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RECENSIONE

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Titolo Chie-chan e io
Autore Yoshimoto Banana
Dati 142 p., brossura
Prezzo € 10,00
Prezzo IBS € 10,00
Editore Feltrinelli
Collana I canguri
EAN 9788807701962
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Chie-chan e io di Banana Yoshimoto

"Erano sei anni che Chie-chan e io abitavamo insieme.
Nel frattempo, lei aveva compiuto trentacinque anni e io quarantadue.
Non immaginavo che avrei passato così la mia età matura.
Due testarde ex ragazze che dividevano l'appartamento e la vita."


Una grande capacità di descrivere sensazioni anche normali, quotidiane, ma che una volta lette ci si accorge che non erano mai state raccontate così prima, l'intelligenza di scegliere una linea di scrittura e non deviare mai da quella - pur mutando le storie e i personaggi -, la conoscenza profonda dell'animo femminile e delle figure di giovani donne, hanno fatto di Banana Yoshimoto una scrittrice amata e ricercata costantemente dal suo pubblico, ma anche scoperta di volta in volta da nuovi lettori e lettrici.
Gli italiani sono stati tra i primi a scoprire il suo lavoro, popolare prima solamente in Giappone, e tra i primi a invitarla per conoscerla. Per questo probabilmente lei non dimentica l'Italia, dove viene volentieri con una certa regolarità, e inserisce per la prima volta in questo romanzo un po' del nostro Paese.


Con il taglio minimalista e la sensibilità che la caratterizza, Banana Yoshimoto apre il suo libro con un confronto-scontro intimo tra l'egoismo e l'altruismo della protagonista, Kaori, una donna non più giovanissima che vive con una cugina che è anche una cara amica. 
Kaori sta cenando in un ristorante italiano, ma nel corso della cena arriva un sms sul suo cellulare in cui l'amica l'avvisa che è stata ricoverata in ospedale, nulla di grave ma è evidente che ha bisogno di lei. Kaori esita e pensa se godersi la serata, il cibo, la spensieratezza del momento e poi rispondere, o perdere tutto questo e scegliere di andare dall'amica Chie-chan. Un'esitazione, un pensiero che potrebbe appartenere alla vita di tutti, ma che difficilmente troveremo descritto in un romanzo.


Con ritratti di normalità come questo si sviluppa la storia delle due donne, del loro rapporto, con pensieri come "nel monotono scorrere dei giorni, Chie-chan era diventata una presenza quotidiana, un'immagine così abituale che finivo a volte col dimenticarne il valore"; o "non ho la minima idea se Chie-chan andrà a comprare i semi e le piantine di ipomea, se andrà in giro a cercare un computer di seconda mano, o se resterà tutto il giorno a casa a fare le puzie. Ma a guardarla, mi sento felice"; "Chie-chan era Chie-chan, un'esistenza neutrale"...
Le protagoniste dei suoi romanzi, malgrado siano donne che potrebbero rispecchiare l'autrice, non lo sono mai, rappresentando invece figure esterne che lei interroga, atteggiandosi a intervistatrice. Sono comunque sempre quelle donne che il lettore attende di trovare in queste pagine e non ne viene mai deluso.
"Non è un romanzo molto profondo, è un romanzo leggero che si legge per divertirsi", così lo descrive la stessa Yoshimoto. 
Forse tutti i suoi romanzi sono così, profondi ma leggeri, fanno arrivare il lettore in certi passaggi nell'oscurità abissale dell'oceano, ma per la maggior parte del tempo lo lasciano galleggiare in superfice, alla luce del sole.

Titolo originale: Chiechan to watashi
Traduzione di Giorgio Amitrano


Le prime pagine

   È accaduto d’estate. Chie-chan, la mia compagna d’appartamento, aspettando che scattasse il semaforo si era sporta un po’ dal marciapiede. Una moto imboccò la curva a tutta velocità e lei, per schivarla, fu investita da una macchina e subito dopo trasportata in ospedale con un’ambulanza.
   Mi chiedo adesso se non sia stato allora che qualcosa cominciò a muoversi.
   Le cose che ci sembrano uguali e stabili in realtà scorrono in modo impercettibile e si modificano, lasciando sempre intravedere qua e là dei segnali. Come in un caleidoscopio, basta il più piccolo movimento e il mondo si trasforma rapidamente.
   Può sembrare che il cambiamento non sia stato importante, ma se ci si volta indietro di colpo, il paesaggio di prima si è già dissolto e non lo si può più ritrovare. È un processo che si ripete all’infinito. Così il mondo può espandersi senza limiti, e di questo movimento si possono anche cogliere i segnali.

   In quel momento ero in un ristorante italiano e stavo bevendo uno squisito champagne ghiacciato. Scendeva la sera, e avevano appena cominciato ad accendere delle bellissime luci.
   Naturalmente avevo il cellulare spento, ma mentre ero in bagno, colta da un presentimento improvviso, lo accesi. Il display segnalava un messaggio vocale. Ascoltai: era la voce di Chie-chan che diceva: “Sono stata investita da un’auto e mi trovo al pronto soccorso dell’Ospedale di N, nell’ala est”.
   Ne fui sconvolta al punto che per un attimo tutto si annebbiò, poi mi resi conto che, se parlava con un tono di voce così normale, non era certo in pericolo di vita. Allora, un po’ più calma, tornai al mio tavolo. Ma ero ancora talmente scossa da non riuscire a riordinare i pensieri.
   Da un momento all’altro mi avrebbero servito il mio piatto. Ero ospite di altre persone, la cena non era ancora iniziata ed eravamo nel pieno della conversazione. Potevo andarmene così?
   Per un istante esitai. Odiai me stessa per questo, ma esitai. Mi dissi: E se facessi finta di non aver sentito il messaggio, solo per queste due ore?
   Però, pensai, se rimanessi qui fino alla fine della cena, in che stato d’animo mangerei? Avrei la sensazione di masticare sabbia, sarei sempre più nervosa, impaziente di finire.
   Pensai che ogni boccone avrebbe perso il suo sapore, come il cibo delle veglie funebri.
   Se invece mi fossi imposta di non pensarci, e avessi scelto di mangiare con calma, gustando la cena, sarei stata male dopo. Se trascinata dalla situazione mi fossi comportata così, sentivo che poi, nel ripensare a quel momento, avrei disprezzato me stessa per essere restata lì a mangiare con piacere. Ero sicura che mi ci sarebbero voluti anni per superare quel senso di colpa.
   Sebbene fossi sconvolta, avvertivo che quella sensazione era molto simile a un’altra. Ma a quale? E frugando dentro di me capii: era come quando, spinti da un impulso, si tradisce. Forse le sensazioni erano simili perché entrambe legate al desiderio. Pensai che la forza dei cibi appetitosi era molto più potente di quanto immaginassi, ed era il tipo di tentazione a cui le persone oggi soccombono con maggiore facilità.
   Per fortuna non era una cena a due, e questo mi rese più semplice allontanarmi. Spiegai la situazione agli altri tre, fra cui un’amica di mia zia (che è anche il mio capo), e mi profusi in scuse. Chiesi scusa anche al padrone del ristorante che, premurosamente, insisté perché mangiassi almeno un boccone prima di andarmene. Subito mi portarono delle tartine. Le mangiucchiai in fretta, mandai giù ancora un sorso di champagne, e andai via.
   Fino al momento di uscire, sentendomi in imbarazzo, avevo agito in modo incerto, ma appena misi piede fuori dal ristorante mi congratulai con me stessa per la decisione presa.
   In strada si respirava l’aria calda di una sera di piena estate.
   Fermai un taxi e vi salii al volo.

© 2008 Giangiacomo Feltrinelli Editore

Banana Yoshimoto - Chie-chan e io
140 pag., 10,00 € - Edizioni Feltrinelli 2008 (I Canguri)
ISBN 978-88-07-70196-2


L'autrice



09 luglio 2008 Di Giulia Mozzato


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