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Titolo Obama. Storia dell'uomo che fa sognare l'America
Autore Mendell David
Dati 428 p., rilegato
Prezzo € 18,50
Prezzo IBS € 12,95
Editore Cairo Publishing
Collana Storie
EAN 9788860521989
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Obama. Storia dell'uomo che fa sognare l'America di David Mendell

“Barack diceva: 'Be', voglio diventare un politico. Magari posso diventare presidente degli Stati Uniti'. E io rispondevo: 'Sì, sì va bene, ma adesso andiamo da mia zia Gracie [...] e non dirla a nessuno questa cosa!'.”
Craig Robinson, cognato di Barack Obama

L'inchiesta di Wuz:
- La sfida: Barack Obama vs John McCain >>>


Sulla spinta delle elezioni americane, sull'onda lunga della crisi finanziaria che l'Europa cerca di dominare come i surfisti della California, trascinati dalla curiosità di capire una scelta che sappiamo quanto sarà fondamentale per il futuro di tutti, sentiamo la necessità di leggere anche in Italia saggi che ci presentino i due candidati alla Casa Bianca.
Tra i migliori indubbiamente troviamo questo, scritto un giornalista del Chicago Tribune che ha seguito "dall'interno" la carriera (travolgente, appassionante) di Barack Obama, che ha avuto il "fiuto" giusto per capire che quest'uomo aveva grandi potenzialità sin dagli esordi in politica e che non l'ha più abbandonato, diventando così testimone diretta della rapidissimascalata di Obama dalla pariferia al centro, al cuore del sistema politico statunitense.


"Dopo Jack e Bobby Kennedy, con la loro splendente Camelot politica, nessun altro politico era riuscito così rapidamente a conquistare l'immaginazione di un numero così ampio e diversificato di americani, specie il significativo alettorato dei neri d'America - scrive Mendell - E persino il paragone con Kennedy non basta a dare un'idea della famadi Obama. Fin dai tempi di Reagan nessun altro politico era stato così abile nel trasmettere il suo incrollabile ottimismo a un elettorato scoraggiato. Usando astutamente come trampolino di lancio lo strapotere dei moderni mezzi di comunicazione di massa, Obama e il suo sparuto gruppo di talentuosi consulenti sono riusciti a delineare un percorso che lo ha catapultato da legislatore locale ad autore di best seller, a senatore degli Stati uniti e, infine, al ruolo di celebrità. Sintesi di idealismo e pragmatismo, da un giorno all'altro Obama è passato da critico dell'establishment locale a parte integrante del sistema. È dentro e fuori allo stesso tempo."

Obama è dunque un caso di studio straordinario, avendo una personalità, un background e una carriera uniche nella storia degli Stati Uniti.
Come è riuscito ad arrivare fino a questo punto? com'è stata la sua infanzia e l'adolescenza, tra un padre assente, una madre risposata, un patrigno indonesiano, continui mutamenti di stile di vita, di luoghi, di abitudini? e gli anni successivi? a che punto della sua esistenza Obama ha capito di voler diventare l'uomo che è oggi? a queste e a molte altre domande troverete la risposta in queste pagine.
Vi anticipiano solamente un aspetto che lo fa rientrare nei ranghi della "normalità": dietro un grande uomo c'è sempre una grande donna e Michelle Robinson, la moglie, lo è certamente. Una donna determinata ma non arrivista, la cui carriera personale (ha lascito uno studio legale tra i più prestigiosi di Chicago per lavorare nel settore del servizio pubblico) dimostra che nel marito la colpì veramente la sua "missione di impegno verso la comunità" che tutti noi speriamo non abbia smarrito lungo la strada del successo.

Titolo originale: Obama. From Promise to Power
Traduzione di Fabrizio Bagatti, Francesca Del moro, Massimiliano Galli, Stefania Manzana, Laura Melosi, Stefano Viviani


Le prime pagine

                                                                1
                                                            L'ascesa

«Sono come LeBron, ragazzo
BARACK OBAMA


Chi lo conosce bene stenterebbe a crederci, eppure in quel pomeriggio del 27 luglio 2004 Barack Obama fece un passo più spavaldo e imprudente del solito.
   D'estate, in una Boston immersa nella calda luce del sole, guidò un drappello di giornalisti, assistenti e un paio di amici - un gruppetto formato al massimo da due dozzine di persone - attraverso il labirintico recinto di sicurezza che proteggeva l'arena coperta dell'imponente Fleet Center. Lo smilzo ex giocatore di basket delle superiori che anche a quarantadue anni non disdegnava farsi una partitina, cominciò a muovere il busto come se si stesse dirigendo verso la linea dei tiri liberi, sicuro di mettere a segno il canestro che valeva la partita. Tirò indietro le spalle. Tenne dritta la testa. A ogni passo, il busto in giacca blu oscillava da una parte e dall'altra. Aveva la massima fiducia in sé stesso. E a ragione: mancavano infatti solo poche ore, e il legislatore dello Stato delTIllmois e docente di legge a contratto avrebbe mosso i primi passi sulla scena nazionale con il famoso discorso introduttivo alla Convention nazionale democratica.
   Era arrivato il suo momento d'oro. E, sebbene ciò fosse accaduto piuttosto velocemente, in maniera inaspettata e in un certo senso strana, con appena qualche settimana di preavviso, ora Obama aveva l'opportunità di dimostrare al mondo che era in grado di giocare nella massima serie. Finalmente. Essendomi occupato di lui per il Chicago Tribune fin dai primi giorni della sua candidatura al Senato degli Stati Uniti più di nove mesi prima, avevo già allacciato dei rapporti con Obama, perciò feci di tutto per non mettermi in mezzo e rimasi a osservare come sarebbe andata a finire quella giornata, a vedere dipanarsi la storia di Barack. Tuttavia, da scettico giornalista quale ero, stentavo a credere che, prima della fine della giornata, tutto sarebbe andato nel migliore dei modi. Stavo ancora cercando di capire se il suo incedere impettito non fosse altro che una recita, se il suo ultimo tiro libero sarebbe rimbalzato via colpendo il bordo del canestro o se invece avrebbe messo a segno il tiro vincente facendosi un nome in tutta la nazione.
   Superato un punto di controllo, approfittando di un momento in cui Obama si era liberato del suo entourage, mi avvicinai furtivamente e gli dissi che, in quell'atmosfera rarefatta, mi sembrava che fosse riuscito a far colpo su molte persone influenti. Obama continuò a guardare dritto davanti senza modificare l'andatura. 

   «Sono come LeBron, ragazzo» rispose, paragonandosi a LeBron James, il teenager dal talento straordinario che a quel tempo faceva furore nella National Basketball Association. «Sono in grado di giocare a questi livelli. Ho la stoffa.»
   Non ne ero così sicuro, perciò mi unii di nuovo al drappello che marciava al suo seguito e mi misi a chiacchierare con uno dei suoi amici più stretti, Marty Nesbitt, che era giunto in aereo da Chicago per accompagnarlo durante la settimana della Convention. Gli chiesi se pensava che il suo amico se la sarebbe cavata quella notte, tenendo conto dell'attenzione mediatica e della pressione politica che aveva addosso.
   «Qualche giorno fa si è seduto con Ted Koppel e fatto canestro, non è vero?» disse Nesbitt. «Barack mi ricorda un ragazzo che giocava nella mia squadra di basket alle superiori, nell'Ohio. In qualunque situazione, il suo gioco era sempre all'altezza. E quando ci serviva un canestro, potevi star certo che lui lo metteva a segno. Sempre.»
   Quella sera, Obama si presentò all'America. Tenne un discorso in-troduttivo di portata storica, talmente ispirato che persino alcuni commentatori di idee conservatrici dovettero riconoscere di essere rimasti commossi. Con la sua voce da baritono, profonda, risoluta e chiara, si richiamò alla filosofia dell'amata madre che credeva nell'esistenza di un'umanità comune, una filosofia che si era radicata in lui fin dall'infanzia. Dichiarò che l'America era una terra di gente di buon cuore, una nazione di cittadini che hanno più cose in comune che punti di contrasto, un paese di individui tenuti insieme da un obiettivo di libertà e opportunità per tutti. «Non esistono un America liberale e un'America conservatrice: esistono gli Stati Uniti d'America. Non ci sono un'America nera e un'America bianca, un'America latina e un'America asiatica: ci sono gli Stati Uniti d'America [...]. Siamo un unico popolo.»
   Nell'arena, molti democratici di vari stati, con alle spalle percorsi di vita diversi e appartenenti a diverse etnie, avevano le lacrime agli occhi. Un po' più in alto, la donna seduta accanto a me sulle gradinate del Fleet Center lanciava grida di gioia: «O mio dio! O mio dio! È un momento storico! Un momento storico!». Mi guardai intorno e, vedendo tutta quella folla piena di energia e di emozione, mi sorpresi a dire ad alta voce, a nessuno in particolare: «Sì, è vero. Stanotte, Barack, sei come LeBron, ragazzo».

© 2008, Cairo Editore

Obama – David Mendell
428 pag., 18,50 € – Cairo Editore 2008 (Storie)
ISBN 978-88-60-52198-9


L'autore



David Mendell,
giornalista originario di Cincinnati, Ohio, ha cominciato a scrivere di attualità e politica nel 1998 per il Chicago Tribune.
In questi anni ha coperto, sempre per il Tribune, eventi di portata nazionale come la strage di Columbine e i disordini di Seattle in occasione della Conferenza ministeriale del WTO.
Vive in Illinois.




27 ottobre 2008 Di Giulia Mozzato


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