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RECENSIONE

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Titolo Il lavoro smobilita l'uomo
Autore Zoli Serena
Dati 216 p., brossura
Prezzo € 14,60
Prezzo IBS € 14,60
Editore Longanesi
Collana Il Cammeo
EAN 9788830424456
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Il lavoro smobilita l'uomo, di Serena Zoli

L'intervista di Claudia Caramaschi a Serena Zoli

“Caduti i due blocchi politici Est-Ovest, una sola ideologia  è rimasta sul mercato: il capitalismo.Che esplode. E’ormai “il pensiero unico”, osannato o contestato come tale.
Sposato al liberalismo, il capitalismo si espande, ormai su scala globale, con la prepotenza del vincente. C’è chi lo definisce “turbo” e chi gli appone il marchio di “selvaggio”.


Il Lavoro con la maiuscola è il vero protagonista del nuovo libro della giornalista Serena Zoli, che,con ironia, lo titola  “Il lavoro smobilita l’uomo”.
Un Lavoro che non nobilita più l’uomo, non lo rende più libero, non lo emancipa.


Un mezzo indispensabile per vivere, per dimostrare dignità, che è divenuto inesorabilmente “un fine”. Come un Dio che sfugge, incanta e disincanta, rendendo i suoi sudditi orfani e precari.
Precari non solo nella dimensione lavorativa ma “precari anche a se stessi”.


Il tutto nell’ottica di un disagio esistenziale che si allarga dalle fabbriche alla scrivanie, davanti ad un computer, unica macchina padrona del nostro tempo, che affascina e aliena, demotiva e dequalifica. “L’avvento ubiquo del computer, la sua invasione ed erosione di posti e specialità, comincia nel famoso decennio di transizione, gli Ottanta…..va detto che il PC sottilmente ha iniettato in laboratori e uffici un distanziarsi tra colleghi ed ha limitato il senso di autonomia data la possibilità dei capi di controllare sempre e a distanza l’attività di ciascuno” sino quasi a voler far rimpiangere “il lavoro com’era”.
Una nostalgia che riguarda chi ha vissuto realmente il boom economico, il passaggio dagli hippies agli yuppies, quando benessere e garanzie erano normalità e non formalità.

“Fortunati lavoratori” un tempo e “genitori sotto shock” oggi, sono i veri “ammortizzatori sociali di massa” di figli fragilizzati e possessori di una libertà aleatoria  che corrode in profondità le fondamenta dell’individuo e della società. Come spiega Sennet ne L’uomo flessibile, saggio ancora attualissimo, “il basta col lungo termine è un principio che corrode la fiducia, la lealtà e la dedizione reciproca…come può un essere umano sviluppare un’autonarrazione di identità e una storia della propria vita in una società composta di episodi e di frammenti?”.
L’uomo flessibile non ha scelta, non può decidere pause e attività, in questa società in cui l’essenziale è il profitto e in cui “l’affitto” del lavoratore “pezzo del processo produttivo” passa attraverso agenzie interinali e “contratti di somministrazione”. 

Nell’Era manager, l’economia si è finanziarizzata, l’impresa è solo un mezzo giuridico “per ottimizzare il risultato finanziario a favore di chi ha i pacchetti azionari”, un’impresa irresponsabile, il padrone scompare come persona ed è supplito dal manager che deve soddisfare solo gli azionisti e “gli azionisti vogliono vedere profitti altissimi e immediati, come per tutto quello che è quotato in Borsa. E’ la mentalità USA. Come dagli Stati Uniti si importa il sistema merger & acquisition, fusione e acquisizione, vale a dire che invece di formare personale o razionalizzare il sistema produttivo, che sono processi lenti e costosi, si comprano le aziende che già producono quel tal prodotto, o hanno già quella tecnologia, oppure ci si fonde con altre aziende spesso consimili.Il che significa doppioni nel personale, dunque esuberi, dunque licenziamenti”.
Questa reinvenzione discontinua delle Istituzioni, come se le moderne reti aperte fossero più disponibili a radicali cambiamenti rispetto alle gerarchie piramidali dell’epoca fordista, questa specializzazione flessibile della produzione con i molteplici casi di outsourcing, questa concentrazione senza centralizzazione in una libertà solo apparente e spesso circoscritta da mobbing strategici, definiscono un sistema flessibile in cui valgono le capacità immediate e meno costose e in cui l’ineguaglianza predomina in assoluto.


Di globale forse rimane solo una sorta di paura per un’Economia globale che procede la sua marcia e riconosce un solo codice, quello del Mercato, dove l’uomo diviene merce e come ogni materia prima necessaria al produrre può essere acquistata solo se vige la necessità.

Le prime pagine

PREMESSA

L'Italia è ancora una Repubblica fondata sul lavoro, come serenamente afferma l'articolo 1 della Costituzione? O non si fonda piuttosto sulla finanza? Oppure sul lavoro un po' sì e un po' no, un lavoro a scatti? O sul mercato? Una Repubblica di commercianti. O pilastro centrale non e forse ora il consumo, vero volano dell'economia? Ma no, secondo alcuni la centralità del lavoro e persa in quanto trasmigrata — o trasmigrante — nel suo opposto, il tempo libero. Siamo o saremo presto alla leisure society? Una Repubblica di vacanzieri? Di certo c'è solo — e indubitabilmente — che qualcosa e cambiato nel lavoro e attorno al lavoro. Radicalmente.


Un pomeriggio d'inverno, ed è già buio, vedi da una finestra illuminata — di quelle che incuriosiscono: che vita ci sarà dietro? - l'ultimo ripiano di uno scaffale. Grandi buste, forse impolverate, raccoglitori, cartelle straripanti di disordinati fogli. E subito ti prende, cuore e stomaco, un inconsulto struggimento. È nostalgia. Ma di che cosa? Poi con stupore capisci: è nostalgia del lavoro! Ma esiste, una tal nostalgia? E perché poi?
Nel lavoro, ci sei tuttora immerso; certo, da qui alla pensione il tempo è ora misurabile, ma la distanza si conta pur sempre in vari anni. Chissà, forse basta quell'orizzonte non più velato... Forse è il « buco » che s'intravede oltre, il salto incognito, che già inquieta.
Sì, è questo. La fine del lavoro assomiglia alla fine della vita. E la fine di una vita. L'età adulta è prevista per l'attività produttiva e per combaciarvi nel tempo, e le età precedenti sono di preparazione a questo fine. Niente, invece, prepara al dopo. Non c'è una via univoca, né più vie certe tracciate.
Sì, è proprio questo. Ma c'è dell'altro nell'imprevi¬sto struggimento di un tardo pomeriggio d'inverno. Nostalgia «preventiva» rispetto all'uscita dal lavoro, ma anche nostalgia del passato, com'è proprio che sia: è nostalgia del lavoro com'era, in un tempo non archeologico, databile in un paio o poco più di decenni fa, dunque ben a memoria d'uomo (e di donna) ancora in attività. O pure di impiegati e operai e imprenditori più giovani, per aver intravisto - e assaporato -tutta un'altra temperie agli esordi o per averla «vissuta» attraverso gli impieghi di padre e madre.


© 2008, Longanesi

Il lavoro smobilita l’uomo – Serena Zoli
216 pag., 14,60 €- Longanesi 2008 (Il Cammeo)
ISBN 978-88-30-42445-6


L'autrice

Serena Zoli, nata a Lugo di Romagna (Ravenna), giornalista, ha lavorato a lungo alle pagine culturali del Corriere della Sera. Tra i suoi libri: Quand’ero piccolo credevo che... (Mondadori) e Storie di ordinaria resurrezione (e non) (Rizzoli)

13 novembre 2008 Di Claudia Caramaschi


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