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RECENSIONE

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Titolo Il fantasma esce di scena
Autore Roth Philip
Dati 226 p., rilegato
Prezzo € 19,00
Prezzo IBS € 19,00
Editore Einaudi
EAN 9788806192198
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Il fantasma esce di scena di Philip Roth

"Ero andato via per sfuggire a un'autentica minaccia; alla fine, ero rimasto lontano per disfarmi di ciò che non mi interessava più e, come sogna chiunque di fare, per liberarmi delle prolungate conseguenze degli errori di una vita (per me, ripetuti naufragi coniugali, furtivi adulteri, il boomerang emotivo dell'attrazione erotica). Forse perché avevo agito invece di limitarmi a sognare, nel corso di questo processo mi ero liberato di me stesso."

Basta con quel maschilismo insopportabile, basta con quell'egocentrismo stucchevole, basta con quelle strade newyorkesi che conosciamo ormai più dei vicoli delle nostre cittadine. Basta con Philip Roth, osannato da una critica che rischia di essere più "provinciale" di lui, (l'accusa gli è stata fatta in occasione del dibattito sull'assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura).
Basta, basta, basta.
Con questo spirito ho preso in mano il volume che, già sapevo, mi avrebbe ripresentato per la nona volta il "solito" Nathan Zuckerman, ora vecchio e cadente, isolato dal resto del mondo, condizionato da un'incontinenza grave legata a un'operazione alla prostata.
Basta, basta, basta.
Non lo sopportavo quando stava bene, figuriamoci adesso! Come potrei leggere con passione una storia che ha per protagonista un uomo così? Come potrei identificarmi nei suoi mali, nelle sue angosce, nelle sue speranze? Come potrei credere a una sua "rinascita"? Amo il Roth del Complotto contro l'America, di quell'alter ego che sta invecchiando con lui ne ho abbastanza.
Basta... anzi no, aspettate.


Sto leggendo la storia di un uomo impotente che non può più vivere senza un pannolone, che si è auto-emarginato dalla società, che ha scelto di essere rinunciatario, che può nuotare solo nello stagno vicino alla sua casa perché in piscina rischierebbe di lasciare dietro di sé una scia giallognola imbarazzante, che decide di ritornare a New York unicamente per sottoporsi al Mount Sinai Hospital a una innovativa terapia al collagene che potrebbe ridargli un po' di autocontrollo fisico, che si accorge che i suoi coetanei, soprattutto le donne tanto ammirate in passato (Amy Bellette, ve la ricordate giovane e affascinante?), possono essere ridotte ancor peggio di lui, e che comunque di donne - giovani o vecchie che siano - non ne ha più avute da tempo, insomma, sto leggendo la storia di un uomo in piena decadenza e... la trovo appassionante.

Com'è possibile? come posso decidere con lui che è il momento giusto per ritornare a vivere, per abbandonare quell'eremitaggio voluto, per rientrare nel turbine di una New York post undici settembre? come posso accompagnarlo volentieri a conoscere la giovane coppia di scrittori (Jamie e Billy) che ha pubblicato un annuncio sul New York Review of Books offrendo il proprio appartamento cittadino in cambio, almeno per un anno, di una casetta isolata e lontana e sperare che questo scambio avvenga? e poi desiderare che non se ne faccia più nulla? E perché mi ritrovo a parteggiare per lui contro il giovane, sfacciato ricercatore che vuole notizie di prima mano sullo scomparso scrittore E.I. Lonoff, il primo eroe letterario di Zuckerman, per scavare nel suo passato e trovare le prove di un amore incestuoso?

E come mai penso che sia credibile un palpito di passione in un uomo di tal fatta, e viverlo insieme a lui?
A tutte queste domande trovo un'unica, elementare risposta: perché Philip Roth è - forse sempre più - un grande scrittore.
Zuckerman resta sempre un uomo insopportabile, egocentrico, misogino, ma la sua debolezza senile, la malattia, la stanchezza lo rendono ai miei occhi più "sopportabile".


L'abbandono, la rinuncia, l'oblio diventano in lui lentamente rabbia e voglia di vivere. Il passato ritorna prepotentemente a farsi sentire, sia nel ricordo che nella realtà. Tutto mi sembra credibile, vero, possibile.
Il mio "basta" si tasforma in "ancora", sperando che Roth - malgrado l'uscita di scena plateale con cui termina il romanzo - continui a regalarci le sue storie, così maschili, così insopportabili, così newyorkesi, ma così interessanti e vive.

Titolo originale: Exit Ghost
Traduzione di Vincenzo Mantovani


Le prime pagine

Prima che la morte ti prenda, rimangiati tutto.
Dylan Thomas, Cerca la carne sulle ossa.

I. Il presente

   Non andavo a New York da undici anni. Tolta una visita a Boston per l'asportazione di una prostata cancerosa, in quegli undici anni non mi ero mai allontanato dalla mia strada di montagna nei Berkshire e, ciò che più conta, avevo di rado aperto un giornale o ascoltato le notizie alla radio dopo l'11 settembre, tre anni prima; senza alcun senso di perdita - ma semplicemente, all'inizio, con una sorta di aridità interiore - avevo smesso di vivere non soltanto nel gran mondò ma nel presente. Da molto tempo avevo soffocato l'impulso di starci dentro e di farne parte.
   Ma ora avevo preso la macchina e mi ero spinto per duecento chilometri verso sud fino a Manhattan per farmi visitare al Mount Sinai Hospital da un urologo specializzato nell'esecuzione di una procedura destinata ad aiutare le migliaia di uomini come me resi incontinenti dall'asportazione della prostata. Inserendo un catetere nell'uretra per iniettare una forma gelatinosa di collagene là dove il collo della vescica incontra l'uretra, questo specialista otteneva miglioramenti significativi in circa il cinquanta per cento dei suoi pazienti. Le probabilità non erano molte, perché «miglioramento significativo» voleva dire solo parziale attenuazione dei sintomi: la «grave incontinenza» diventava una «moderata incontinenza», e la «moderata» diventava «leggera». Tuttavia, poiché i suoi risultati erano più soddisfacenti di quelli ottenuti da altri urologi usando all'incirca la stessa tecnica (non c'era niente da fare per l'altro rischio della prostatectomia radicale al quale io, come decine di migliaia d'altri, non avevo avuto la fortuna di sfuggire: i danni ai nervi che avevano provocato l'impotenza), mi recai a New York per un consulto, molto tempo dopo che avevo immaginato di aver fatto l'abitudine agli inconvenienti pratici delle mie condizioni.
   Negli anni successivi all'intervento credetti addirittura di aver vinto la vergogna di farsi la pipì addosso, e di essere uscito dalla forma acuta di disorientamento che era stata particolarmente esasperante nei primi diciotto mesi, quando il chirurgo mi aveva fatto credere che l'incontinenza sarebbe scomparsa a poco a poco nel corso del tempo, come accade in un numero limitato di casi fortunati. Ma a dispetto del trantran quotidiano indispensabile per tenermi pulito e per non emanare odori sgradevoli, io non dovevo in realtà essermi mai veramente abituato a portare le mutande speciali e a cambiare i pannoloni e ad affrontare gli «incidenti» che potevano capitarmi, non più di quanto avessi sopportato l'umiliazione che questo comportava, perché ero là di nuovo, a settantun anni, nell'Up-per East Side di Manhattan, a non molti isolati da dove abitavo una volta, quando ero più giovane, sano e vigoroso, e poi nella sala della reception del dipartimento di urologia del Mount Sinai Hospital, in procinto di sentirmi dire che con l'aderenza permanente del collagene al collo della vescica avrei avuto la possibilità di esercitare sul flusso dell'urina un controllo un po' più stretto di quello di un poppante. Mentre aspettavo là seduto, immaginando la procedura e sfogliando le copie di «People» e «New York» ammucchiate le une sulle altre, pensai, Ma non è questo il punto. Gira sui tacchi e tornatene a casa.

© 2008, Einaudi

Philip Roth - Il fantasma esce di scena
226 pag., 19,00 € – Edizioni Einaudi 2008 (Supercoralli)
ISBN 978-88-06-19219-8


L'autore



La bibliografia in lingua originale



22 ottobre 2008 Di Giulia Mozzato


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