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RECENSIONE

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Titolo Loop
Autore Conti Gian
Dati 315 p., brossura
Prezzo € 16,00
Prezzo IBS € 16,00
Editore Zandonai
Collana I piccoli fuochi
EAN 9788895538167
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Loop di Gian Conti

“Che nome sinistro. Sa di Medioevo e di veleni. Non è meglio 'killer'?”
“Lo chiami come vuole.”
“Ricerca di personale stimolante. L’inserzione potrebbe recitare 'cercansi persone disposte a correre rischi ben retribuiti', oppure 'si richiede alta flessibilità per alti salari', o ancora 'si offrono i compensi più alti per i lavori più brevi' qualcosa di simile, andrebbe studiata bene….”


Intrigante. Insolito. Stimolante.
A tratti grottescamente macabro.
In definitiva, è proprio un bel romanzo questo Loop di Gian Conti.
Ed è un romanzo su cui si dovranno calibrare le parole per parlarne, per non sciupare la tensione - sempre molto alta, dalla prima all’ultima pagina - prima della soluzione finale dell’enigma.

Da dove iniziare in questo dire che deve essere un non-dire?
Dal titolo, forse: il vocabolo loop indica il cerchio completo e, nella terminologia aeronautica, è il cosiddetto ‘cerchio della morte’. Solo alla fine comprendiamo appieno quanto questo termine, che dice così sinteticamente tutto in inglese, sia la chiave appropriata per una vicenda circolarmente mortale, in cui si resta incerti sull’attribuzione della colpa, se alla vittima o all’assassino.

La maggior parte del romanzo si svolge nel 2005 tra Parigi e Londra, qualche puntata a Nassau, una scena memorabile a Milano; i primi tre capitoli, invece, sono una sorta di preambolo più indietro nel tempo e introducono tre personaggi che in apparenza - almeno due di loro - sembrano marginali, mentre sono tutti delle chiavi di interpretazione, ovvero dei punti fermi di riferimento quando incominciamo a domandarci come giudicare il grado di colpevolezza (è in questo coinvolgimento del lettore che sta una delle grandi attrattive del romanzo).

Nel 1992, a Lione, Hilaire Garnier uccide l’amante della madre
: ha male interpretato i giochi erotici in cui ha sorpreso la coppia, voleva impedire a lui di fare del male alla mamma, lo ha colpito con un martello.
Nel 1995, a Marsiglia, durante un’azione mal calcolata il poliziotto Léon Petros vede ferire gravemente il suo amico, che non muore ma è ridotto a vegetare in un letto d’ospedale.
E infine a Londra, nel 2001, per ammortizzare una grossa perdita a poker al brillante cacciatore di teste Gordon Briggs viene richiesta una singolare applicazione delle sue capacità lavorative: selezionare sicari, che siano efficienti e pieni di risorse. Saranno strapagati sia lui sia loro.
Tutto nella massima segretezza, tutto calcolato al millesimo, non devono restare tracce, nessuno saprà mai né il mandante né il perché degli omicidi. Pagamenti sotto copertura, nessuno vede mai nessuno, per le comunicazioni vengono usati codici e numeri di telefono che sono poi subito disattivati. Un ultimo dettaglio: la vittima non deve soffrire, anzi non deve proprio accorgersi di morire.

Incomincia così la scia di delitti - un medico travolto da un furgone, un uomo che sta già morendo di cancro (basta un’iniezione di cloruro di potassio), un altro ucciso con uno sparo alla nuca, uno precipita da una finestra, un tentativo fallito ai danni di Léon Petros… a cui si aggiungono altri casi di persone scomparse…
Finché si apre una falla nel sistema, barcolla l’insospettabile azienda che ha ‘fatturato’ più di tre milioni di sterline in quattro anni con un numero di morti che assommato raggiunge il centinaio…

Abbiamo usato pure l’aggettivo ‘stimolante’, tra quelli elogiativi per definire il romanzo di Gian Conti. Perché il ritmo si fa così incalzante con il proseguire della vicenda che è impossibile interrompere la lettura. Prima perché non abbiamo idea di chi sia dietro gli omicidi e siamo curiosi, poi perché siamo assillati dalle domande che non possiamo fare a meno di porci - di etica della vita e della morte, sui confini dell’amore, sul margine strettissimo che ci può essere tra male  e bene, su quanto sia difficile amministrare la giustizia e distinguere chi sia maggiormente colpevole: il sicario? il mandante? l’intermediario?
Pesa nel giudizio la conoscenza dei motivi per cui si agisce?
E soprattutto: che cosa vorremmo noi per noi stessi, in circostanze analoghe?
Perché di questo si tratta, alla fin fine.
Leggete Loop, e poi ne riparliamo.


Le prime pagine

Lione, ottobre 1992

Era passata da poco l'una. Hilaire Garnier percorreva rue du Boeuf, cercando di non calpestare le fessure del lastricato. L'andatura irregolare la conduceva ora sul lato destro, ora su quello sinistro della via, ma non aveva fretta e non se ne curava.

Hilaire Garnier percorreva rue du Boeuf, cercando di non calpestare le fessure del lastricato

  Hilaire non era soggetta a premonizioni. Se mai ne avesse avute, se mai avesse immaginato che la sorte stava in agguato e di lì a poco le avrebbe cambiato la vita, sarebbe tornata indietro di corsa.
   La strada era deserta, il rumore soffocato delle scarpe sportive guastava appena il silenzio. Aveva ventidue anni, alta, esile, lunghi capelli bruni e viso incantevole, serio e riflessivo che le si accendeva però in frequenti manifestazioni di entusiasmo. Tornava a casa con animo lieto, nonostante avesse giocato a bowling per tutta la sera. Quel gioco stupido in cui l'abilità dei partecipanti è legata a impercettibili fattori, così tenui che chiunque vi si può cimentare senza paura di pagare tutta insieme la propria inesperienza. L'avevano convinta da un mese ed era la terza volta che ci provava. Quelle sfere bucate, brutte, pesanti, ingombranti e dal percorso inarrestabile, che ti fanno intuire fin dai primi metri quale catastrofe è stato il lancio, vorresti correr dietro alla palla per correggerne la rotta, ma quella continua a rotolare lenta come la noia finché abbandona la pista e s'incanala nei solchi laterali, quelli dei lanci falliti, quelli dei rifiuti. Era un modo per ridere dei propri errori e di quelli altrui, per stare insieme e dire scempiaggini in un ambiente che non ispirava alcun riguardo, così dozzinale, pacchiano e reso ancor più sgradevole dall'orgia di distributori automatici che invitavano in maniera invadente a diventare obesi. Era certa che in breve le sarebbe venuto a noia, come tutte le cose stupide. Aveva detto a sua madre che si sarebbe fermata da Louis, ma quella sera aveva appreso che il suo ragazzo doveva partire per Parigi l'indomani mattina con l'aereo delle sette. Così si era fatta accompagnare verso casa. Louis aveva fermato la macchina in riva alla Saòne, a poca distanza da Piace de la Baleine, Hilaire era scesa e aveva proseguito a piedi per il centinaio di metri necessari a raggiungere casa. Senza timore, la città vecchia era casa sua a tutte le ore.
   Hilaire Garnier lavorava presso un'agenzia viaggi di rue Victor Hugo e abitava poco distante, all'interno di una traboule fra rue du Boeuf e rue St. Jean. A Salisburgo questi sottopassi, che spesso collegano vie principali, sono tutti scintillanti di luci e di negozi alla moda. A Lione, come a Venezia, sono più austeri, più poveri, hanno il fascino sottile della fatiscenza e sanno di muffa. La sua casa era fredda, umida e grande, difetti gravi in una città dal clima continentale. D'estate un paradiso, ma d'inverno ci voleva una fortuna a scaldarla, con tutti gli spifferi che entravano dalle fessure dei vecchi infissi e con i vetri sottili che non proteggevano dal gelo. Ma non l'avrebbe lasciata senza rimpianti.
   Dalla nascita Hilaire viveva con la madre e il loro rapporto era così stretto da ostacolare nella giovane aspirazioni d'indipendenza e, anche se ancora immature, di convivenza con Louis. Sua madre non era sposata, quand'era piccola le aveva raccontato che il papa era salito in ciclo troppo presto e la sera, per molti anni, le aveva fatto rivolgere a lui le preghiere prima di coricarsi. Col tempo quest'abitudine era andata perduta e, quando Hilaire aveva sedici anni, Jeanne le aveva confessato che suo padre, forse, era ancora vivo, ma che non avrebbero mai potuto rivederlo. Perché lo aveva amato, nonostante tutti e due sapessero fin dall'inizio che quell'amore era impossibile, perché lo amava ancora e sapeva che la rivelazione della paternità avrebbe potuto spezzare per sempre i suoi equilibri. Su questo punto non si era voluta dilungare. E quali potessero essere i suoi equilibri, e quale la loro fragilità, era cosa che Hilaire continuava a ignorare.

© 2008, Zandonai

Gian Conti - Loop
315 pag., 16,00 €- Zandonai 2008 (I piccoli fuochi)
ISBN 978-88-95-53816-7


L'autore


Gian Conti
è nato a Torino quando stava per scoppiare la seconda guerra mondiale.
È sfollato subito in un paesello della Toscana, prima che bombardassero anche quello e fosse costretto rifugiarsi in un seccatoio di castagne nei boschi. Poi qualcuno ha deciso di bombardare anche il seccatoio, dunque non gli è rimasto che nascondersi in una galleria mineraria della Montecatini, a poca distanza dalla quale i nazisti hanno perpetrato la strage di Niccioleta.
Era un genio.

A quattro anni ha fatto la prima elementare ed è stato promosso.
A cinque venivano da Grosseto per vederlo fare le quattro operazioni. Ha fatto la seconda elementare ed è stato promosso.
A sei anni, finita la guerra, è tornato a Torino dove avrebbe dovuto frequentare la terza, ma gli hanno fatto ripetere la seconda. Si ritrova dunque con due pagelle con scritto “promosso in terza elementare”. Da quel momento è tornato normale.
Figlio di padre Fiat, avrebbe studiato volentieri musica ma ha finito per fare il Politecnico. Terminati gli studi si è buttato nell’informatica, che a quei tempi era una scienza agli albori. Un percorso professionale sviluppato in un campo che, in cinquant’anni, ha visto evoluzioni e stravolgimenti mille volte più rapidi e radicali di quelli di qualunque altro settore industriale. Gian Conti ha visto morire le schede perforate, nascere i primi elaboratori, grandi e pesanti, diecimila volte meno capaci e potenti di quelli che ora si portano comodamente in tasca. Ha vissuto il tramonto dell’hardware e il trionfo del software, ha visto nascere e morire aziende, strutture, tradizioni. Ha visto scomparire la Olivetti e con lei, nel mondo, decine di grandi aziende del settore.
Sopravvissuto felice a tanti contraccolpi emotivi, Gian Conti si è dato tardi alla scrittura, hobby che ha coltivato con intenti prevalentemente contemplativi, così come la collezione e il restauro di vecchi strumenti a corde, attività alla quale non ha mai dato risalto pubblico, nonostante continui a restaurare fienili per ospitarvi nuovi oggetti da collezione.
I libri di Gian Conti sono dei noir caratterizzati da una rigorosa vena narrativa che, sviluppandosi talora con attori diversi, in luoghi e perfino tempi diversi, finisce sempre per condurre il lettore a finali tanto sorprendenti quanto emozionanti. La fantasia e il sense of humour ne rendono la lettura fluida e scorrevole tanto che, a sentire i suoi lettori, «i libri di Gian Conti fan quattrocento pagine ma non le dimostrano affatto».



05 novembre 2008 Di Marilia Piccone


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