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HOME | lunedì 13 febbraio 2012 |
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| Titolo |
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Il guastafeste. La storia, le idee, le battaglie di un ex magistrato entrato in politica senza chiedere permesso |
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| Autore |
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Di Pietro Antonio; Barbacetto Gianni |
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| Dati |
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195 p., brossura |
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| Prezzo |
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€ 13,50 |
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| Prezzo IBS |
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€ 11,48 |
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| Editore |
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Ponte alle Grazie |
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| Collana |
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Saggi |
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| EAN |
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9788862200264 |
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Il guastafeste di Antonio Di Pietro con Gianni BarbacettoLa storia, le idee, le battaglie di un ex magistrato entrato in politica senza chiedere il permesso
"Non si può né si deve archiviare Mani pulite. Per il semplice fatto che è rimasta incompiuta, un lavoro interrotto violentemente e bruscamente. Tangentopoli, ovvero la città delle tangenti, il metodo del malaffare, c'è ancora ed è più agguerrita di prima. Non è ancora giunto il tempo quindi di sotterrare le armi."
Fiera Internazionale del Libro di Torino 2009 domenica 17 maggio 2009 - ore 17,00 Antonio Di Pietro incontra i lettori e firma copie del libro allo Spazio IBS - Padiglione 2 stand J126-K125
Tra le figure più controverse dell'ultimo decennio, Antonio Di Pietro è, che lo si apprezzi o meno, uno dei protagonisti assoluti della politica italiana. Un uomo che dice sempre in faccia all'avversario, ma anche all'alleato, ciò che pensa, che non teme di essere aggredito, che porta avanti con coraggio le proprie idee. Chi lo ama ne apprezza la capacità propositiva e la coerenza, chi lo odia ne sottolinea l'irruenza e la voglia di protagonismo. Quella voglia che l'ha portato a creare un partito-persona che solo negli ultimi tempi sta tentando di far diventare un movimento più allargato, ma che comunque si identifica con la sua figura, le sue idee e, inevitabilmente, i suoi trascorsi professionali in magistratura.
Ecco come Gianni Barbacetto, giornalista e scrittore, ci introduce questo libro, senza dubbio interessante, centrale per chi volesse comprendere meglio il fenomeno Di Pietro e la persona che lo rappresenta, l'altra faccia di una medaglia che ci ha condizionati e ci condiziona molto ancora oggi.
La versione di Antonio di Gianni Barbacetto
Nel 1991, uno sconosciuto magistrato della Procura di Milano pubblicava su un piccolo mensile milanese, «Società civile», un articolo in cui spiegava il sistema della corruzione nella «Milano da bere». La chiamava «dazione ambientale»: non si capisce più chi comincia le danze, diceva, se è il politico a pretendere la mazzetta, o l'imprenditore a voler comprare l'appalto; è un sistema ormai così pervasivo che non occorre né chiedere né pretendere, la tangente è automatica, « ambientale». Dei tangentomani delineava, in quell'articolo, i tipi umani, con definizioni fulminanti: il «ricattatore», il «mendicante», il «ragioniere», il «millantatore», il «prestanome», il «portabors »... Pochi mesi dopo, l'Italia imparò il nome di quel magistrato: si chiamava Antonio Di Pietro. Imparò anche nomi e cognomi dei tangentomani, centinaia e centinaia di politici, amministratori, funzionari, imprenditori, manager che divennero imputati di un'indagine chiamata Mani pulite e che segnò la storia italiana. Quel magistrato divenne improvvisamente l'eroe bipartisan di un'Italia che sembrava cambiare, chiudendo, tra gli applausi, la prima Repubblica. Durò poco. Cominciarono le polemiche, le recriminazioni, gli scontri. Seguirono le accuse, i dossieraggi, i processi. Nel 1996, un professionista dei sondaggi, Nicola Piepoli, assicurò che Di Pietro, uscito dalla magistratura e sotto attacco da più parti, manteneva comunque un consenso eccezionale: «Lo sostengono otto italiani su dieci. Ha superato quella che noi chiamiamo la 'soglia dell'eroe'. Solo Garibaldi ci riuscì». Oggi anche Garibaldi è contestato, perché ha unito l'Italia, perché ha attaccato il papa, perché ha usato le armi e dunque è all'origine, secondo Ernesto Galli della Loggia, del «brigatismo senza fine». Figurarsi Di Pietro. Ha ricominciato da capo, facendo prima l'imputato, poi scegliendo il mestiere che divide per definizione: il politico. Nel biennio di Mani pulite, univa destra e sinistra, comunisti e fascisti, cattolici e mangiapreti, rudi leghisti che agitavano il cappio e raffinati intellettuali che inneggiavano al rinnovamento e salutavano la vittoria della società civile sull'invadenza dei partiti. Un consulente dei circoli della destra americana, Edward Luttwak, glorificò Di Pietro come eroe della «rivoluzione italiana». Tifavano per lui, e con toni da stadio, anche Galli della Loggia e Vittorio Feltri, Marcello Pera e Carlo Giovanardi. Perfino Silvio Berlusconi lo volle incontrare e gli offrì prima un ministero, in seguito un ruolo istituii zionale. Poi la «soglia dell'eroe» si è infranta. L'ammirazione, in qualche caso era diventata adulazione, agiografia, della personalità, si era trasformata in giudizio sprezzante. Ricordate il «dipietrese»? Esaltato dai media, nei primi anni di Mani pulite, come geniale invenzione linguistica, concentrato di spontaneità, efficacia ed eloquenza, viene poi il come gergo rozzo e sgrammaticato, nemico della sintassi dei congiuntivi. Lasciata la toga e diventato uomo della politica, per Di Pietro comincia una nuova vita. Basta consenso plebiscitario. Ora divide. Anzi, Tonino l'ecumenico si è ritrovato a divide d'ogni altro, nel Paese delle divisioni infinite. Ma a dividere in maniera inedita, non destra contro sinistra, bensì spezzando i fronti, dentro la destra e dentro la sinistra, e ricreando strane alleanze trasversali. È, per chi lo avversa, colui che ha umiliato la politica, ha abusato delle manette, ha distrutto strumenti di democrazia. Contemporaneamente troppo di destra e troppo amico di quelli di sinistra, ma anche furbescamente antipolitico, sostenitore del «destra e sinistra, sono tutti uguali». Uomo d'ordine, monomaniaco della giustizia, fanatico della legalità. E insensibile invece alle questioni sociali, sindacali e del lavoro. Spregiudicato nei rapporti, campione delle amicizie sbagliate, monarca in politica, fondatore e padre-padrone di un partito personale: proprio come il suo avversario. Per chi lo segue, invece, è ancora l'eroe di Mani pulite che, dopo aver distrutto, da il suo contributo a ricostruire. Un intruso, come lo definiva un libro di Luigi Ferrarella, straniero tanto in magistratura quanto in politica? Oppure un arcitaliano, contadino furbo che in ogni contesto riesce ad affermare se stesso? Un guastafeste, certamente, che ha rovinato il banchetto felice della prima Repubblica e ora continua a spiazzare la politica con un'opposizione ruvida e netta. Oggi Di Pietro sembra vivere un nuovo momento magico: non ha riattraversato la «soglia dell'eroe», ma ha ottenuto una grande visibilità mediatica e politica, ha conquistato un ruolo centrale nell'opposizione, ha consolidato il suo partito, ha moltipllcato i consensi. Saprà approfittare di questo momento magico? Saprà fare tesoro delle esperienze passate e anche degli errori commessi? O il suo partito, come dice qualcuno, si sgonfierà presto come un soufflé? Chi, sostenitore o avversario, trova comunque interessanti queste domande potrà trovare utile anche questo libro, che presenta la «versione di Antonio» e racconta, attraverso una lunga intervista, chi è il nuovo Di Pietro.
GIANNI BARBACETTO novembre 2008
Antonio Di Pietro con Gianni Barbacetto - Il guastafeste 195 pag., 13,50 € - Edizioni Ponte alle Grazie 2008 ISBN 978-88-6220-026-4
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