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RECENSIONE

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Titolo I boss di Chinatown. La mafia cinese in Italia
Autore Rossi Giampiero; Spina Simone
Dati 208 p., brossura
Prezzo € 14,00
Prezzo IBS € 12,60
Editore Melampo
EAN 9788889533239
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I boss di Chinatown. La mafia cinese in Italia di Giampiero Rossi e Simone Spina

"il merito di questo libro, il valore dello scrupoloso lavoro di ricerca e di analisi che Giampiero Rossi e Simone Spina hanno svolto, dotandolo del brio narrativo e della vivacità aneddottica suggeriti dalle cronache, sta proprio nel quadro d'insieme che viene offerto alla nostra consapevolezza e alla nostra intelligenza. E che rappresenta un implicito, efficacissimo invito a non perdere tempo. A non perdere tempo ancora una volta. Il che dipenderà da noi. Dalle istituzioni, a tutti i livelli, e dall'opinione pubblica. Chiamate insieme, ancora una volta, a fare tesoro della storia."
                                                                                 dall'Introduzione di Nando dalla Chiesa

Dalla Chiesa, Caselli, Colombo, Rossi: un incontro sulla mafia cinese in Italia  


Si parte da un dato: "gli investigatori stimano che, tra capi e sottocapi, nel nostro paese siano almeno duecentocinquanta i boss di un certo rango. Un'élite criminale pressoché invisibile che controlla territori ben delimitati". Informazione indispensabile per iniziare a leggere il libro.  
Vengono poi raccontati, con un ritmo da thriller, alcuni episodi criminali: si vedono vittime e carnefici, spesso giovanissimi, talvolta mandati da alcuni "intoccabili", altre volte attivi  spontaneamente. E le vittime? Prima di tutto gli immigrati fatti entrare clandestinamente nel nostro paese e collocati presso un padrone in cambio di un nutrito "prezzo d'ingresso". Indagini, riscontri, qualche pentito: alcuni passi avanti si sono fatti per sgominare (almeno in piccola parte) questo traffico di esseri umani. Eppure, come dice il sostituto procuratore Rossana Penna, "secondo le stime dell'Organizzazione mondiale per il turismo, si prevede che dal 2010 saranno più di cento milioni i cinesi che si recheranno nei paesi dell'Unione europea".
Che i cinesi non muoiano mai, o meglio che i cadaveri vengano nascosti per passare ai nuovi arrivati la loro identità è una leggenda metropolitana e i dati la smentiscono pienamente. Ma se i morti ci sono, ed è sufficiente una piccola indagine nei cimiteri delle nostre città, i vivi arrivano sempre più numerosi, lavorano e si arricchiscono, talvolta anche con traffici illeciti.

Il libro passa così ad esaminare un secondo livello, dopo quello dell'immigrazione clandestina, quello relativo alle gang dei quartieri cinesi. La prostituzione è da poco entrata nel giro dei guadagni illeciti dei cinesi, circa dal 1998, ma ha sbaragliato la concorrenza: prezzi bassi, molta docilità, l'offerta di eterne adolescenti molto attraenti. Per convincere le ragazze i metodi sono estremamente brutali tanto da configurarsi il reato di riduzione in schiavitù. Ma alle giovani donne fatte giungere in Italia vengono offerte, per fortuna, anche altre opportunità: essere badanti o baby sitter, comunque essere impiegate in occupazioni relative alla cura di cinesi abbienti.

Imprenditori per istinto i cinesi hanno creato delle vere e proprie enclave in cui appartamenti, negozi e botteghe sono di loro proprietà: "e la conquista del territorio, si sa, è uno dei presupposti fondamentali per lo sviluppo e la solidità di qualsiasi organizzazione criminale. Lo sanno bene i mafiosi di Palermo e di Little Italy a New York, ma anche i loro colleghi cinesi al di là di Canal Street, dell'Esquilino, di Prato e di via Paolo Sarpi".

Tutti conosciamo la concezione quasi sacrale del lavoro dei cinesi e che molti di loro, per risparmiare, chiedono di poter dormire nei laboratori, ma in quelle stanze piccole e insalubri si consumano vite. Molti imprenditori intanto, in stretto collegamento con la criminalità, si arricchiscono a dismisura potendo offrire prodotti a prezzi stracciati, impossibili per la concorrenza. Così rimesse all'estero altissime possono diventare anche un canale per il denaro che proviene dall'illecito, dalla corruzione e dall'evasione fiscale. Così come banche clandestine, sorte nel nostro paese e mimetizzate da innocenti centri di servizio, ingoiano miliardi provenienti da ogni tipo di affere. In ogni caso la ricchezza cinese sul nostro territorio, aumentata in dismisura negli ultimi anni, influenza e influenzerà inevitabilmente anche la nostra economia.


Ma i reati economici sono solo un aspetto della criminalità cinese attiva sul nostro territorio: estorsioni, sequestri di persona, coltelli che volano, bande giovanili pronte a tutto, omicidi su commissione, delitti d'onore...
Esiste poi un terzo livello: i clan mafiosi che stanno stringendo rapporti con mafia e camorra nostrane, clan che hanno, come avviene per tutte le mafie, rituali di iniziazione antichi e che ne hanno inventati di nuovi.
Il centro operativo di uno dei maggiori clan mafiosi è Parigi, dove vive la più grande comunità cinese d'Europa. Ed è da là che molte operazioni vengono dirette. E da là, da Bangkok e da Hong Kong partono anche tutte le direttive per il traffico di eroina.  Molte di queste informazioni arrivano agli inquirenti grazie ad alcuni pentiti cinesi che ipotizzano anche legami dei boss con uomini politici italiani...


Capire che cosa si nasconde dietro ad alcune storie, entrare in quel mondo misterioso, ecco che cosa  permettono al lettore i due autori con una capacità narrativa  incredibile che, pur  restando fedele agli eventi, non fa mancare mai la suspence. Un vero saggio, ma col fascino del romanzo insomma e così ricco di notizie circostanziate e precise che difficilmente un lettore anche attento dei quotidiani ha mai potuto leggere. Certamente la stampa sottovaluta il fenomeno che, come viene qui dimostrato, richiederebbe molta attenzione. Se ne parla al momento del fatto di sangue, poi cala il silenzio. Proprio per questo particolarmente meritoria è l'opera dei due autori, risultato di un lavoro di indagine attento. Quando si trovano dei giornalisti che sanno fare il loro mestiere si  riesce ad avere ancora fiducia nella funzione della stampa: non dovrebbe essere un caso isolato, purtroppo lo è. Un consiglio: questo è davvero un libro che vale la pena di leggere.



Le prime pagine


                                                                  Introduzione
                                                           di Nando dalla Chiesa


Anche parlando della mafia cinese in Italia è obbligatorio partire da un aureo principio. Se c'è una cosa che non si può fare, che non si può più fare, di fronte all'insorgenza di un fenomeno criminale, è perdere tempo. Perdere tempo a vederlo, a rilevarlo nelle mappe cittadine, negli intrichi di affari che nascono, nei delitti di tipo nuovo che irrompono o si insinuano nelle cronache giudiziarie, nelle dinamiche demografiche retrostanti. Perdere tempo a contrastarlo sulla strada, nel reticolo degli esercizi commerciali che offrono o fungono da riparo, nei luoghi canonici di incontro, organizzazione e reclutamento, negli snodi e nei collegamenti internazionali. Perdere tempo ad analizzarlo, a dotarsi delle banche dati e dei network operativi e di intelligence nazionali e internazionali necessari a combatterlo con strategie adeguate. Perdere tempo, infine, a segnalarlo con il dovuto rigore alle istituzioni politiche e all'opinione pubblica affinchè elaborino tempestivamente le risposte necessarie: sul piano legislativo e operativo, ma anche della sensibilizzazione e dell'orientamento dei cittadini. E naturalmente non si può perdere tempo proprio nell'allestimento di queste risposte, a partire da quelle politiche.

Il guaio è che il nostro sistema della sicurezza nazionale è caratterizzato proprio da una fisiologica tendenza alla perdita di tempo. Che si è storicamente ripetuta di fronte a ogni forma di criminalità organizzata. Per cicli, in modi diseguali, con intensi¬tà e responsabilità diverse. Ma che si è verificata sempre. È accaduto di fronte a Cosa Nostra siciliana, allorché la perdita di tempo è stata tutt'uno con la (consapevole) scelta di una quieta convivenza. È accaduto con la camorra, a intervalli quasi regolari. È successo con la 'Ndrangheta. Ma anche con il terrorismo politico. È un meccanismo che a volte sembra avere in sé qualcosa di ineluttabile. Che sembra obbedire a una sorta di legge bronzea della nostra storia istituzionale. Una legge non scritta che si nutre del lassismo autoritario al quale (nonostante alcune importanti innovazioni di costume e di cultura) si ispira mediamente il modello di intervento delle nostre forze dell'ordine. Che si alimenta poi dello straordinario divario che vi è tradizionalmente tra la reattività (bassa, burocratica) delle nostre istituzioni investigative e repressive nelle fasi della ordinaria quotidianità e la reattività (alta, professionale) nelle fasi dell'emergenza. Che si rafforza ulteriormente grazie al deficit di responsabilità che caratterizza la classe dirigente politica, usa trascinare il dibattito sugli interventi legislativi in una infinita rete di contrasti ideologici e di "posizionamento" per giungere solo davanti alle tragedie e alle emergenze a scelte normative e ad atteggiamenti culturali adeguati.
Ecco, il caso della criminalità organizzata cinese sembra illustrare perfettamente i meccanismi di questa legge bronzea. La natura pacifica della presenza di etnie provenienti dalla Cina nella storia del paese ha senz'altro contribuito a sopire preoccu¬pazioni e curiosità investigative verso "il nuovo che avanzava" dall'Oriente. A impedire che, di fronte alla moltiplicazione degli arrivi cinesi in Italia e ai relativi segnali di anomalie, scattassero allarmi tempestivi nella pubblica opinione così come è accaduto, talvolta con accenti di isteria civile, di fronte alle improvvise ondate migratorie di altre etnie, giunte a scaglioni dagli anni Novanta in poi. Si è pensato cioè, per lo più, che ci si trovasse davanti all'afflusso di nuove, più larghe quote di una popolazione già insediata e che non si era mai distinta per creare alle autorità nazionali problemi di ordine pubblico. I cinesi? Brava gente, laboriosi, si fanno tutti i fatti loro, commerciano e crescono nella ristorazione. I cinesi? Non si integrano molto con il resto della popolazione, questo è vero. Ma non si ha notizia di effettive minacce alle nostre leggi e alle regole primarie della convivenza civile. Quale attenzione poteva mai suscitare dunque l'arrivo repentino di decine di migliaia di immigrati dalla Cina in un paese accogliente per tradizione e le cui grandi città ambivano anzi a valorizzare, specie nei servizi del tempo libero, i tratti del proprio cosmopolitismo?

© 2008, Melampo

Giampiero Rossi e Simone Spina - I Boss di Chinatown
208 pag., 14 € – Edizioni Melampo 2008
ISBN 978-88-89-53323-9


Gli autori

Giampiero Rossi
Giornalista, scrive per l’Unità. È autore, con Mario Portanova e Franco Stefanoni, di Mafia a Milano (Editori Riuniti,1996) e con Simone Spina de Lo spaccone. La vera storia di Umberto Bossi (Editori Riuniti, 2004). Per Melampo ha già pubblicato Le memorie di Adriano (quello vero) (2005), scritto con Luigi Ferro.

Simone Spina
Giornalista, lavora a Sky Tg24. Nel 2004 ha pubblicato Lo spaccone. La vera storia di Umberto Bossi, scritto insieme a Giampiero Rossi.


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28 luglio 2008 Di Grazia Casagrande


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