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RECENSIONE

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Titolo Il destino del cacciatore
Autore Smith Wilbur
Dati 501 p., rilegato
Prezzo € 19,60
Prezzo IBS € 19,60
Editore Longanesi
Collana La Gaja scienza
EAN 9788830425088
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Il destino del cacciatore di Wilbur Smith

"«Di nuovo!» urlò Leon. «Fallo di nuovo! Sparagli!» Imbracciò l’Holland, ma prima che potesse sparare, il Winchester tuonò per la terza volta. Aveva l’elefante di fronte ma al di sotto della visuale, così la mira andava tenuta più alta di quanto sembrasse necessario. Ma la valutazione era stata perfetta e il bersaglio stecchito. L’animale sollevò la proboscide sulla testa e morì all’istante, senza dolore, come i compagni. E come gli altri rotolò giù, scivolando per le ultime centinaia di passi, fermandosi contro il tronco di uno degli alberi più grandi, quasi alla base della collina. Dal primo all’ultimo colpo erano passati un minuto o due. Leon non aveva sparato nemmeno una volta.
Gli echi degli spari si smorzarono contro le alture sul lato più remoto della valle e un profondo silenzio scese su di loro. Nessun uccello cantava, nessuna scimmia urlava. Tutta la natura sembrava trattenere il fiato, in ascolto.
Alla fine Leon ruppe quel silenzio. «Quando dico di sparare alla testa, tu spari al corpo. Quando dico di sparare al corpo, tu spari alla testa. Quando ti suggerisco un colpo facile, combini un pasticcio. Quando te ne do uno impossibile, lo centri senza battere ciglio. Ma che diavolo, Roosevelt! Non capisco davvero a che ti servo!»"


Wilbur Smith vuol dire folle oceaniche di lettori (ma allora qualcuno ancora legge!). Folle virtuali (i milioni di copie vendute: 110 nel mondo e 18 nel nostro Paese) che non conterrebbero gli stadi e folle reali, quelle che si accalcano nelle librerie o alla Fiera del Libro di Torino quando Smith viene in Italia a presentare i suoi romanzi e firmare centinaia e centinaia di copie.

Wilbur Smith vuol dire successo, dunque, e particolarmente in Italia, dove ormai viene regolarmente e dove pubblica in anteprima le sue nuove opere.

Wilbur Smith vuol dire avventura, mistero, sole, Africa. Ormai lo sanno tutti e tutti da lui si aspettano questo tipo di scrittura, sia che racconti una storia ambientata nelle terre sudafricane in cui vive, sia che si dedichi all'altro filone della sua scrittura, quello "egizio".


il padre cacciatore d'elefanti
Con Il destino del cacciatore siamo nel pieno di questo mondo, e ci entriamo accompagnati dal protagonista assoluto dell'Africa bianca del passato: un cacciatore. Non un cacciatore qualunque, sia ben chiaro, ma Leon un rappresentante della famiglia Courtney (ora legata ai Ballantyne) che già conosce bene chi legge i romanzi di Wilbur Smith. Organizzatore di safari alla vigilia della Prima guerra mondiale, nonché sottotenente dei King's African Rifles, Leon verrà trascinato in un affare internazionale ("ci aspettano tempi pericolosi") che vede in questi luoghi, così lontani dal Vecchio Continente, giocarsi una partita che coinvolgerà le potenze europee prossime alla guerra. E non manca una difficile, tormentata storia d'amore: "era troppo tardi per odiarla o disprezzarla, perché se n'era già perdutamente innamorato".

Certo, le storie che racconta Smith non sono quelle di altri colleghi sudafricani come Coetzee e Nadine Gordimer. Non troveremo nelle sue pagine la tensione del Sudafrica dell'apartheid, né l'amore per gli animali e per la loro salvaguardia. Smith è un uomo che vive in una meravigliosa tenuta e che ama la ciaccia grossa e, soprattutto, è uno scrittore che vuole raccontare il passato e non l'attualità. Sappiamo comunque a priori che nei suoi romanzi troveremo l'avventura, una circostanziata ricostruzione storica, un ritmo veloce, l'intensità della narrazione e grandi storie d'amore che accendono gli animi dei lettori.

Uno scorcio di quest'Africa?

"Ammutolito dinanzi alla meraviglia della natura, Leon guardò la luce del sole scintillare sui nevai della cima arrotondata del Kilimangiaro, poi si voltò verso la lunga scia di fumo che si alzava dal cratere vulcanico del Loolmassin, domandandosi se esistesse spettacolo più maestoso al mondo."

Titolo originale: Assegai
Traduzione di Giampiero Hirzer


le prime pagine


Allo stand IBS della Fiera del Libro di Torino Wilbur Smith incontra i suoi lettori

Il 9 agosto 1906 ricorreva il quarto anniversario dell'incoronazione di Edoardo VII, sovrano del Regno Unito e dei Dominion britannici, e imperatore d'India. Per pura coincidenza era anche il diciannovesimo compleanno di uno dei fedeli sudditi di Sua Maestà, il sottotenente Leon Courteney della compagnia C, terzo battaglione, primo reggimento dei King's African Rifles, più comunemente noti come KAR. Leon stava trascorrendo il compleanno a caccia di ribelli nandi lungo la scarpata della Rift Valley, nel cuore di quel gioiello dell'impero che era l'Africa orientale britannica.
   I nandi erano un popolo bellicoso, votato all'insurrezione contro l'autorità. Erano dieci anni che occasionalmente si ribellavano, ovvero da quando il loro stregone e indovino supremo aveva profetizzato che un grande serpente nero avrebbe strisciato in mezzo alle terre della tribù eruttando fuoco e fumo e portando morte e rovina. Quando l'amministrazione coloniale britannica aveva iniziato a posare i binari della ferrovia destinata a collegare il porto di Mombasa, sull'oceano Indiano, con le rive del lago Vittoria, quasi mille chilometri più all'interno, i nandi avevano riconosciuto l'avverarsi della temuta profezia e le braci dell'insurrezione che covava sotto la cenere si erano riattizzate. Per bruciare più intense quando la prima tratta della ferrovia aveva raggiunto Nairobi, riprendendo poi ad avanzare verso ovest attraverso la Rift Valley e i territori della tribù nandi in direzione del lago Vittoria.
   «Be', immagino che dovremo dar loro un'altra bella scarica di legnate», aveva osservato con esasperazione il colonnello Penrod Ballantyne, l'ufficiale al comando del reggimento dei KAR, ricevuto il dispaccio dal governatore della colonia che lo informava di come la tribù fosse nuovamente insorta e stesse attaccando gli avamposti isolati lungo il futuro percorso della ferrovia. E giusto a tale scopo aveva ordinato al terzo battaglione di lasciare la caserma di Nairobi.

   Potendo scegliere, Leon Courteney avrebbe preferito occupare la giornata in altra maniera. Conosceva una giovane signora il cui marito era stato recentemente ucciso da un Icone inferocito nella loro shamba di cafre nelle colline Ngong, pochi chilometri fuori Nairobi, la neonata capitale della colonia. Cavallerizzo intrepido e prodigioso colpitore di palla, Leon era stato invitato a giocare come numero uno nella squadra di polo del marito. Certo, in qualità di giovane ufficiale non poteva permettersi di mantenere una scuderia di cavalli da polo, ma alcuni dei membri più facoltosi del club erano felici di sostenerlo. E come giocatore della squadra del defunto marito godeva di certi privilegi, o almeno ne era convinto. Aveva lasciato passare un intervallo conveniente, per consentire alla vedova di riprendersi dagli spasimi più strazianti del lutto, e si era presentato alla shamba con le proprie condoglianze e i propri rispetti. La ripresa, aveva scoperto con piena soddisfazione, era stata straordinaria. Persino nelle gramaglie vedovili Leon aveva giudicato la signora più attraente di qualsiasi altra sua conoscente.
   Posando gli occhi sull'aitante giovane nella sua uniforme migliore, cappello floscio, stivali da cavallerizzo luccicanti e sul fianco Icone e zanna di elefante dello stemma reggimentale, Verity O'Hearne, così si chiamava la dama in questione, aveva scorto in quei lineamenti armoniosi e nello sguardo pieno di candore un'innocenza e un'impazienza che avevano risvegliato in lei un certo istinto femminile, in un primo momento scambiato per materno. Sotto l'ampia veranda ombreggiata della fattoria gli aveva servito tè e tartine spalmate di Gentleman's Relish. All'inizio Leon era timido e impacciato in sua presenza, ma lei si era mostrata affabile e con abilità l'aveva tirato fuori dal guscio, parlandogli in un morbido accento irlandese che l'aveva incantato. L'ora era trascorsa con rapidità stupefacente. Quando si era alzato per congedarsi lei lo aveva accompagnato fino agli scalini dell'ingresso e lo aveva salutato offrendogli la mano. «Vi prego, tornate a farmi visita, tenente Courteney, se vi capita di trovarvi nei paraggi. Certe volte la solitudine mi pesa immensamente.» La voce era bassa e melliflua e la piccola mano liscia come seta.

© 2009, Longanesi & C.

Wilbur Smith – Il destino del cacciatore
501 pag., 19,60 € - Edizioni Longanesi 2009 (La Gaja scienza n. 915)
ISBN 978-88-30-42508-8



biografia



11 marzo 2009 Di Giulia Mozzato


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