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HOME | venerdì 19 marzo 2010 |
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| Titolo |
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Mia sorella è una foca monaca |
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| Autore |
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Frascella Christian |
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| Dati |
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289 p., brossura |
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| Prezzo |
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€ 17,50 |
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| Prezzo IBS |
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€ 17,50 |
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| Editore |
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Fazi |
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| Collana |
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Le vele |
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| EAN |
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9788881129867 |
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Mia sorella è una foca monaca, il romanzo d'esordio di Christian Frascella In commercio Guarda la sezione Libri in arrivo di Wuz
Una storia esilarante e cinica: Christian Frascella, attraverso la voce del suo giovane protagonista, restituisce un ritratto autentico, tenero e sarcastico della vita nelle periferie italiane
Su Wuz: Libri: scommesse e certezze per la primavera
È convinto di picchiare forte, ma viene steso in due secondi nel cortile della scuola; non va in moto; fa lo sbruffone ma con le ragazze è un imbranato totale: ecco il sedicenne protagonista di questo libro. Periferia di Torino: mentre gli anni Ottanta volgono al termine, il nostro colleziona lividi esterni e soprattutto interni, eppure continua ostinato a lanciare il suo guanto di sfida alla vita. Del resto bisogna tener duro: non è facile vedersela con suo padre - "Il Capo" - un quasi alcolista che passa tutto il tempo stravaccato sull'amaca, ad affibbiare punizioni da telefilm americano, come falciare l'erba del prato. Ed è snervante vivere accanto alla "Foca Monaca", la sorella triste e timorata di Dio. Quanto alla madre, è scappata col tizio della stazione di servizio, e ormai si può star certi che «starà passando il tempo a farsi fare il pieno dal benzinaio». Non piange mai, il protagonista di questa storia. Piuttosto stringe i pugni, sbuffa e s'affanna, ripetendo a se stesso di essere il più in gamba, anche se la vita gliele dà ogni giorno di santa ragione; anche se le prende perfino da Chiara, la ragazza di cui s'innamora: bella, sveglia, inaccessibile a sfigati come lui, eppure catturata suo malgrado da questo buffo adolescente scapigliato e spaccone, tenero e brancaleonesco, che s'insinua a forza nella sua vita scatenando irresistibili schermaglie.Il Muro di Berlino che crolla e un divertente gioco di riferimenti pop e telefilmici fanno da sfondo a questo romanzo, un Jack Frusciante da periferia che strappa il sorriso a ogni pagina, illuminato da una scrittura esilarante ma a tratti dolente, insieme cinica e romantica come il suo protagonista.
Giuseppe Genna sul romanzo di Christian Frascella
"Tempo fa mi è capitato tra le mani questo libro. Con cosa avessi a che fare l'ho capito dopo un po', man mano che ogni pagina mi strappava il sorriso, e alla fine, quando mi sono scoperto commosso nonostante i dialoghi irresistibili e le risate. Il protagonista della storia è un buffo ragazzo, tenero e insopportabile insieme. Uno convinto di picchiare duro, ma che finisce steso in due secondi nel cortile della scuola; che straparla e non piange mai, nascondendo sogni e fragilità dietro un'irriducibile arroganza, pur continuando a buscarle ogni giorno dalla vita, e perfino da Chiara, la ragazza bella e inaccessibile di cui s'innamora. Uno così o lo ami o lo odi, e io l'ho amato, questo sedicenne protagonista di un romanzo in cui ho ritrovato tutta la gloriosa tradizione dei perdenti di talento, dal "Giovane Holden" ai personaggi di John Fante, col loro immancabile campionario di lividi. Ecco dunque che c'è un padre - "il Capo" - quasi alcolista; e c'è la "Foca Monaca", ubbidiente e grigiastra sorella timorata di Dio. Quanto alla madre, è scappata col tizio della stazione di servizio. La periferia torinese di fine anni Ottanta e il Muro di Berlino che crolla, insieme a un gioco di rimandi pop e cinematografici e a una scrittura esilarante quanto aggressiva nel suo realismo, fanno da sfondo a questo esordio: la prova che la narrativa italiana si muove, in direzioni nuove, inaspettate e potenti."
Filippo la porta sul romanzo di Christian Frascella
Christian Frascella ha disegnato un personaggio credibile, palpitante, di sbruffone innocente, di tenero cialtrone.
Uscii in strada. Ero troppo elegante e fascinoso per impedire al mondo di apprezzarmi. Suonavano le campane per la messa delle dieci. Guardai sdegnato gruppi di sfigati, ipocriti e fanfaroni dirigersi verso la chiesa a pretendere facili forme di perdono da sacerdoti decrepiti. Al bar ordinai un cappuccino e sbriciolai un croissant d’anteguerra sulla prima pagina del «Corriere». Il cuore del mondo era malato, fibrillava, da qualche parte era già collassato o in asistolia. S’attendeva che qualcuno decretasse l’ora del decesso planetario. Poi entrò nel bar una ragazza dagli splendidi capelli corvini. Poteva avere la mia età e possedeva una buona percentuale dello stile che una femmina a me destinata avrebbe dovuto avere. Il barista la salutò, insolitamente gioviale. Lei sorrise – le labbra si schiusero come petali su una dentatura lucente, il nasino impertinente all’insù – e domandò un caffè. Per un po’ restò di profilo, perfetta, con la tazzina in mano, finché voltò il capo nella mia direzione. Partirono saette dai suoi occhi ai miei. «Cazzo!», esclamai senza riuscire a trattenermi. «Sei la stramaledetta gastronoma!». «La mezzasega in persona», fece lei, quasi ritraendosi mentre pronunciava quelle parole. Il barista ci guardò basito. «Che c’è?», domandò. Lei sorrise maligna. «Niente. Una specie di sfigato». Il tipo rise e si allontanò per rispondere al telefono. Mi avvicinai. Lei si rimise di profilo, seguendomi con la coda dell’occhio. «Stavo giusto andando a denunciarti», buttai lì. «Che paura!». Mi canzonava. «Dovresti averne, infatti. E molta. Potresti perdere il posto». «Ah sì?». «Tu e quel finocchio del tuo superiore. Tutti e due a far marchette per campare. Sai che sballo?». Mi squadrò. «E vai dai caramba conciato così?». Sempre quel ghigno. Mi snervava. «Cos’è, la tua credibilità dipende da come vesti?». «Non ce n’è bisogno». «E di cosa hai bisogno, allora?». Aggrottai la fronte. «In che senso?». «Perché ti sei avvicinato?». «Per ragguagliarti circa il penoso destino che t’attende». Annuii mefistofelico. «Hai colpito a tradimento il maschio sbagliato, cocca». «Mmm», fece. «Maschio, eh?». «Maschio maschio», sottolineai. Sogghignò. Vuotò la tazzina. S’accese una sigaretta. Tutto questo ignorandomi. Erano belli, quei suoi modi di fare. Ma anch’io ero bello, anch’io avevo i modi giusti. E lei non mi piaceva. Mi guardai nello specchio dietro le bottiglie. M’aggiustai il colletto della camicia. Lei disse: «Fammi capire: resterai qui accanto impalato per molto, a guardarti nello specchio come un fesso, o prima o poi ti toglierai dalle palle?». «Che hai? Ti turbo sessualmente?». Mi soffiò il fumo in faccia. «Certo che sei proprio un idiota. Sicuro di esserti ripreso dallo svenimento?». «Quale svenimento? Non hai visto che era tutta scena?». «Seh!». «Ma secondo te», dissi, «ti pare possibile che per uno schiaffetto…». «Falla finita!», tagliò corto. Mi domandai se fosse il caso di raccontarle di come avessi ridotto Schwarzy. Poi diedi un morso al croissant che avevo ancora in mano. Mi si sbriciolò tutto sulla camicia. Lei rise. «Certo che hai stile», disse. Mi ripulii. «Mai andata a fanculo così presto di mattina?». «Potresti allontanarti?». Nella sua voce, ora, c’era una specie di fastidio. Ma forse tentava solo di mascherare quel brivido animale che, con occhiate e gesti e parole, le stavo gettando addosso. Come se la stessi sfiorando con le unghie lungo tutta la schiena, dalla nuca al coccige, flemmatico, indugiante, erotico. In realtà mi piaceva. Quasi. Forse. Cercai di ricordare il suo nome. Non mi sovvenne. «Com’è che ti chiami?», chiesi. «Cos’è che vuoi?». Ero vicino da sentirne il respiro, adesso, e il suo respiro sapeva di fumo. La sigaretta pendula fra le labbra carnose era sexy. I suoi occhi erano sexy. E io le piacevo, senza quasi e senza forse. «Ho scordato il tuo nome», sussurrai. «Lo sai, no, che devo denunciarti». Avevo la testa leggermente piegata in avanti e ora ero io a farmi ammirare di profilo. Peccato che mi stesse a sinistra. Il mio lato migliore, a detta di tutte, era l’altro. Sebbene anche da sinistra facessi la mia spettacolare figura. Il barista sghignazzava al telefono, scuoteva la testa come se gli avessero detto qualcosa di evidente e stupido. Le guardavo una spalla con la coda dell’occhio, sbattevo la palpebra, muovevo il sopracciglio; esattamente come Richard Gere in American Gigolo. Ci separavano meno di venti centimetri. Eravamo tigri che si odorano prima del coito. Poi lei lo fece: sbadigliò. Forte, sonora. «Che sonno che fai venire!», esclamò in un miagolio stressato. Mi diede le spalle e si allontanò di qualche passo. Poi si voltò di nuovo verso di me. «Che c’è?», chiesi. «Mi chiamo Chiara. Hai un’aria così stronza, con quel vestito. Presente gli sfigati nei film muti?». Sorrise. Era come se volesse parlarmi e, allo stesso tempo, sperasse di evitarlo. E nessuna delle due cose pareva riuscirle come avrebbe voluto. «Il cinema è la mia grande passione», risposi, «naturalmente subito dopo le donne». «Wow!», fece ironica. «Che rispostona! Cos’è, guardavi Il gioco delle coppie da bambino?». «No», dissi enfatico. «Da bambino pensavo a cose più serie. Cose grandi, Chiara». «Tipo com’è che s’infila la bicicletta nel garage senza rigare la macchina?». Rise. Il fumo le carezzò i capelli prima di disperdersi nell’aria. «E tu?», chiesi. «Sempre sognato di imbustare carciofi alla salamoia, nella tua vita?». Si indurì. «Che cazzo te ne frega?». «Tasto dolente, gastronoma?». «Senti…». I lineamenti delicati le si strinsero come un pugno. Fece un passo in avanti, tornando quasi dov’era prima. Stava per dirmi qualcosa. Però la porta alle mie spalle si aprì in uno scampanellio. Lei guardò oltre me, e gli spigoli del volto le si smussarono di colpo in un ennesimo sorriso che però non mi riguardava. Allegra e stupita esclamò: «Tony!». «Ciao, Chiara!», disse una voce maschile pulita e squillante. Mi voltai. Era Tony Moscalda, detto Tony Champion.
© 2009, Fazi
Christian Frascella – Mia sorella è una foca monaca 289 pag., 17,50 € - Edizioni Fazi 2009 (Le vele) ISBN 978-88-81-12986-7
| 17 marzo 2009 | | Di Francesco Marchetti |
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