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HOME | lunedì 13 febbraio 2012 |
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| Titolo |
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L'aquila e il pollo fritto. Perchè amiamo e odiamo l'America |
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| Autore |
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Zucconi Vittorio |
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| Dati |
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309 p., rilegato |
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| Prezzo |
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€ 18,50 |
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| Prezzo IBS |
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€ 15,73 |
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| Editore |
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Mondadori |
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| Collana |
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Frecce |
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| EAN |
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9788804583066 |
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L'aquila e il pollo fritto. Perché amiamo e odiamo l'America, di Vittorio ZucconiLa vittoria di Barack Obama >>>
“Non c'è evento, dramma, tragedia, crisi, caso umano che non accada anche qui. Abbiamo tutto il bene e il male, con qualsiasi faccia. Tutto quello che volete, qui c'è... Nulla è prevedibile, nulla è impossibile.”
Il libro è aperto da una frase di Churchill che è una perfetta sintesi di quello che in realtà pensa lo stesso Zucconi: "Si può sempre contare sull'America che faccia la cosa giusta, dopo aver esaurito tutte le possibilità di fare quelle sbagliate. " E il nostro amore/odio è un po' quello che caratterizza anche il matrimonio tra l'autore e gli Stati Uniti, matrimonio d'amore, ma molto litigioso.
Terra della libertà, ma uno su dieci dei suoi cittadini è in carcere; severa con chi vi entra regolarmente, ma del tutto indifferente a chi è entrato illegalmente; indebitata fino al collo con la Cina comunista; scialacquatrice di miliardi nella folle guerra irachena, ma avara nel dare la sanità pubblica ai suoi figli....: pazzesche contraddizioni che vengono segnalate già nelle prime pagine e che proprio in quest'ultimo periodo sono emerse in tutta la loro gravità, creando problemi immensi all'economia mondo intero.
Eppure, sostiene Zucconi, l'America è un po' come una droga, come le sigarette, si sa che fa male, ma non si riesce a smettere, perché entra nel sangue. Meno gli americani sanno del mondo (e ne sanno proprio poco, solo il 16% ha o ha avuto un passaporto) più lo vogliono cambiare. E un caso esemplare è proprio la bianchissima candidata vicepresidente di McCain, Sarah Palin. Mai andata all'estero ad eccezione di una capatina in Kuwait a salutare le truppe dell'Alaska e a una vacanza in Irlanda, mediocre in tutto, a scuola come in politica, antiabortista estrema, sembra proprio piacere per queste stesse "doti", considerato il timore diffuso tra gli americani nei confronti dell'intelligenza, della cultura, del cosmopolitismo.
In Europa abbiamo di certo un'idea distorta di come vanno là le cose e se ci lamentiamo per il disamore nostrano per la politica, non abbiamo proprio idea di quello che da tempo succede negli Usa. Lo stesso discorso vale per l'attaccamento alla poltrona o la diffusione di clientela e bustarelle. Del tutto azzeccato quindi il titolo di un saggio del giornalista Greg Palast, L'America è la migliore democrazia che il denaro possa acquistare. Ma c'è un piccolo particolare però che non deve sfuggirci: là i politici imbroglioni vengono sonoramente bastonati nelle urne dagli elettori, mentre noi ce li tramanadiamo di padre in figlio "come una tara genetica".
E un'altra ragione, questa molto più seria, fa sì che si possa amare quella strana miscela di bene e di male che è l'America: la mescolanza, la compresenza, la nuova identità dai mille colori, quell'insieme di popoli che però ne fanno uno solo, quello che da noi ancora è difficile da digerire, insomma l'insalatiera umana che è la faccia più bella dell'America. E poi ad attrarre è anche lo stupore che sempre sa darti l'imprevedibilità di questo paese: non ci si annoia mai, non sono mai possibili previsioni sicure...
Ed eccoci così a vivere il "Primo Secolo Postamericano" come ha detto il giornalista indiano naturalizzato americano Fareed Zakaria, un secolo che è sfuggito di mano agli Usa, e proprio a causa di quella globalizzazione da loro tanto voluta. Eppure c'è ancora tanto del sogno americano se Barack Obama è l'imprevedibile e favoritissimo candidato alla Casa Bianca: "nulla è prevedibile, nell'America che amo, nulla è impossibile" sottolinea Zucconi. Ma tra ironia, davvero intelligente e capace di farci ridere con leggerezza, l'autore sa raccontarci anche la recente storia Usa con occhio critico, sa non avere recitenze nel parlare delle tante tragedie che la più grande potenza mondiale ha provocato fuori dai propri confini e al suo interno, delle armi possedute con la facilità di giocattoli, dei troppi morti scaturiti dalla follia di un momento. Sa parlarci della fiorente industria del sesso "telefonico" e dell'abisso di solitudine da cui nasce, dell'ossessione antisigarette, unico vizio socialmente inaccettabile in America (le sigarette sono vietate anche nei bracci della morte per non danneggiare la salute dei detenuti in attesa di essere giustiziati!)
nelle prime pagine del capitolo finale del libro, Gente d'America, entra nel vivo del momento: le elezioni di novembre. Si parla di Obama "la cui lunga ombra nera si era alzata sopra secoli di storia e di paura, per far battere i cuori di spavento e di speranza, con eguale forza messianica"; si accenna a McCain, "il senatore stagionatissimo, ma pallidissimo", alla "paura della speranza" che l'elegante quarantenne candidato democratico ha creato, alle folli cattiverie inventate dai "neocon" contro di lui. Ma fermiamoci qui, perché questo è l'argomento principe di questi giorni, anche se le altre figure di americani che chiudono il libro, disegnate da Zucconi con la consueta ironica brillantezza saranno una lettura piacevolissima e interessante anche nel dopo elezioni.
Leggiamolo questo libro di Vittorio Zucconi, teniamolo a portata di mano quando ciò che avviene in America ci innervosisce o ci incanta, quando ci sentiamo superiormente europei o debolissimi italiani, quando parliamo di ciò che arriva d'oltreoceano e film, musica, prestigiose università ci creano complessi d'inferiorità. Continuiamo insomma come sempre ad amare e a odiare l'America.
Le prime pagine
Perché vorrei odiare l'America
Ho cominciato a litigare con l'America dal giorno in cui l'ho sposata. Un matrimonio perfetto. Ricordo esattamente la data. Il 10 agosto 1973, il mio arrivo nella «terra dei liberi», nella «casa dei coraggiosi» e nell'albergo scalcagnato sulla Lexington Avenue di Manhattan dove consumai la prima insonne notte di nozze con una sconosciuta creatura chiamata America, senza immaginare che avrei trascorso con lei il resto della mia vita. E che le avrei affidato famiglia, discendenti, debiti, crediti, tasse, speranze, paure e sogni di ricchezza che la sua Borsa di Wall Street mi avrebbe puntualmente rubato. Diventando, parola che mi fa ancora oggi orrore, un «emigrato». Liberiamo subito il campo da un equivoco. Lo so benissimo che si dovrebbe dire Stati Uniti d'America, non semplicemente America, e che anche la Groenlandia, Haiti e la Patagonia sono America, ma se si è confuso Colombo, posso sbagliarmi anche io, che sono della bassa Padana. L'America per noi tutti è quella lì e basta. È quella donnona di ferro bugiarda che si è stancata da un pezzo di accogliere «le masse affrante» e fa costruire agli immigrati clandestini messicani, che sarebbero i loro rom e rumeni, muraglie per tenere fuori gli stessi immigrati clandestini messicani che le costruiranno, ignorando che il 50 per cento degli illegali entrano legalmente con il visto turistico e poi scompaiono nell'oceano di umanità. E vivono senza problemi nell'immenso bacino sotterraneo di quell'universo parallelo chiamato «clandestinità» che nessuno vuole bonificare davvero perché fa comodo a tutti, purché non rompano le scatole. Un po' come l'ipocrisia italiana delle «badanti», no, la badante non si tocca, perché cambia il pannolone al nonno mentre io esco. Ma in compenso riesce a tormentare coloro che entrano con passaporti regolari, soltanto perché - come accadde a un turista italiano all'aeroporto Dulles di Washington nel 2007 - all'ispettore dei passaporti la loro faccia non piace. Il miserello passò un mese in galera senza motivazione, e poi fu rispedito a Roma. Si chiamava Domenico Salerno, era un avvocato ed era andato a trovare la sua fidanzata, che aveva conosciuto mesi prima a Roma. Fosse entrato dall'Arizona a piedi, o nel doppiofondo di un camion, avrebbe potuto farsi una famiglia, diventare nonno e morire nel suo letto. L'America con la quale bisticcio ogni giorno è la cantante che prima di ogni partita di football, di basket, di baseball, di palla avvelenata o di ping-pong gorgheggia l'inno alla «terra dei liberi», mentre tiene un abitante su cento in galera, come neanche a Cuba e in Iran. È la scialacquatrice indebitata fino ai capelli che si fa prestare dai cosiddetti comunisti cinesi mille miliardi di dollari (finora) per fumarseli nel polverone iracheno, quella Fantasyland sanguinosa che dal marzo 2003 produce tali magnifici trionfi che i soldati non possono tornare a casa da tanto che si divertono nel Castello di Biancaneve dove cadono feriti e muoiono a decine di migliaia.
© 2008, Mondadori
L'aquila e il pollo fritto. Perchè amiamo e odiamo l'America – Vittorio Zucconi 309 pag., 18,50 € – Edizioni Mondadori 2008 (Frecce) ISBN 978-88-04-58306-6
L'autore
Vittorio Zucconi ha lavorato per le più importanti testate giornalistiche italiane: «La Stampa», il «Corriere della Sera» e «la Repubblica». Attualmente lavora per quest'ultima testata, come corrispondente dagli Stati Uniti. Dirige il quotidiano on-line «la Repubblica.it» e Radio Capital, oltre a tenere una rubrica su «D - La Repubblica delle Donne» e corsi di storia italiana e giornalismo al Middlebury College in Vermont. Ha pubblicato, tra gli altri, Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), Storie dell'altro mondo (Mondadori, 1997), Il calcio in testa (2003), George (2004) e una raccolta di letture per la scuola medie, Stranieri come noi (Einaudi scuola 1993).
| 27 ottobre 2008 | | Di Grazia Casagrande |
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