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HOME | sabato 20 marzo 2010 |
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| Titolo |
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Il tempo materiale |
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| Autore |
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Vasta Giorgio |
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| Dati |
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311 p., brossura |
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| Prezzo |
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€ 13,00 |
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| Prezzo IBS |
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€ 13,00 |
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| Editore |
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Minimum Fax |
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| Collana |
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Nichel |
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| EAN |
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9788875211882 |
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Il tempo materiale il primo romanzo di Giorgio Vasta"Fin dall'inizio il nostro sogno è stato diventare dei socrate della lotta armata: inevitabilmente sconfitti ma orgogliosamente sconfitti. E a quel punto, nella sconfitta, invincibili."
Siamo all'inizio di dicembre e non è una delle ultime uscite in libreria questo romanzo di Giorgio Vasta, pubblicato a settembre. Non che la cosa abbia molta importanza, ma solitamente cerchiamo di presentare sempre le ultime novità, ossessionati dal desiderio di essere primi, di anticipare, se possible, le parole degli altri. Funziona così - adesso - e quasi nessuno può evitare di entrare nel vortice della novità a tutti i costi. Questa volta ho voluto fare un'eccezione. Ho letto il libro e l'ho lasciato depositare, come il buon vino che si stappa, si versa e si aspetta che i fondi plachino il loro navigare alla base della caraffa per poterlo versare. Ha ragione Loredana Lipperini, quando scrive nel suo blog Lipperatura "da diversi giorni sto rimuginando su questo libro. Perchè rimugino? Perchè è uno dei rari casi in cui ho bisogno di una rilettura immediata prima di esprimere un giudizio: e non è affatto un male". No, è vero, non è affatto male, perchè questo libro ti richiede proprio l'elaborazione, il ripensamento.
Hanno commentato queste pagine alcuni dei recensioni più noti del momento: da Renato Barilli a Stefano Giovanardi, da Andrea Bajani a Tommaso Pincio. Potete leggere tutti i loro testi sul sito della casa editrice, minimum fax. Io l'ho fatto e devo dire che tutto è già stato scritto. E così mi deprimo un poco: non solo ho atteso un certo tempo di maturazione per scriverne, ma scopro anche che pressoché ogni cosa io volessi comunicarvi è già stata pensata ed espressa da altri.
È già stato detto che in queste pagine si ritrova lo spirito italiano della fine degli anni Settanta, che la Sicilia diventa una catapulta per i giovanissimi protagonisti lanciati verso la Penisola e abbagliati dal mito del terrorismo e delle Brigate Rosse, che il 1978 - anno in cui si svolge la storia - è visto come la chiave di volta non solo di un decennio ma del dopoguerra nel suo insieme, il momento vero di passaggio dal provincialismo alla internazionalità, dalla periferia al centro, il momento in cui la voglia - e la possibilità concreta - di percorrere una nuova strada nella politica viene stroncata con l'omicidio di Moro. Si è detto anche che questo è più di un romanzo di formazione e forse qualcuno ha già scritto che la tragedia che si compie nasconde una maturità irreale per dei ragazzi di undici anni, che il loro linguaggio è impensabile, raffinato, elaborato, colto, ma paradossalmente credibile, la capacità di analisi è lucida e frastornata al tempo stesso, come del resto era la visione dei brigatisti espressa a lungo nei comunicati da loro prodotti.
Ecco, proprio questo vorrei ancora dire, quanto la scrittura di Vasta sia complessa, elaborata, strutturata. Non è un difetto, o un pregio di per sé, è una caratteristica che la connota: la mancanza di spontaneità, la costruzione assoluta. In questo mi ha ricordato proprio quei comunicati, chissà quanto a lungo pensati e discussi prima di essere redatti. Quelli che hanno vissuto quegli anni in presa diretta ricorderanno che si ventilò l'ipotesi che alcuni testi delle Brigate Rosse fossero stati scritti da Alberto Asor Rosa. A parte l'inattendibilità di questa affermazione, c'era del vero nella analisi. E questo ricordo mi spinge a pensare: abbiamo tra noi - con i dovuti distinguo politico-culturali e temporali - l'Asor Rosa di questa generazione?
Le prime pagine
NIMBO (8 gennaio 1978) _________________
Ho undici anni, sto in mezzo a gatti divorati dalla rinotracheite e dalla rogna. Sono scheletri storti, poca pelle tirata sopra; infetti, a toccarli si può morire. Ogni pomeriggio lo Spago gli porta da mangiare in fondo al giardino di fronte casa. Io a volte la accompagno. Ci vengono incontro lenti, sbandando laterali, ci guardano con gli occhi che sono gocce d'acqua e fango. Tra i morenti mi sono legato al peggiore, quello che sul bitume dei vialetti se ne sta in fondo, immerso nell'abisso; sente i passi e muove la testa piano, come un cieco che segue una canzone. Il pelo nerastro regredito a sbuffo sulla pelle scrostata, una zampa brancolante persa tra le altre; zoppicava già da piccolo, adesso è grande, uno storpio naturale. Lo Spago appoggia la pentola sul muretto dal quale parte un'inferriata verde pallido. Mentre è di spalle tocco l'inferriata con la lingua, sento il cloro della vernice vecchia, la ruggine, mi volto e ingoio. Raccolgo col cucchiaio un mucchietto di ditalini con la carne, lo trasporto, mi accovaccio accanto allo storpio e gli faccio sentire il nutrimento. Lui accosta la faccia lesionata, il naso gli sfuma nel vapore; poi prende con due denti un grumo di carne nera e si mette a rosicchiarlo. Lo Spago mi fa segno di non toccarlo, mi dice di versare tutto e andare via. Allora formo un vulcanetto con i ditalini; lo storpio lo ascolta con il naso, poi riprende a mordere il grumo, con ostinazione, filtrando ogni boccone tra i denti disgregati, contorcendo la testa per distruggere e ingoiare, per trasformare il nutrimento in sangue. Quando finisce si accuccia con il muso per terra, davanti al vulcanetto umido, l'idolo da adorare. Non ha più fame, respira a sibili nel ventaglio delle costole. Lo tocco con la punta del cucchiaio, non si muove, dal collo gli viene fuori un rombo come quello dei colombi. Riesce ancora a fare uno sbadiglio, apre la bocca e mangia l'aria. Poi torna definitivamente nel torpore, la testa al centro di una macchia di luce. Alle mie spalle gli ultimi raschi del mestolo contro la pentola. Da anni, a quest'ora, in fondo al giardino sotto casa, lo Spago svuota la pentola col mestolo - il movimento laborioso di spalla braccio e mano - crea per terra mucchietti di pasta, chiama facendo schioccare le labbra e si guarda intorno per capire se così va bene, se basta, mentre i gatti da tutte le direzioni arrancano verso il cibo. Poi torna indietro, il mestolo incrostato in una mano, la pentola nell'altra: la spada e lo scudo. Adesso ha finito e si è seduta su una panchina; si riposa. Senza farmi vedere tiro fuori il pezzo di filo spinato dalla tasca del giubbotto e faccio pressione con gli aculei contro il dorso dello storpio, nelle zone nude. La pelle per un momento si introflette e poi lentamente si ripiana; lui non si muove, gli oscilla un po' la testa e basta. Aumento la pressione e lo storpio si scuote, una breve crisi di nervi, uno scatto di indignazione ottusa che dura qualche secondo e si esaurisce, la posa che si ricompone assorta. Andiamo, dice lo Spago. Mi rialzo, metto il filo spinato in tasca, mi allontano e alle mie spalle si forma un verso brutale. Mi giro e c'è lo storpio in piedi sulle quattro zampe che fa un passo, un altro, e a ogni movimento la testa gli crolla in avanti, fa un rinculo e vibra. Si mette a camminare in tondo e miagola di nuovo, disgustato. È impazzito, dice lo Spago dietro di me. Ai gatti che diventano ciechi succede. Sto zitto e osservo i cerchi che si compongono sempre più veloci. Sento il sole su una guancia. Fa così tutti i giorni, aggiunge. Dopo mangiato. Lo storpio continua a marciare cieco e intirizzito, respira il muco. Fa ancora un altro giro miagolando aspro; poi si ferma, si sgonfia, si accuccia, ricomincia a fare dei rintocchi con la testa; dice sì, sì, è così che deve andare. Lo Spago si avvia verso il 130 di via Sciuti. Mi volto e la seguo a casa. L'asfalto illuminato dal sole basso è di metallo, a ogni passo mi sembra di affondare.
© 2008, minimum fax
Giorgio Vasta – Il tempo materiale 311 pag., 13,00 € - Edizioni minimum fax 2008 (Nichel) ISBN 978-88-75-21188-2
L'autore
Giorgio Vasta è nato a Palermo nel 1970. Editor e consulente editoriale, insegna scrittura narrativa presso diversi istituti tra i quali la Scuola Holden e lo IED di Torino. Dal 1999 è stato curatore e poi direttore della collana di saggistica Holden Maps di Rizzoli. Ha collaborato come editorialista alla trasmissione Atlantis (Radio2 Rai) e fa parte della redazione di Nazione indiana. È ideatore e coautore di "NIC. Narrazioni In Corso. Laboratorio a fumetti sul raccontare storie" (Holden Maps/Rizzoli, 2005). Ha curato l'antologia di racconti Deandreide. Storie e personaggi di Fabrizio De André in quattordici racconti di scrittori italiani (Bur 2006) e nel 2007, con Edoardo Novelli, il libro fotografico di Alberto Negrin Niente resterà pulito. Il racconto della nostra storia in quarant'anni di scritte e manifesti politici (Bur). Un suo intervento è stato pubblicato nel volume Best Off 2006 e un altro nell'antologia I persecutori (Transeuropa 2007).
Giorgio Vasta: articoli, notizie, recensioni su Wuz.it
| 01 dicembre 2008 | | Di Giulia Mozzato |
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