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HOME | martedì 16 marzo 2010 |
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| Titolo |
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Due vite |
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| Autore |
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Seth Vikram |
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| Dati |
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527 p., ill., rilegato |
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| Prezzo |
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€ 18,60 |
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| Prezzo IBS |
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€ 14,88 |
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| Editore |
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Longanesi |
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| Collana |
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La Gaja scienza |
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| EAN |
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9788830421578 |
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Vikram Seth
Due vite
"Queste due persone che io ho amato e che mi hanno amato non avrebbero forse gradito ogni singolo colpo di pennello - talvolta distorto, talvolta troppo esplicito - del mio ritratto. Ora, però, sono morti e non se ne curano più e voglio che vengano ricordati in maniera complessa, quando erano malati e quando stavano bene, quando erano deboli e quando erano forti, con i loro segreti e con la loro sincerità. Le loro vite erano dei punti cardinali per me e continuano a guidarmi: voglio dipingerli in modo realistico."
A metà strada tra il romanzo, la biografia e il documento storico, è molto difficile inquadrare il nuovo libro di Seth in una categoria unica.
La storia è strutturata in cinque parti principali, costruite come un mosaico da tessere di ricordi, documenti, interventi diretti dell'autore, brani narrativi che legano la trama. Il risultato è non solo la rievocazione spesso struggente, nel microcosmo privato, di due esistenze, ma anche, nel macrocosmo pubblico, l'affresco di una realtà comune a moltissimi esuli ed emigrati di quei decenni.
La prima parte è una sorta di commedia domestica costruita attorno a un giovane indiano che si reca all’estero (a Londra) andando ad abitare dal prozio e dalla prozia. Ovviamente il ragazzo è l'autore stesso, che narra le vicende in prima persona.
La seconda è l’intervista con il prozio, Shanti Behari Seth ("colui che reca la pace"), fratello del nonno materno, che racconta un po’ la sua vita e quella della famiglia d'origine.
La terza sono le lettere della prozia, Henny Caro, ebrea tedesca, che vengono scoperte per una circostanza fortuita e che raccontano le drammatiche esperienze della guerra e della persecuzione nazista.
La quarta è un ritratto del matrimonio tra queste due persone, entrambe lontane dalle proprie radici, sposatesi a Londra nel 1951 dopo molti anni di vicinanza e poi di fidanzamento e rimaste senza figli. "Forse non fu una passione idilliaca ricambiata - scrive Seth - ma fu un rapporto profondo e duraturo. Colpiti dalla vita, isolati nel mondo, trovarono l'uno nell'altra un riparo e un porto sicuro".
La quinta parte è ambientata dopo la morte della prozia, quando il prozio, ormai solo, viene colpito anche da un notevole deterioramento delle condizioni fisiche e mentali. Si ritorna così totalmente nel microcosmo privato, con considerazioni sulla vecchiaia, sul dolore e sulla malattia che di certo coinvolgono il lettore.
"Il lutto dello zio Shanti per la zia Henny - scrive ancora Seth - si manifestò in molti modi. Una volta mi disse: 'Per sei mesi ho pianto in continuazione, quando ero solo o quando qualcuno mi telefonava'. Ma l'espressione più dolorosa fu la distruzione di tutti i documenti appartenuti a Henny e di tutte le fotografie che riuscì a trovare dopo che lei era morta. Se pensava di cancellarla dalla sua mente eliminando le cose che gliela ricordavano non funzionò. Anni dopo lo zio era ancora in lutto."
Nelle pagine di Wuz trovate anche una recentissima intervista all'autore su questo romanzo.
Titolo originale: Two Lives
Traduzione di Stefano Beretta
Le prime righe
PARTE PRIMA
Quando avevo diciassette anni andai a vivere in Inghilterra con il mio prozio e la mia prozia. Lui era di origine indiana, lei tedesca, e avevano tutti e due sessant'anni. A quel tempo li conoscevo a malapena.
Era l'agosto del 1969, la stagione dei monsoni a Calcutta. Pochi giorni prima della mia partenza la mamma mi aveva portato al tempio per farmi benedire, una decisione insolita per lei. Poi, insieme con il papà, mi accompagnò all'aeroporto di Dumdum. Atterrai a Heathrow nel pomeriggio. Il mio prozio e la mia prozia erano ancora in vacanza in Svizzera, come ogni anno, e - mi ricordo ancora - in aeroporto venne a prendermi un tizio che lavorava nella ditta di mio padre. La prima cosa che mi rimase impressa fu la strada larga che, sotto un cielo grigio, portava a Londra. Passai la notte in un alberghetto di poche pretese dalle parti di Green Park.
Quella sera lo zio Shanti e la zia Henny tornarono dalla Svizzera e il giorno dopo io e il mio bagaglio arrivammo alla porta della loro abitazione.
Guardai l'edificio che sarebbe diventato anche casa mia. Non lontano dal cancello del numero 18 di Queens Road, a Hendon, c'era una cassetta per le lettere rossa: sarebbe stata il mio faro sulla via dei lenti ritorni dalla metropolitana. Davanti a casa c'era un piccolo giardino recintato da un muretto basso e curato in maniera impeccabile, in cui fiorivano cespugli di rose. Un vialetto conduceva alla porta e sulla destra, di traverso su un palo, c'era una targa d'ottone lucido su cui si leggeva:
S.B. Seth
LDS, RCS (Edimburgo), B.Sc., DMD (Berlino)
MEDICO DENTISTA
Posai il bagaglio sul gradino d'ingresso. Ero nervoso all'idea di incontrare due persone che non vedevo da anni e non conoscevo veramente ma con le quali avrei diviso la casa. In ogni caso ero terribilmente timido. Attesi un minuto, poi suonai il campanello.
Apparve la zia Henny. Snella, alta, affascinante, con i lineamenti delicati, non dimostrava sessant'anni. Mi salutò con entusiasmo più che con calore e mi scortò nel vestibolo dai pavimenti ricoperti di linoleum dov'erano sedute tre o quattro persone che sfogliavano vecchie riviste. «Sono i pazienti di Shanti», mi spiegò. Infilò la testa nell'ambulatorio e, con voce squillante, esclamò: «Shanti, è arrivato Vìcky», poi aprì la porta del salotto. «No, lascia il bagaglio in corridoio, vicino alle scale», disse zia Henny. «E adesso siedi che ti preparo un tè.»
Poiché la mamma mi aveva raccomandato di non disturbare e di essere sempre premuroso, mi offrii di aiutarla, ma la zia Henny non volle saperne. Allora mi sedetti e studiai la stanza. Sembrava tutto eccessivamente in ordine, fino al set di tavolini laccati estraibili e al lucido mobiletto per la televisione.
La zia Henny portò il tè e tre tazze, e poco dopo lo zio Shanti interruppe il lavoro per fare una pausa. Aveva ancora indosso il camice da dentista. Non appena fu entrato mi abbracciò, poi fece un passo indietro e disse: «Adesso lascia che guardi il mio piccolo Vicky. Sono passati così tanti anni dall'ultima volta che ti ho visto. Ora raccontami come stanno i tuoi genitori e com'è andato il viaggio. Hai tutto quello che ti serve per la scuola? Hai già mangiato? Henny, si capisce subito che questo ragazzo sta morendo di fame. Dobbiamo dargli qualcosa da mettere sotto i denti. Apriamo una scatoletta di arachidi. Gli hai fatto vedere la sua camera?» La zia Henny assisteva alla scena con aria impaziente. All'improvviso lo zio diede un'occhiata all'orologio, scolò il tè in un sorso e tornò di corsa nell'ambulatorio. A quei tempi ero molto permaloso sulla mia altezza e mi sentivo umiliato ogni volta che qualcuno mi chiamava «piccolo». Lo zio Shanti, però, era persino più basso di me e la zia Henny torreggiava su di lui. Non mi piaceva nemmeno essere chiamato Vicky, anche se in India non era considerato un diminutivo femminile. Ma in ogni caso la sensazione che provai fu di sollievo: le chiacchiere dello zio avevano colmato - anzi, inondato - tutti i miei silenzi imbarazzati e stringendomi a sé, anche se con un solo braccio - il destro, quello artificiale, l'aveva sottratto all'abbraccio -, lui mi aveva fatto sentire il benvenuto.
© 2006, Longanesi & C.
Seth Vikram - Due vite
527 pag., 18,60 € - Edizioni Longanesi 2006 (La gaja scienza)
ISBN 9788830421578
L'autore
Vikram Seth è nato a Calcutta nel 1952. Dopo aver studiato Economia alla Stanford University, ha compiuto numerosi viaggi, trascorrendo lunghi periodi in Inghilterra, California, India e Cina.
Nel 1986 scrive The Golden Gate, un romanzo in versi che vende oltre centomila copie soltanto negli Stati Uniti. Ma è con Il ragazzo giusto che raggiunge il successo internazionale di pubblico e di critica: il Times lo definisce "il più grande scrittore di questi ultimi anni". Un giudizio confermato dall’accoglienza riservata dal pubblico e dalla critica a Una musica costante. Nel 2006 ha vinto il Premio Boccaccio internazionale.
L'intervista all'autore.
| 12 settembre 2006 | | Di Giulia Mozzato |
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