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RECENSIONE

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Titolo L'America e gli americani e altri scritti
Autore Steinbeck John
Dati 336 p.
Prezzo € 19,50
Prezzo IBS € 19,50
Editore Alet Edizioni
Collana Diorami
EAN 9788875201012
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L'America e gli americani e altri scritti di John Steinbeck

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Un libro che raccontando l'America di ieri, con la passione di un americano che vede nel suo paese luci ed ombre, ma soprattutto grandi potenzialità e speranze, ci fa meglio capire l'America di oggi e quello che potrebbe ancora rappresentare domani per il mondo intero.


Vero simbolo della letteratura americana del secolo scorso, Steinbeck ha rappresentato per una generazione di scrittori un emblema dello spirito americano, oltre che un modello letterario. Il suo stile, rapido, incisivo, senza orpelli o aggettivi di troppo, sarà un riferimento per innumerevoli scrittori del Novecento. Ora si offre ai lettori italiani la possibilità di leggere, raccolti in volume da Alet, 34 scritti brevi, per lo più inediti, che Steinbeck scrisse nel corso della sua vita. Interventi critici, articoli, resoconti di viaggio, pagine di diario che regalano “un distillato dello spirito dell’America e della sua gente” che prende le mosse, come lui stesso dichiara “da curiosità, impazienza, un po’ di rabbia, e un amore appassionato per l’America e gli americani”.
Dai reportage del 1936 sulla condizione dei braccianti agricoli in California che ispirarono Furore, all’ultimo libro scritto prima di morire, L’America e gli americani , poi  il sostegno alla guerra in Vietnam, Lili Marleen, i reportage dal fronte, la guerra fredda, l'anticomunismo e l’avversione per la caccia alle streghe maccartista, il ritratto degli uomini che hanno fatto l’America, fra cui Woody Guthrie e Arthur Miller, Robert Capa ed Ed Ricketts, la polemica scatenata dalla lettera aperta di Ezio Taddei sull’“Unità” e la risposta patriottica di Steinbeck...

Mi soffermerò un attimo sull’introduzione al volume di Bruno Osimo, “There’s no there there”. Osimo esamina le posizioni di Steinbeck a sostegno della guerra del Vietnam. Siamo nel 1967 e lo scrittore si reca in Vietnam dove combattono i suoi due figli. Il suo giudizio pare del tutto disincantato. Orrori ne hanno commessi gli americani, ma ci sono stati innumerevoli abusi anche dall’altra parte, entrambe le parti in questione non erano esenti da interessi politici sopranazionali e da manipolazioni ideologiche della popolazione: a rimetterci sempre e comunque, i civili. Queste posizioni lo fecero giudicare in patria un "falco" e lo penalizzarono molto. Ma come gli capitò per un altro tema scottante (le bombe atomiche americane sul Giappone), la sua posizione non sarebbe stata immutabile. In un successivo periodo non lesinò critiche e giudizi taglienti sull'operato in Vietnam.
Proprio per questo, sottolinea Osimo, è difficile catalogarlo e inserirlo in una “categoria” come destra o sinistra. Certa invece è la sua attenzione per i poveri, i diseredati di cui parlò non solo per sentito dire, ma andando, come fosse un cronista, di persona a constatare come vivessero, quali fossero i loro problemi e i loro drammi, forte anche delle sue origini umili che non fecero mai di lui un raffinato intellettuale newyorchese anche se visse a lungo in quella metropoli.

Senza esaminare ogni singolo scritto raccolto nel volume, mi soffermerei su alcuni brani che permettono al lettore di capire meglio questo scrittore, apparentemente così esplicito, ma molto più complesso di quanto si creda.
Molte pagine sono dedicate ai suoi “luoghi del cuore”: Salinas, San Francisco, la penisola di Monterey, New York, Sag Harbor…
 La descrizione del suo arrivo a New York è davvero significativa: pochissimi soldi in tasca, orrore per la metropoli, solitudine assoluta, un lavoro fisico dequalificato e poi, con l’aiuto di uno zio, la collaborazione per pochi soldi con un giornale: Il cammino verso il benessere è iniziato.

Io non c’entravo nulla con New York…”, “E la città si avvicinava furtiva, fredda e senza cuore…” ,Laddove al mio primo tentativo New York era un’oscura, immensa frustrazione, la seconda volta divenne la Tentazione, e io un sant’Antonio di periferia…”,Non credo che New York sia come le altre città. Non ha carattere come Los Angeles o New Orleans. È tutti i caratteri, anzi, è tutto. Può distruggere una persona ma, se ha gli occhi bene aperti, è impossibile che l’annoi…”: queste e altre  frasi ben descrivono il suo rapporto di amore-odio, attrazione-repulsione per quella città.


Torniamo in California e leggiamo alcuni brani dedicati ad uno dei periodi più difficili, per i più poveri o per chi lo è diventato, della storia americana del secolo scorso, quello che segue la Grande Depressione. L’interesse è davvero grande perché la situazione odierna dell’economia americana ci fa spesso ripensare a quegli anni, e soprattutto perché le difficoltà degli strati più deboli in periodi di crisi sono sempre le stesse.
Questa attenzione alle sofferenze appare anche dal pezzo dedicato a Woody Guthrie che si apre con questa affermazione: “Le canzoni dei lavoratori sono sempre state la loro espressione più sincera, ed è l’unica espressione che non si può distruggere. Si possono bruciare i libri, comprare i giornali, si possono vietare manifesti e volantini, ma non si può impedire di cantare ”.


Certamente però, nelle contraddizioni che lo contraddistinguono, pur nella fedeltà appassionata al suo Paese e alla democrazia, Steinbeck è soprattutto uno scrittore. Anche il discorso di accettazione del Nobel nel 1963 ci dà la misura dell'uomo. Una frase valga per tutte: “Sostengo che uno scrittore che non creda con passione nella perfettibilità dell’uomo non abbia dedizione né faccia parte della letteratura .”

QUALCHE BRANO TRATTO DAL VOLUME


                                                                   Lili Marleen

                                                [“The New York Herald Tribune”, 1943]


Londra, 12 luglio 1943

Questa è la storia di una canzone. Si intitola Lili Marleen ed è stata scritta in Germania nel 1938 da Norbert Schultze e Hans Leip.
A suo tempo cercarono di pubblicarla, ma fu rifiutata da una ventina di editori. Fu poi presa da una cantante, Lale Andersen, una ragazza svedese, che ne fece il suo cavallo di battaglia. Lale Andersen ha una voce roca ed è quello che si potrebbe chiamare “il tipo Hildegarde”.
Lili Marleen è una canzone semplicissima. Il primo verso dice: “Sotto il lampione, vicino alla piazza della caserma, incontravo Marleen e lei era giovane e bella”. La canzone era così semplice. Continuava raccontando di Marleen, a cui prima piacciono
i galloni, poi le bande trasversali. Marleen incontra varie persone finché, finalmente, conosce un brigadiere, che è quello che ha sempre voluto. Da noi c’è una canzone che ha all’incirca lo stesso cinismo divertito.
Lale fece poi un disco, e nemmeno quello divenne molto famoso.
Ma una sera la radio tedesca di Belgrado, che mandava i programmi agli Afrika Korps di Rommel, scoprì che, per colpa di un piccolo bombardamento, non aveva più molti dischi, e che tra i pochi dischi incolumi c’era la canzone Lili Marleen. Fu messa
in onda in Africa e il mattino dopo la canticchiavano gli Afrika Korps, che scrissero alla radio perché la ritrasmettessero.
La notizia della sua popolarità in Africa giunse a Berlino, e la signora Goering, un tempo cantante lirica, cantò Lili Marleen a un gruppo selezionatissimo di nazisti (sempre che di loro si possa parlare in questi termini). La canzone ebbe subito molta popolarità e veniva trasmessa regolarmente alla radio, finché Goering se ne stufò, e corre voce che, dato che l’incostanza è tabù per certe orecchie naziste d’alto rango, fu suggerito di assassinare la canzone senza destare scalpore. Ma intanto Lili Marleen era sfuggita di mano. Lale Andersen era ormai conosciuta come l’“angelo dei soldati”. Era una pin-up. La sua voce roca si diffondeva dai fonografi portatili nel deserto.

Finora, Lili era solo un problema tedesco, ma ora l’8a armata inglese comincia a fare prigionieri e tra le spoglie di guerra riceve Lili Marleen. E la canzone infuocò l’8a armata. Gli australiani la canticchiavano cambiando le parole. Le autorità esitavano,
domandandosi se fosse una buona idea lasciare che una canzone tedesca su una ragazza non proprio specchio di tutte le virtù diventasse la canzone preferita dell’esercito britannico, perché ormai la cosa aveva preso piede nella 1a armata e gli americani cominciavano a farne arrangiamenti a cappella a ritmo sincopato.
Se le autorità avessero deciso di mettere al bando la canzone, non avrebbero certo fatto bella figura. Era sfuggita di mano. L’8a armata sul campo se la cavava benone,
e si decise di considerare Lili Marleen prigioniera di guerra, cosa che sarebbe successa comunque, con o senza il beneplacito delle autorità. Così Lili si diffuse tra le Forze americane stanziate in Africa. L’Office of War Information sollevò la questione e decise di tenere la melodia, ma di creare un nuovo testo antinazista.
Chissà se la cosa funzionerà. Lili Marleen è internazionale. C’è il sospetto che si faccia vedere accanto alle mura delle caserme: giovane e bella e incorruttibilmente mutevole.
Con una canzone così non c’è niente da fare, tranne lasciare che si diffonda. Non c’è nessun bisogno che le canzoni di guerra parlino della guerra. Anzi, succede di rado. Nell’ultima guerra, Madelon e Tipperary non c’entravano nulla con la guerra. La
grande canzone australiana di questa guerra, Waltzing Matilda, parla di un furto di pecore. Probabilmente in America qualche gruppo attaccherà Lili, innanzitutto perché è una nemica straniera, e in secondo luogo perché non è un modello di specchiata
moralità. Questi attacchi avranno poco effetto. Lili è immortale.
Il suo semplice desiderio di conoscere un brigadiere non ha certo il copyright tedesco. La politica può essere dominata e nazionalizzata, ma le canzoni scavalcano i confini. E sarebbe divertente se, dopo tutto il caos e gli Heil!, tutte le marce e l’indottrinamento, l’unico contributo dato dai nazisti al mondo fosse Lili Marleen.


L'autore


John Ernst Steinbeck (Salinas, California 27 febbraio 1902 – New York, 20 dicembre 1968) è stato uno scrittore statunitense tra i più noti del '900, autore di numerosi romanzi, racconti brevi e novelle.
Fu per un breve periodo giornalista e cronista di guerra nella seconda guerra mondiale.
Nel 1962 gli fu conferito il Premio Nobel per la letteratura.

Fra le sue maggiori opere: Pian della Tortilla, Uomini e topi, Furore, La luna è tramontata, La valle dell'Eden, In viaggio con Charley.

Le opere di Steinbeck su Wuz
 





27 ottobre 2008 Di Grazia Casagrande


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