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RECENSIONE

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Titolo Una notte in cui la luna non è sorta
Autore Dai Sijie
Dati 279 p., brossura
Prezzo € 18,00
Prezzo IBS € 18,00
Editore Adelphi
Collana Fabula
EAN 9788845923036
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La notte in cui la luna non è sorta, di Dai Sijie

"In una frazione di secondo, il mistero che circondava la frase di mio padre si dissolse e per la prima volta seppi che sarei finito come lui, alla ricerca della parte mancante di un manoscritto, di un sutra mutilato, in altre parole, di una reliquia massacrata."

Dall’autore di un romanzo tra i più amati dai lettori: Balzac e la piccola sarta cinese, Dai Sijie ci conduce nei meandri di una Cina comunista che si interroga e cambia, che è travolta e stravolta dagli eventi in questa nuova avventura dal titolo Una notte in cui la luna non è sorta.
Il manoscritto potrebbe essere la causa dell’assassinio di un grande poeta e dopo mille anni quello stesso rotolo di seta si ritrova tra le mani dell’imperatore Huizong che cerca di scoprire cosa si nasconde dietro quel testo indecifrabile, fino a cavalcare gli anni per giungere all’inizio del Novecento tra gli oggetti dell’ultimo imperatore cinese Puyi che dedica tutta la sua vita nella ricerca spasmodica, quasi maniacale del senso di quello scritto, tanto che preso da un attimo di follia strappa con i denti un brandello dal manoscritto e lo fa cadere dall’aereo che lo conduceva in Giappone.
Ma questa è solo una parte della storia che vede avvicendarsi le gesta di tanti altri uomini a distanza di anni, che metteranno le loro esistenze nelle mani di un oggetto che sembra far perdere la ragione a chiunque ne entri in possesso, tale è il valore discreto che ne possiede.

Questo libro misterioso e intrigante viene paragonato alle scatole cinesi al cui interno ci sono altre scatole, con storie di vita diverse, pensieri contrastanti, momenti lontani secoli gli uni dagli altri, ricordi, frammenti di diari, fino ad arrivare al contenitore più piccolo che ha al suo interno il significato che ha intriso di valore tutto il resto. Scatola cinese o matrioska russa, il senso non cambia. Bisogna solo scoprire quello che c’è al suo interno, forse nient’altro che la stessa figura di quella che la contiene, o forse qualcosa di molto affascinante, da cui ci si lascia sedurre e non si può far a meno di liberare.

Le prime pagine

Chiamiamolo pure reliquia mutilata, quel brandello di testo sacro scritto in una lingua ormai scomparsa su un rotolo di seta che, vittima di una violenta crisi di follia, fu strappato in due, non da mani, né da pugnale o forbici, ma letteralmente dai denti di un imperatore infuriato.
Il mio incontro casuale con il professor Tang Li in una sala riunioni dell'Hotel di Pechino, verso la metà del luglio 1978, e le sue rivelazioni su quel tesoro brillano ancora oggi come un piccolo cerchio di luce nel labirinto nebbioso e vago a cui si sono ridotti i miei ricordi della Cina.
Per la prima volta in vita mia venivo pagata per fare da interprete in una riunione preparatoria organizzata da una major di Hollywood sulla sceneggiatura dell'Ultimo imperatore, che sarebbe diventata quella superproduzione che tutti conoscono, coronata da nove o dieci oscar, e che totalizzò cifre faraoniche ai box-office. Con il benestare dell'Università di Pechino, dove ero iscritta come studentessa straniera nel dipartimento di letteratura cinese, munita di un taccuino acquistato il giorno prima per l'occasione, mi diressi all'Hotel di Pechino, nel pieno di un pomeriggio d'estate in cui la calura mutava tutto in vapore, e trasformava la città in una caldaia dove si bolliva a fuoco lento. Tra gemiti di agonia, le ruote della mia bicicletta sprofondavano nell'asfalto appiccicoso, rammollito dal caldo, dal quale si alzavano spirali di azzurrini filamenti di fumo. All'ingresso del grande albergo di otto piani, all'epoca l'unico grattacielo della città, regnava un'eccitazione frenetica. La porta girevole era presa d'assalto da una turba chiassosa di cinquanta, cento, duecento persone, impossibile dirlo, che, a giudicare dagli accenti, arrivavano da ogni angolo della Cina: genitori carichi di provviste e bambini con una custodia di violino in spalla, vestiti con giacca e cravatta, o papillon, e una camicia bianca abbottonata fino al collo, sebbene alcuni di loro avessero a stento sei o sette anni e facesse un gran caldo. Appena compariva nella hall un bambino accompagnato dal padre o dalla madre, si scatenava immediatamente una sommossa: gli altri si precipitavano su di loro, si accalcavano tutt'intorno, li assalivano di domande, si spazientivano, discutevano concitati... Parevano una folla di rifugiati che si spintonano esasperati davanti a un'ambasciata. Alla fine capii che aspettavano tutti un'audizione privata, concessa da Yehudi Menuhin, che veniva in Cina una volta all'anno per una missione insieme artistica e caritatevole, nonché foriera, per lui, di una discreta pubblicità: stanare uno o due bambini prodigio, un nuovo Mozart cinese. Per i violinisti in erba rappresentava un'occasione d'oro, la possibilità insperata di partire per gli Stati Uniti ed essere ammessi alla scuola di musica diretta dal maestro in persona.

© 2008, Adelphi

Una notte in cui la luna non è sorta – Dai Sijia
279 pag., 18 € – Edizioni Adelphi 2008 (Fabula)
ISBN 978-88-45-92303-6  


L'autore



03 ottobre 2008 Di Alessandra Galdiero


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