autostrada, Caselli: quanto a fantasia, i terroristi non erano dei maghi). I pentiti di Pl − a partire da Roberto Sandalo − mi riveleranno che l’azione era in programma per il marzo del 1979, più o meno nello stesso punto individuato dalle Brigate rosse.

Questi episodi fanno parte della vita torinese e della guerra nei confronti del terrorismo, poi la scelta di andare a combattere un'altra guerra, più difficile, quella contro la mafia e di trasferirsi a Palermo: gennaio 1993.
La realtà si presenta subito più complessa di quanto immaginato.  

A difesa della mia abitazione c’erano militari armati al piano terra e militari armati sul pianerottolo. Uscendo dall’ascensore (che non faceva fermate intermedie) ci si trovava di fronte una vera e propria trincea: filo spinato, sacchetti di sabbia, un soldato in tuta mimetica con tanto di elmetto e mitra con pallottola in canna, ventiquattr’ore su ventiquattro. L’alloggio aveva porte e finestre super-blindate, praticamente sempre chiuse, dal momento che aprirle era sconsigliato, e comunque richiedeva una gran fatica. Soltanto uno spiraglio, talvolta, per vedere le luci di Palermo di notte, almeno da lontano e dall'alto.

Se si è vinta la guerra al terrorismo perché non è stato possibile sconfiggere la mafia? è davvero invincibile allora? Caselli dà una spiegazione piuttosto triste di questa sconfitta.
[Lo Stato] Ha accettato di perdere pur di scongiurare il salto qualitativo: dall’accertamento delle responsabilità dei mafiosi “doc”, come Totò Riina, all’accertamento dei legami e delle collusioni esterne a Cosa nostra. Perché una guerra vinta e una interrotta? I motivi sono tanti, uno in particolare: il senso di “alterità” del terrorismo rispetto alla società, alla vita di tutti i giorni, che ha permesso all’Italia di espellere la violenza politica dalla realtà del Paese. Con la mafia questo non è successo. O, perlomeno, non ancora.

Vediamo poi il nascere del pool antiterrorismo, di quello antimafia, realtà che sono i modelli di quel pool noto come Mani Pulite che compierà un vero terremoto nell'Italia dei primi anni Novanta del secolo scorso.
Estremamente interessante è l'analisi di come sia stato possibile sconfiggere il terrorismo sconfitta che nel 1983 portà l'Italia fuori da questa emergenza.  
Non accadde lo stesso per la mafia purtroppo... perché certi nomi, certi potenti non si possono toccare: la legge in questo caso non è uguale per tutti!

Finché indaghi su Riina vai bene. Ma quando passi a occuparti (facendo il tuo dovere) anche di imputati “eccellenti”, cominciano i guai. Qualcuno ti mette i bastoni fra le ruote. Preferisce − ribadisco − perdere una guerra che si poteva vincere pur di evitare che si accertino le responsabilità del “terzo livello”.
[...]
La guerra alla mafia, insomma, si inceppa quando si sfonda il cordone sanitario delle relazioni esterne. Allora non sei più un magistrato che fa il suo dovere, ma un oltranzista giacobino, un
estremista militante, un giustizialista, una toga rossa.


Vengono poi ricordati gli amici: i coraggiosi caduti per mano terrorista o mafiosa, coloro che hanno collaborato alle guerre sostenute. Molto importanti le pagine dedicate alla collaborazione preziosa con Carlo Alberto dalla Chiesa nella lotta al terrorismo, legame di stima, di affetto e di riconoscenza per quel generale che poi cadrà vittima della mafia e non solo.
Un capitolo a sé è dedicato a Falcone e Borsellino, osannati in morte e spesso ostacolati e umiliati in vita.
I pentiti: un capitolo importante per entrambe le guerre.  

Il contributo dei pentiti fu ovviamente decisivo, come lo sarà quello dei pentiti di mafia all’inizio degli anni Novanta. Ma ci sono alcune grosse differenze. Innanzitutto i terroristi che si pentivano lo facevano principalmente perché era ormai chiaro che la partita fosse chiusa. Soffrivano di una profonda crisi ideologico-politica, non ci credevano più. Speravano in una legge premiale, ma si pentirono prima ancora che la legge venisse varata.

Non mancano pagine dedicate al senatore Andreotti e vengono riportati anche stralci della sentenza che non fu di assoluzione, ma di condanna con prescrizione della pena per i reati appurati:
«I fatti che la Corte ha ritenuto provati in relazione al periodo precedente la primavera ’80 dicono che il senatore Andreotti ha avuto piena consapevolezza che i suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha quindi coltivato, a sua volta, amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi; ha loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire, in definitiva, a ottenere che le stesse indicazioni venissero seguite; ha indotto i medesimi a fidarsi di lui e a parlargli anche di fatti gravissimi (come l’assassinio del  presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunziati; ha omesso di denunziare le loro responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio del presidente Mattarella, malgrado potesse al riguardo offrire utilissimi elementi di conoscenza. [...]
Dovendo esprimere una valutazione giuridica sugli stessi fatti, la Corte ritiene che essi non possano interpretarsi come una semplice manifestazione di un comportamento solo moralmente scorretto e di una vicinanza penalmente irrilevante, ma indicano una vera e propria partecipazione all’associazione mafiosa apprezzabilmente protrattasi nel tempo. [...] Si deve concludere che
ricorrono le condizioni per ribaltare, sia pure nei limiti del periodo in considerazione (cioè prima della primavera del 1980, nda), il giudizio negativo espresso dal Tribunale in ordine alla sussistenza del reato e che, conseguentemente, siano nel merito fondate le censure dei pubblici ministeri appellanti. Non resta, allora, che confermare − anche sotto il profilo considerato − il già precisato orientamento ed emettere, pertanto, statuizione di non luogo a procedere per essere il reato concretamente ravvisabile a carico del senatore Andreotti estinto per prescrizione».


Vorrei concludere questa rapida analisi del libro di Caselli con l'incoraggiamento che viene rivolto a tutti gli italiani nelle ultime pagine e con il percorso che viene indicato per non diventare mai sudditi, ma cittadini attivi, coscienti della propria dignità e amanti di una libertà irrinunciabile:
Invece il futuro non è un domani esterno, ma un avvento che ci corre incontro. È proprio il presente, le scelte che facciamo oggi, a preparare il futuro.
Quindi il futuro non è esterno a noi, è dentro di noi. Non ci deve essere spazio per la rassegnazione, l’indifferenza, il disimpegno, il riflusso, se non addirittura il trasformismo e l’opportunismo, che oggi nel nostro Paese vanno purtroppo diffondendosi. Vivere il presente con radicalità significa anche essere capaci di critica argomentata e intelligente. Capacità di critica equivale a coraggio, forza di allontanare tutto ciò che è suggestivo, che seduce, ma di fatto distrae e porta (come vuole la propaganda interessata) fuori strada. Capacità critica significa allora saper rompere gli idoli della seduzione, l’idolo del consenso, l’idolo del potere, per lavorare invece a una comunità finalmente capace di rompere le ingiustizie. Ripartendo dalla Costituzione.


Gian Carlo Caselli - Le due guerre. Perché l’Italia ha sconfitto il terrorismo e non la mafia
Postfazione di Marco Travaglio
160 pag., € 15,00 - Melampo editore
ISBN 978-88-89533-39-0



L'autore



29 giugno 2009 Di Grazia Casagrande

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