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Recensione

Vita e destino copertina

Vita e destino, di Vasilij Grossman

"Erano giornate straordinarie!
Krymov aveva l’impressione che la storia non fosse più un libro, ma che fosse confluita nella vita vera, confondendosi con essa."


Ci sono dei libri che sono di più che dei semplici romanzi. Sono dei libri-mondo, perché racchiudono tutto il mondo dentro di sé e, a lettura terminata, lasciano una sensazione di completezza, come se niente altro potesse venire aggiunto a quanto essi contengono. I libri-mondo sono quelli che sceglieremmo se dovessimo essere confinati su un’isola deserta, perché siamo certi di poterli rileggere senza fine, godendone ogni volta, anzi di più, perché scopriremmo nuovi significati ad ogni nuova lettura.

Vita e destino del russo Vasilij Grossman è un libro-mondo che non ha bisogno di aggettivi per qualificarsi. Ma lo diciamo ugualmente: è straordinario. Un libro-mondo ad iniziare dal titolo, che fa pensare a quello tolstojano di “Guerra e pace”, ma è più complesso. Il titolo di Grossman non gioca su due opposti, piuttosto suscita la riflessione su quale sia il legame tra la vita e il destino, e la risposta verrà solo alla fine, nel caso non l’avessimo appresa dalle 800 pagine precedenti. Perché “in epoche tremende l’uomo non è più artefice del proprio destino”, anzi, “è il destino del mondo ad arrogarsi il diritto di condannare o concedere la grazia, di portare gli allori o di ridurre in miseria…”. Che cosa può fare allora l’uomo, nelle grinfie della Storia, succube della collera dello Stato? Soltanto cercare di difendere, a tutti i costi, il suo diritto di chiamarsi uomo.

È questa la preoccupazione costante dei protagonisti di Vita e destino e a noi lettori italiani, nella cui memoria è indelebile il Se questo è un uomo di Primo Levi, pare di guardare la scena dal lato opposto di una lente. Oppure dall’alto di una scala da cui non si è ancora precipitati. Così Sof’ja Osipovna si avvia verso la camera a gas stringendo la manina di un bambino non suo; così il prigioniero russo Chnel’kov avverte di essere più colpevole dell’uomo con cui lavora a smistare cadaveri - perché questi è scagionato dall’essere nato mostro, mentre lui, Chnel’kov, è nato uomo e non mostro; così lo scienziato Viktor Pavlovič Strum, dopo aver firmato una lettera di falsa accusa contro due medici, prova schifo verso se stesso e promette di lottare, per ogni giorno e ogni ora e ogni anno a venire, “per conquistarsi il diritto di essere uomo”.

È difficile cogliere il punto da cui iniziare a parlare di un libro-mondo, ma, dopotutto, il mondo è sferico e di ardua presa. Qui il nodo centrale è dato dall’assedio di Stalingrado che durò dall’autunno 1942 al 2 febbraio 1943: momento cruciale della guerra che, terminando con l’inattesa sconfitta della VI armata tedesca, segnò l’inversione delle sorti e diede il via all’Armata Rossa verso Berlino. Come l’insediarsi di Napoleone a Mosca era stato tutt’altro che una vittoria, ma il presupposto per la ritirata. E, proprio come Tolstoj aveva dipinto un enorme affresco della guerra contro i francesi, con due grandi famiglie - i Rostov e i Bolkonskij- in primo piano, Vasilij Grossman ritrae la lotta dei russi contro i tedeschi (l’umiliazione delle sconfitte dapprima, la tenace resistenza poi e infine la vittoria russa e la cattura del generale Paulus come prigioniero), seguendo nel contempo le vicende della famiglia Šapošnikov - c’è chi è sfollato a Kazan (Ljudmila Šapošnikov con la madre, la figlia e Viktor Strum, suo secondo marito) per poi tornare a Mosca, chi combatte a Stalingrado (Krymov, il primo marito di Ženja, sorella di Ljudmila), chi viene deportato dal ghetto (“Vivi, vivi per sempre…”, sono le ultime parole dell’ultima lettera della madre al figlio Viktor, personaggio che è riflesso dell’autore stesso), chi è in un lager stalinista ( “Invidio chi sta nei lager tedeschi”- dice il primo marito di Ljudmila- “Che bellezza! Sapere che a picchiarti è un nazista. A noi, invece, è toccata una sorte tremenda: siamo prigionieri dei nostri stessi compagni”), chi muore (il giovane figlio di Ljudmila) e chi nasce (sì, si viene al mondo anche sotto le bombe, anche su una chiatta, come succede al bimbo di Vera, nipote di Ljudmila).

In un libro-mondo c’è tutto, tutti i sentimenti - dai più abietti ai più generosi -, tutti i legami - di amicizia e di amore, tutte le ambizioni e tutte le paure. In un libro-mondo che è la storia d’Europa negli anni centrali del XX secolo c’è anche lo scontro tra i blocchi delle due maggiori ideologie e la constatazione sconfortante che le somiglianze tra nazismo e comunismo sono di più delle loro differenze, perché qualunque dittatura si regge su una sorta di ipnosi con cui ottiene l’obbedienza, su una nuova maniera di plagiare gli esseri umani riducendoli a una condizione di remissività totale, a una sorta di paralisi estrema dei cuori. I campi di concentramento hitleriani si equivalgono a quelli di Stalin (cambia, forse, un’incredibile ingenuità che non vuole abbandonare un mito: “Ma fammi capire: Stalin le sa, queste cose?”), la punizione per il dissenso è uguale e uguale è pure la visione megalomane del futuro in entrambe le dittature. "È come se ci guardassimo allo specchio", dice il nazista Liss al bolscevico prigioniero." "È la tragedia della nostra epoca: odiando noi odiate voi stessi.”

Terminare di parlare di un libro-mondo è altrettanto difficile quanto incominciare a parlarne. Perché non si finirebbe più - sono talmente tante le cose da dire e speriamo di non aver tralasciato quelle essenziali, che invitano ad aprire il libro. Lasciamo al lettore scoprire le altre, addentrandosi nella mente dei personaggi e imparando a conoscerli dopo il problema iniziale (non mentiamo, è un piccolo problema) di districarsi tra nomi composti da un primo nome, un secondo nome che è il patronimico, il cognome e, spesso, il diminutivo del nome. Ancora un cenno alla storia di Vita e destino, avventurosa quanto le vicende che contiene. Il primissimo titolo della prima stesura sarebbe dovuto essere Stalingrado, sostituito con Per una giusta causa, più palatabile per la censura, e il libro uscì in fascicoli nel 1952. Dopo la morte di Stalin nel 1953, Grossman rimise mano al romanzo, in pratica lo riscrisse, dandogli il titolo che conosciamo. E però la rivista a cui lo inviò per pubblicazione lo consegnò immediatamente al Kgb che non solo sequestrò il romanzo, ma addirittura requisì la macchina da scrivere di Grossman: di certo lo scrittore sarebbe finito in Siberia se Stalin fosse stato ancora vivo. Comunque Grossman cercò di protestare - il capo della sezione ideologica del partito, dopo averlo convocato, gli disse che il suo romanzo probabilmente non avrebbe visto la luce prima di due o trecento anni. La fortuna di noi lettori sta nel fatto che Vasilij Grossman (morto nel 1964, a 59 anni) aveva consegnato tre copie del romanzo a tre amici: le copie rimasero nascoste per quasi vent’anni in luoghi impensabili, finché una di queste riuscì a essere fatta pervenire in Europa, sotto forma di microfilmato. Sembra che lo scrittore avesse chiesto espressamente che la prima pubblicazione fosse in russo, e il libro fu pubblicato in russo, da parte di un editore serbo a Losanna, nel 1980. Seguì poi un’edizione in francese e una italiana, pubblicata da Jaca Book e tradotta dal francese: l’attuale edizione di Adelphi è la prima tradotta dall’originale russo.

E vogliamo lasciare il lettore con una delle tante immagini molto belle che costellano il libro, pur nell’asciuttezza dello stile. Perché ci richiama alla mente una pagina joyciana e assume un valore metaforico, con la candida neve a coprire le brutture del mondo: La neve si posava sulle spalle di Bach ed era come se il silenzio scendesse a fiocchi sul Volga ammutolito, sulla città morta, sulle carcasse dei cavalli; nevicava ovunque, non solo sulla terra, ma anche sulle stelle, l’universo era pieno di neve. E sotto la neve tutto spariva: i cadaveri dei caduti, le armi, i vestiti putridi, i sassi, il ferro ritorto.



Le prime pagine


La nebbia copriva la terra. Il bagliore dei fanali delle automobili rimbalzava sui fili dell'alta tensione che correvano lungo la strada.
Non aveva piovuto, ma all'alba il terreno era umido e, quando si accendeva il semaforo, sull'asfalto bagnato si spandeva un alone rossastro. Il respiro del lager si percepiva a chilometri di distanza - lì convergevano i fili della luce, sempre più fitti, la strada e la ferrovia. Era uno spazio riempito di linee rette, uno spazio di rettangoli e parallelogrammi che fendevano la terra, il ciclo d'autunno, la nebbia.
Sirene lontane - un ululato lungo e sommesso.

La strada si strinse alla ferrovia e la colonna di camion carichi di sacelli di cemento proseguì per qualche tempo alla stessa velocità di un convoglio merci che sembrava non avere fine. Nei loro pastrani militari, gli autisti guardavano avanti senza girarsi né verso i vagoni che passavano, né verso le chiazze pallide dei volti.
Poi dalla nebbia emerse la recinzione del lager: più giri di filo spinato tesi tra piloni di cemento. Una dietro l'altra, le baracche formavano strade ampie e diritte. La ferocia disumana dell'enorme lager si esprimeva in quella regolarità perfetta.

Le izbe russe sono milioni, ma non possono essercene - e non ce ne sono - due perfettamente identiche. Ciò che è vivo non ha copie. Due persone, due arbusti di rosa canina, non possono essere uguali, è impensabile... E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne.
L'occhio svelto ma attento del macchinista canuto seguiva la fuga dei pali di cemento, dei riflettori girevoli sui loro alti pilastri, delle torrette con il faro in cui si distìngueva la sentinella alla mitragliatrice. Il macchinista fece un cenno al suo vice e la locomotiva avvertì del proprio arrivo. La garitta illuminata da una lampadina elettrica, la fila dei camion ferma di fronte alle righe della sbarra abbassata, l'occhio rosso - bovino - del semaforo.
In lontananza si udirono i fischi del convoglio che giungeva
«È quello sbruffone di Zucker, lo riconosco dalla voce» disse il macchinista al suo secondo. « Ha scaricato e torna a Monaco ».

Il convoglio vuoto incrociò la tradotta diretta al lager in un fragore d'inferno: l'aria squarciata ebbe un fremito, gli intervalli vuoti tra i vagoni furono battiti di ciglia, poi lo spazio e la luce di quel mattino d'autunno - sbrindellati, laceri - si ricomposero in un fondale che scorreva ritmicamente.
L'aiutomacchinista tirò fuori uno specchietto e si guardò la guancia imbrattata. Il suo capo gli fece cenno di passarglielo.
«Creda a me, camerata Apfel.» disse l'aiuto, scosso «se non fosse per i vagoni da disinfettare potremmo essere a casa all'ora di pranzo, e non alle quattro del mattino, sfiniti. Come se non potessimo farla al deposito, la disinfezione ».

Al vecchio era venuta a noia, quella solfa.
«Fammi un fischio lungo» disse. «Non ci mandano al binario morto, ma direttamente allo scarico ».


© 2008, Mondadori

Vasilij Grossman - Vita e destino
Traduzione di Claudia Zonghetti
827 pag., € 34,00 - Adelphi
ISBN  978-88-459-2340-1



L'autore



19 febbraio 2009 Di Marilia Piccone

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