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RECENSIONE

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Titolo La paga dei padroni
Autore Dragoni Gianni; Meletti Giorgio
Dati 278 p., brossura
Prezzo € 14,60
Prezzo IBS € 14,60
Editore Chiarelettere
Collana Principioattivo
EAN 9788861900578
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La paga dei padroni di Gianni Dragoni e Giorgio Meletti

Banchieri, manager, imprenditori. Come e quanto guadagnano i protagonisti del capitalismo italiano

"Solo gli imprenditori e i grandi manager sono riusciti, finora, a scansare il banco degli imputati, assumento il tono severo e l'espressione accigliata dei giudici imparziali. Danno la pagella a tutti gli altri e trovano sempre nel contesto politico-sociale, nazionale e internazionale, le cause del cattivo andamento delle loro imprese. Ma ritenerli l'unica categoria esente da responsabilità sarebbe perlomeno illogico."

"Nel 2005 il bilancio delle Ferrovie dello Stato ha dichiarato una perdita di 472 milioni di euro... La paga dell'amministratore delegato Elio Catania è stata di un milione e 930 mila euro, di cui 350mila per il raggiungimento degli obiettivi assegnati."

Malox o bicarbonato a portata di mano? un buon appoggio per non cadere sotto il peso dei dati? un bel carico di indignazione da sfogare? e allora siete pronti a leggere questo saggio, interessante quanto terribile, scritto da due giornalisti serissimi e spina nel fianco del capitalismo italiano.
A noi poveri mortali i numeri che si susseguono di azienda in azienda, di famiglia in famiglia, fanno girare la testa. Sono le cifre che ogni anno vengono date ai manager, ai dirigenti, ai presidenti delle maggiori aziende pubbliche e private del paese.


E se incontriamo lungo la strada nomi che non ci stupiscono più di tanto, abituati come siamo a un'imprenditoria di stampo "ereditario" - dagli Agnelli (Nasi, Elkann, Brandolini d'Adda che siano) a Tronchetti Provera (definito "il nuovo Agnelli), dai Moratti a Ligresti, dai De Benedetti ai Benetton, dai Caltagirone a Romiti padre e figlio -, sono il numero e i nomi dei manager meno conosciuti a colpire noi profani che non immaginiamo quanti siano e quanto guadagnino, pressoché indipendentemente dai risultati aziendali.

Per non parlare poi delle aziende pubbliche e delle banche... un numero per tutti, che colpisce un nervo scoperto degli italiani in questi giorni: nel medesimo periodo lo stipendio di Alessandro Profumo, amministratore delegato dell’Unicredit, è cresciuto del 39 per cento (9 milioni 426mila euro), mentre il valore di mercato delle azioni Unicredit è sceso del 17 per cento.
E difficile sarebbe anche il tema degli industriali e delle fabbriche che rimangono a galla malgrado gli erorri e gli sprechi pluriennali grazie a una cassa integrazione per favorire i padroni più che gli operai. Il caso Fiat è esemplare: quanti soldi lo Stato italiano ha gettato nel buco nero di questa azienda per decenni? e nel frattempo la grande famgilia Agnelli come viveva? come aveva diversificato i propri investimenti? quali profitti accumulava?


Un elenco di cifre "asettico" non avrebbe alcun valore e per questo Dragoni e Meletti accompagnano i numeri con un'analisi approfondita degli ingranaggi che li hanno generati.
Noi non addetti ai lavori possiamo rimanere esterrefatti di fronte a questa realtà, ma chi del capitalismo italiano ha una competenza approfondita certamente conosce non solo le cifre ma soprattuto i meccanismi che lo reagolano. E per questo dimostra qualche riserva sul lavoro di Dragoni e Meletti, tacciandoli di populismo: "si possono raccogliere informazioni e accumulare dati in una forma che, se è asettica nell'esposizione astratta, è tuttavia densa dei valori di populismo, appena essa viene a far parte del panorama ideologico prevalente in un determinato contesto culturale", scrive Giulio Sapelli su Il Sole 24 Ore.
Ma non è, forse, il caso di rimettere in discussione tutta la struttura, in funzione delle nuove esigenze del mercato internazionale, che in questi mesi ci sta dimostrando ampiamente quanto sia da rivoluzionare?
Un tempo gli imprenditori (che erano molto più partecipi del lavoro, molto meno privi di scrupoli, in qualche modo perfino più attenti ai propri dipendenti e raramente si lanciavano in imprese irresponsabili per il solo immediato profitto) asserivano che i loro guadagni erano giustificati dal rischio d'impresa: se l'azienda falliva o navigava in cattive acque erano soprattutto loro a risentirne e l'impegno e la responsabilità per il buon funzionamento dell'impresa ricadeva sulle loro spalle, oneri economici compresi.
Così funzionava. Ma ora?
Nessun manager di alto livello viene colpito direttamente dai suoi errori (basta pensare alle cifre iperboliche che vengono assegnate a chi lascia il suo posto, indipendentemente dal risultato ottenuto), nessun grande imprenditore paga veramente i propri sbagli, a farlo sono i piccoli e medi industriali che vengono stritolati dal sistema, i dipendenti delle piccole aziende, i modesti dirigenti che portano a casa poche migliaia di euro al mese. E non vi sembra un sistema da ripensare?


Non a caso i due autori chiudono il saggio con un capitolo intitolato Questioni di stile in cui si parla anche dell'imprenditoria "sana", quella che - dice Mario Draghi - genera ricchezza "investendo, innovando, rischiando". Si fanno dei nomi: Vittorio Merloni (Indesit Company, Ariston), Michele Ferrero e i suoi dolciumi, Leonardo del Vecchio e Luxottica, Mario Moretti Polegato (Geox) e Diego Della Valle (Tod's), "che qualcuno chiama spregiativamente 'scarpari', come se la creazione di calzature fosse meno nobile della produzione di gomme per camion, sacchi di cemento o tubi in acciaio".
E anche la trasmissione televisiva Report ha recentemente "scovato" un imprenditore sano, Vittorio Giulini (uno degli ultimi discendenti di una delle famiglie più vecchie di Milano) di Liolà, la ditta di abbigliamento che ha scelto di non delocalizzare la produzione all'estero ma lasciarla in Italia, a Borgomanero, a costo di un minor guadagno. Guardate il video, ne vale la pena >>>

Questioni di stile, è vero, quello che aveva ereditato dal padre Andrea Pininfarina, a cui vengono dedicate le due ultime pagine.
Uno stile rigoroso, una serietà rara, un modo di fare l'imprenditore che va scomparendo e che invece dovrebbe essere rivalutato e portato ad esempio. Perché anche in Italia qualche esempio c'è.


Le prime pagine


                                                        Istruzioni per l'uso

Nove milioni e 426mila euro. E quanto la banca Unicredit ha dato come compenso per il 2007 all'amministratore delegato Alessandro Profumo. Non sorprende che il cinquantunenne banchiere genovese sia stato il manager italiano più pagato dell'anno. In poco tempo ha fatto del vecchio Credito Italiano una delle più forti e innovative banche d'Europa e si è conquistato sul campo una eccellente reputazione professionale.
   Profumo ha guadagnato oltre 25mila euro al giorno. Secondo l'Ires, il centro studi della Cgil, nel 2007 i lavoratori dipendenti italiani hanno percepito in media 24.890 euro lordi. Dunque il numero uno dell'Unicredit ha incassato ogni giorno quanto un lavoratore medio in un anno. Un normale operaio o impiegato, per mettere insieme quanto Profumo in dodici mesi, dovrebbe lavorare 365 anni. In altri termini, una dinastia di lavoratori medi impiegherebbe almeno dieci generazioni a pareggiare il conto.
   Nel 2007 i profìtti del gruppo Unicredit sono cresciuti del 9 per cento, il dividendo distribuito agli azionisti dell'8 per cento, mentre il valore di mercato delle azioni è sceso del 17 per cento. La retribuzione di Profumo è invece aumentata del 39 per cento.
   Per la Borsa di Milano il 2007 è stato negativo. L'indice Mibtel, che misura il valore di mercato delle azioni quotate, ha perso il 7,8 per cento. I cento manager più pagati hanno avuto invece, secondo la classifica pubblicata da «II Sole 24 Ore», un aumento retributivo del 17 per cento sull'anno precedente (circa otto volte l'inflazione) e hanno messo insieme in tutto 403 milioni di euro, in media 4 milioni a testa. Anche nel 2006 i compensi dei cento manager più pagati erano cresciuti del 17 per cento rispetto all'anno precedente. Perché?
   Questo libro si propone di entrare in un mondo che solitamente predilige il segreto ed evita, per quanto possibile, di mostrare i suoi comportamenti ed esporli alla discussione. Un mondo che ama farsi scudo del latinorum della finanza, fatto di parole inglesi roboanti, di fronte alle quali è diffìcile non sentirsi inadeguati. Chi sgrana gli occhi davanti a espressioni come equity swap, stock option o due diligence fatica a sentirsi legittimato alla critica. Chi resta interdetto di fronte al gergo bilancistico, e comincia a barcollare quando gli vengono snocciolati il margine operativo lordo, le parti correlate, l'ammortamento e l'immobilizzazione immateriale, o sigle come ebit, ebitda e roe, penserà che questa non è cosa per lui. Invece i concetti base della vita economica sono semplicissimi. Quando qualcuno vende qualcosa a qualcun altro (un oggetto, un servizio o il proprio lavoro), ci sono tre possibilità: o fanno un buon affare entrambi, o uno rifila il bidone all'altro, o tutti e due fanno una fesseria. I capitani d'industria, comprensibilmente, accreditano sempre la prima ipotesi, salvo quando litigano e finiscono in tribunale, e allora confessano che si è verificata la seconda. La terza ipotesi è poi più frequente di quanto non si creda, e i due che hanno fatto la fesseria cercano il modo di farla pagare a qualcun altro. Tutto qui, e niente paura.
   Questo viaggio nel capitalismo italiano, raccontato attraverso le retribuzioni dei manager e dei loro «padroni», è basato su dati ufficiali e pubblici, analizzati secondo una logica puramente economica, relegando tra i sottintesi la convinzione cht alla base di ogni fatto economico e sociale ci sia anche, sempre, una questione etica.

© 2008, Chiarelettere

Gianni Dragoni e Giorgio Meletti - La paga dei padroni
278 pag., 14,60 €- Edizioni Chiarelettere 2008 (Principioattivo)
ISBN 978-88-61-90057-8


Gli autori




Gianni Dragoni
è inviato de “Il Sole 24 Ore”.
Si occupa di temi legati all’industria pubblica, le privatizzazioni, i bilanci delle società di calcio.
Cura la rubrica PAY WATCH, che analizza le retribuzioni dei manager delle società quotate.






Giorgio Meletti
è responsabile della redazione economica del Tg La7.
Ha lavorato al “Corriere della Sera”, dove si è occupato in prevalenza dell’industria pubblica e degli incroci tra economia e politica.
Ha curato con Luca De Biase, BIDONE.COM, storia della bolla Internet all’italiana (Fazi 2001).





29 ottobre 2008 Di Giulia Mozzato


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