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HOME | giovedì 24 maggio 2012 |
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| Titolo |
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Uomini d'Irlanda |
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| Autore |
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Trevor William |
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| Dati |
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197 p., brossura |
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| Prezzo |
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€ 15,00 |
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| Prezzo IBS |
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€ 15,00 |
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| Editore |
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Guanda |
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| Collana |
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Narratori della Fenice |
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| EAN |
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9788860887603 |
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Anime in fuga sotto il cielo d'IrlandaLa nuova raccolta di William Trevor: Uomini d'Irlanda
Le foglie avevano iniziato a cadere. Lungo tutta Sunderland Avenue il marciapiede sotto i faggi ne era cosparso, anche se non c'era ancora quella poltiglia sgradevole che si formava quando ne cadevano di più e arrivava la pioggia, come inevitabilmente sarebbe accaduto tra breve.
Si potrebbe definire una serie di racconti dalla parte dei più deboli quella di William Trevor. Considerato dal New Yorker Il più grande scrittore vivente di racconti in lingua inglese, l’autore sa essere incisivo e narrare in maniera più che esaustiva ogni particolare e personaggio, sempre con uno sfondo cupo. Immersi nel cielo grigio d’Irlanda, i protagonisti sembrano incastrati nella trappola delle loro tristezze mai superate, delle loro perversioni, manie e piccole dipendenze.
La terra d’origine è sempre la stessa, come suggerisce il titolo Uomini d’Irlanda, ma spesso i personaggi si spostano, a tratti tentano di estirpare le loro stesse radici e guarire affidandosi anima e corpo ad una terra differente. Tutto inutile. Le strade di città, le immense campagne, l’atmosfera di quella terra enigmatica, sempre più predisposta a grandi cambiamenti è parte del loro spirito, della loro carne. Lo scenario muta, ma resta l’atmosfera che funge da sfondo ad ogni intreccio, dai tavoli dell’Harry’s bar di Venezia, i caffé dei sobborghi parigini, ai vicoli londinesi, per poi tornare in terra d’Irlanda, nella campagna in cui si fa spazio alle troppe speculazioni edilizie e le cittadine in crescita costante. Trevor si concentra sul sottobosco del suo popolo, prendendo spunto da personalità alle prese con gravi traumi mai superabili. Alcuni sono alle prese con un lutto, altri con l’incapacità di reagire di fronte alla crudeltà altrui, e da tutto questo clima di sconforto germogliano episodi di perversione, sottomissione volontaria alla violenza, omicidi, abbandoni, malignità gratuita.
È un impasto duro da digerire, ma allo stesso tempo affascinante. Avvalendosi di un linguaggio privo di eccessivi filtri stilistici, Trevor racconta con schiettezza, spesso brutale, ma allo stesso tempo con sincera comprensione e delicatezza. Ogni racconto inizia con una frase ad effetto in grado di catturare immediatamente l’attenzione e trasmettere già un’idea del tipo di tragedia che si sta per affrontare, o è già stata vissuta. Non è necessario che accadano fatti eclatanti per far scattare la molla della compassione/comprensione, per investire il lettore in modo totale. Tutto si gioca intorno alle immagini, a partire dai paesaggi, fino ai tratti peculiari delle persone. Era una donna difficile, era stata una bambina testarda, una ragazza lunatica, ribelle, incline ad eccessi d’ira; la severità e il sospetto arrivarono dopo. (p. 164) in un paio di righe, apre l’ultimo racconto con un ritratto nitido, non solo di una persona, ma anche di una situazione, di un motore portante, dal quale nascerà tutta la storia. In tal modo il lettore si lascia andare all’impatto della rappresentazione e difficilmente assume una posizione di superiorità o un atteggiamento moralista. L’autore ci permette di comprendere, senza quella malizia che inevitabilmente porterebbe alla condanna e, in extremis, al ripudio di ogni singolo evento.
Viene da osservare, basiti, la maniera in cui le persone comunicano e si trascinano l’una con l’altra. I rapporti che si vengono a creare seguono le trame di un percorso apparentemente prestabilito, un processo naturale anche nel mondo reale, al quale, tuttavia, non si pensa quasi mai. Nemmeno la morte riesce a liberare, a distanza di anni, dalla trappola della dipendenza. I morti parlano, guidano e intanto anche i vivi si danno da fare per coinvolgersi a vicenda in relazioni indissolubili, senza un vero scopo se non quello di aggrapparsi al vicino per sconfiggere l’ansia del vivere. La vergogna non è negativa, insisteva la voce di Julia da un altro luogo. (p.63) Nel racconto Barando a Canasta la moglie di Mallory non c’è più, ma lui continua a seguirne i consigli, conoscendo a memoria le sue reazioni di fronte a qualsiasi cosa.
Un libro che sceglie di addentrarsi in un tale groviglio di intimità corre sempre il rischio di allontanarsi troppo da una realtà comprensibile e facilmente assimilabile, ma William Trevor dimostra di saper sentire davvero le scosse che percorrono la mente e il cuore, per questo sceglie la via della spontaneità, senza timore, né auto-censure, semplicemente come gli viene, come sa, come glielo dettano i sensi.
Titolo Originale Cheating at Canasta Traduzione di Laura Pignatti
William Trevor Uomini d’Irlanda
La figlia della sarta
Cahal spruzzò il WD-40 sull'unico bullone che la sua inglese non riusciva a svitare. Tutti gli altri erano venuti via abbastanza facilmente, ma questo era arrugginito e bloccava il tubo di scarico. Aveva provato a martellate, e aveva forzato il tubo di qua e di là nella speranza che qualcosa cedesse, ma non era accaduto nulla. Per le quattro e mezzo, aveva detto a Heslin, e quella dannata automobile non sarebbe stata pronta. Le luci dell'officina erano sempre accese perché uno scaffale copriva le finestre lungo tutta la parete sul fondo. Vetture abbandonate, conservate per recuperare qualche pezzo, auto e moto in attesa di parti di ricambio e cric occupavano tutto lo spazio su entrambi i lati della piccola scrivania di legno, anch'essa sul fondo. C'erano ripiani per gli attrezzi e banchi da lavoro con morse lungo la parete, e file di pneumatici nuovi e ricondizionati, e lattine di grasso e di olio. In mezzo all'officina c'erano due fosse di riparazione, in una delle quali al momento si trovava il padre di Cahal, che stava montando una frizione. Una radio trasmetteva consigli su come accudire i pesci di un acquario. «Vuoi spegnere quell'affare? » gridò il padre da sotto l'automobile che stava riparando, e Cahal cercò tra i canali fino a trovare musica dei tempi di suo padre. Era l'unico figlio maschio in una famiglia di ragazze tutte più grandi di lui, e tutte lontane: tre in Inghilterra, una che lavorava da Dunne, a Galway, un'altra sposata in Nebraska. L'officina era il mondo di Cahal, dove aveva tenuto compagnia al padre fin da bambino, e man mano che cresceva gli erano stati assegnati piccoli lavori da fare. Suo padre allora aveva un aiuto, un uomo anziano, un lontano parente, che in seguito Canai aveva sostituito. Riprovò col bullone, ma il WD-40 non aveva ancora iniziato a fare effetto. Era un giovanotto magro, quasi scheletrico, dai capelli scuri e il viso scarno sempre serio. La sua tuta da lavoro, indossata sopra una maglietta gialla, era macchiata di unto, il verde stinto per i tanti lavag¬gi. Aveva diciannove anni. «Buongiorno» disse una voce. Un uomo e una donna, forestieri, si erano affacciati sull'ampia porta aperta dell'officina. « Salve » rispose Cahal. «È possibile» chiese l'uomo «che qualcuno ci porta dalla Santa Vergine? » « Scusi? » II padre di Cahal gridò dalla fossa per sapere chi c'era. « Quale Vergine? » domandò Cahal. I due si guardarono, senza tentare di rispondere, e Cahal pensò che dovevano essere stranieri, che non avessero capito. Un anno prima un tedesco aveva portato la sua Volkswagen in officina perché faceva un rumore strano, diceva. « Speravo che fosse la testata del motore » ammise in seguito il padre di Cahal, invece era soltanto la chiusura del cofano che si era un po' allentata. Una coppia di americani si era fatta cambiare una gomma dell'auto a noleggio alcune settimane dopo, ma da allora non era più venuto nessuno.
© 2009, Guanda
William Trevor – Uomini d’Irlanda 197 pag., 15,00 € - Edizioni Guanda 2009 (Narratori della fenice) ISBN 978-88-60-88760-3
| 09 febbraio 2009 | | Di Anna Zizola |
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