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RECENSIONE

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Titolo Ovunque io sia
Autore Petri Romana
Dati 622 p., brossura
Prezzo € 17,90
Prezzo IBS € 15,22
Editore Cavallo di Ferro
EAN 9788879070416
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Ovunque io sia di Romana Petri

"Gli aveva raccontato dei due diversi pareri medici e senza nemmeno lasciarlo parlare gli aveva detto che lei era pronta a tutto. Sconvolto, Tiago le aveva risposto che doveva essere impazzita per rischiare la vita della bambina, ma lei era rimasta tranquilla e con calma gli aveva spiegato che si stava sbagliando, che ragionava da padre, e che i padri, a volte, dovevano farsi da parte. Anche il patrigno la pensava come lui, mala matrigna no, lei, che i figli non li aveva avuti ma li aveva tanto desiderati, ragionava da madre."

Margarida: il nome di un fiore stellare che cresce anche nel fango; Ofelia: ha un che di cupo e triste quel suono della vocale iniziale; Maria do Ceu, che in italiano sarebbe Maria del Cielo, contiene in sé promesse di luce, respiri di spazi azzurri.
Sono queste le tre donne protagoniste del romanzo Ovunque io sia di Romana Petri, ambientato a Lisbona.
E il significato delle storie delle tre donne è che ognuno di noi si costruisce il suo destino.
Certamente, l’ambiente e le circostanze contribuiscono in maniera fondamentale a dirigere le nostre scelte, ma forse è vero che si nasce con un nocciolo di durezza nell’anima, con una forza vitale che niente e nessuno può toglierci- al massimo può intaccare. Oppure si è fragili, come canne che si lasciano piegare dal vento.

Margarida non aveva alcuna memoria dei suoi genitori, e neppure sapeva la sua data di nascita. Faceva la serva, viveva in un sottoscala - quando le giornate sono così buie, è facile lasciarsi irretire da una voce gentile, cadere nella trappola di un uomo come Carlos che costruisce castelli di parole. Margarida non sa che basta anche un soffio per distruggere i sogni.
E si ritrova da sola con un bambino in arrivo. Che sarà Maria do Ceu, bella, con gli occhi grandi e del colore del cielo a cui sua madre aveva alzato gli occhi, per derivarne forza.
Sono madre e figlia le due donne dalla tempra eccezionale del romanzo.


La prima che, per amore, ‘cede’ la bimba a dona Ofelia, la signora presso cui presta servizio. Perché così la figlia crescerà in un ambiente più sano, perché potrà studiare e fare una vita diversa dalla sua. E tuttavia Margarida è pur sempre la mamma, l’unica mamma di Maria do Ceu che chiamerà per tutta la vita ‘matrigna’ e ‘patrigno’ le persone che l’hanno cresciuta. Per amore - dell’uomo che l’ha lasciata - Margarida non guarderà più nessun altro, continuerà a sperare che lui ritorni, fin sul letto di morte.

Si può tramandare, la forza dell’amore? O si impara, come una lezione a scuola? Perché Maria do Ceu è un pilastro d’amore.
Maria do Ceu, a differenza di sua madre, si sposa per amore e, però, proprio come sua madre, resta sola a tirare su i figli. Non uno, ma tre, di cui la prima figlia dovrà subire una decina di operazioni per rimediare gli errori della natura. Come sua madre, Maria do Ceu non dispera mai, o, se ha dei momenti di debolezza, si rialza subito, per lottare contro le difficoltà.
Non è poi questo, in definitiva, la vita? Una lotta - privata e pubblica.

C’è chi si arrende, come dona Ofelia che inghiotte pastiglie su pastiglie
di antidolorifici per sopportare un matrimonio di facciata.
C’è chi, come il marito di Ofelia, si arricchisce facendo l’informatore della PIDE, la polizia del dittatore Salazar.
Chi giocava alla rivoluzione da giovane, come il marito di Maria do Ceu, lasciandosi però ben presto tentare dai sentieri spianati della collaborazione.
E infine c’è chi non tradisce mai se stesso, le responsabilità assunte, gli ideali, siano essi di libertà, di rettitudine, di coerenza. Ovunque io sia, aveva detto Margarida sul letto di morte - ovunque la sua anima fosse andata, lei sarebbe rimasta sempre a fianco di sua figlia. E il romanzo di Romana Petri è una celebrazione gloriosa della maternità, vera, mancata, surrogata. Maternità che dà la forza di combattere, maternità che si trasforma nel tesoro del ricordo che può ispirare tutta la vita.

Per saperne di più leggi l'intervista all'autrice


Le prime pagine

Quel rumore cadenzato gli entrava nel sogno. Cosa stesse sognando, al risveglio nemmeno l'avrebbe ricordato subito, ma era certamente un sogno che esigeva silenzio, perché dall'espressione del volto sembrava infastidito. Ha fatto anche un gesto con il braccio sinistro, come a voler mandare via qualcosa. Era un rumore che gli entrava prima nel cervello e poi nel sogno. Ed era regolare, non mancava un colpo, proprio come i battiti del suo cuore.
   Se Luciana fosse stata li gli avrebbe detto che quel rumore non si adattava alle sue aritmie. Ma con le aritmie di Luciana poche cose si adattavano, il suo cuore aveva proprio un ritmo speciale, regolato solo dagli umori di una tiroide imprevedibile.
   Quando quel rumore divenne troppo aggressivo, Vasco dos Santos si svegliò. Il sogno era svanito e il rumore restava. «Ma cos'è» pensò rigirandosi nel letto della sua piccola stanza senza finestra. Cercò una posizione per continuare a dormire, ma rimase supino a guardare il soffitto in penembra, e il rumore si fece ancora più accelerato. Si alzò allora di scatto, con un colpo di reni, e andò nel corridoio della sua casa ancora senza mobili. Una casa di quattro stanze quasi vuote, solo la cucina era arredata, per il resto, non c'erano che il letto, un tavolo e due sedie. Si avviò verso quello che sarebbe stato il soggiorno e lo trovò allagato. Adesso non erano più una goccia dopo l'altra, ma un getto continuo che veniva giù dal soffitto. — Caraças! —, disse ad alta voce. — Ed è pure domenica! —. Provò a chiamare il padrone di casa, ma non rispose nessuno. Ancora insonnolito prese un catino e lo mise sotto la perdita. Adesso il rumore era insopportabile.


   Aperse la finestra. Calçada dos Barbadinhos, una strada in discesa verso il Tago, sembrava un fiume in piena. Era quasi bella tutta quell'acqua che scivolava giù a rotta di collo. Pezzettini di carta, mozziconi di sigarette, foglie che se ne andavano con la corrente. Il cane della vecchia di fronte se ne stava seduto sul marciapiede a prendersi tutta quella pioggia invernale come fosse un piacere. La padrona l'aveva chiamato due volte dalla finestra, poi l'aveva chiusa. Andasse al diavolo, tanto faceva sempre come voleva quel cane, in casa non ci stava mai. Non conoscendone il nome, Vasco dos Santos gli fece un fischio. Il cane non si voltò nemmeno dalla sua parte a guardarlo, era un cane molto vecchio, con ormai poco pelo addosso e due strane escrescenze che gli pendevano dalla pancia. Doveva essere anche sordo. Quanto gli sarebbe rimasto da vivere? Il cane, forse involontariamente, si voltò verso di lui mentre la pioggia gli cadeva ormai dal naso e dalle orecchie in rivoli senza freno. Ci vedeva ancora? Si mise ad abbaiare, e poi come a mordere qualcosa nell'aria, in piedi, muovendo la coda.
    Vasco dos Santos si accorse di sentire freddo e chiuse la finestra. Il catino era già mezzo pieno, il rumore quello più accettabile dell'acqua nell'acqua.

© 2008, Cavallo di Ferro

Romana Petri – Ovunque io sia
622 pag., 17,90 € - Edizioni Cavallo di Ferro 2008
ISBN 978-88-79-07041-6


L'autrice





25 novembre 2008 Di Marilia Piccone


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