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HOME | domenica 27 maggio 2012 |
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La bambina che sapeva troppo di Catherine O'Flynn"Era la parte sotterranea del centro commerciale, accanto ai capolinea degli autobus, riservata alle attività commerciali non di prestigio e dozzinali: negozi di chincaglieria, farmacie da quattro soldi, finti rivenditori di profumi, macellai maleodoranti, venditori ambulanti di abiti infiammabili. Il loro odore si mescolava con quella della polvere bruciata proveniente dagli impianti di riscaldamento situati in alto e la facevano stare male. Questo era il punto in cui al massimo osavano avventurarsi i passeggeri che viaggiavano con Kate."
Kate Meaney non era una bambina come tutte le altre. La sua mamma se n’era andata quando lei aveva cominciato a muovere i primi passi e non aveva nessun ricordo di questa donna.
Il suo papà, invece, con i suoi sessantuno anni, era molto più anziano dei genitori dei compagni di Kate, ma era considerato dalla figlia almeno cento volte più interessante e intelligente: insieme si divertivano così tanto che non c’era posto nella loro vita per un’altra persona, nessuno spazio che dovesse essere riempito da una madre. Nei fine settimana, facevano gite in cimiteri interessanti, officine del gas, fabbriche, aree dimenticate della città, mentre durante la settimana, ogni sera, guardavano la TV sperando che ci fosse un vecchio film di gangster, detective, cattivi, donne fatali, ombre e pistole.
Forse fu così che Kate cominciò ad appassionarsi alla ricerca di qualche criminale, o forse grazie a quel regalo, un libro dal titolo Come diventare detective, che le aveva aperto gli occhi sulle possibilità che le si aprivano davanti: acciuffare veri fuorilegge, rapinatori di banche, rapitori…
Una mattina, però, Kate si era svegliata senza sentire i soliti rumori provenienti dalla cucina: aveva trovato il padre steso sul pavimento della camera da letto - il volto sembrava arrabbiato e la guardava fisso. Morì all’ospedale qualche ora dopo e da quel momento la vita della ragazzina era stata diversa: sua nonna andò a vivere con lei, cucinò per lei, ma non seppe mai farle da mamma. A Kate non restò che fondare la Falcon Investigazioni e occupare la mente con liste, sorveglianze, rapporti, progetti. Lavorava sodo a scuola, stava buona, andava a sedersi nel negozio della porta accanto con Adrian, il figlio del signor Palmer, il giornalaio; non conosceva nessuno dei bambini che vivevano lì vicino – l’unica che la incuriosiva e che suscitava la sua ammirazione era la ribelle Teresa Stanton -, ed era felice solo nel suo ufficio, nella sua stanza, con Mickey, uno scimpanzè imbottito, e le sue pratiche investigative.
Kate abitava ad una corsa d’autobus di distanza dal Green Oaks Shopping Centre, un gigantesco centro commerciale, costruito solo un anno prima, nel 1983 - il primo a sorgere su un terreno industriale abbandonato, lontano dal centro cittadino. Con i suoi centotrentanovemila metri quadrati, 479.000 clienti nella sola settimana di Natale, diciannove ascensori e diciannove chilometri di passaggi di servizio, era rimasto il più grande del paese. Meta preferita per raccogliere materiale, il Green Oaks permetteva a Kate di essere invisibile: non sembrava ansiosa o sperduta, piuttosto ostentava la sicurezza di chi ha fatto pratica per passare inosservata. A furia di prendere appunti, seguire e spiare persone, ora aveva dei sospetti, si era fatta delle congetture ma, purtroppo, ancora nessun indizio, nessuna prova, nessun crimine. Almeno fino al giorno in cui avrebbe dovuto sostenere l’esame d’ammissione al prestigioso collegio Redspoon. Proprio quel giorno Kate sparì: nessun testimone, nessuno che l’avesse vista, nessun corpo. Svanita nel nulla, per ricomparire, però, vent’anni dopo, fra le immagini dei video della sorveglianza, a tormentare i sogni e la vita di chi, in realtà, qualcosa aveva visto…
Questa, in breve, la trama del romanzo d’esordio dell’inglese Catherine O’Flynn, La bambina che sapeva troppo: quarantadue capitoli divisi in quattro parti, ambientate, rispettivamente, nel 1984, nel 2003, di nuovo nel 1984 e, infine, nel 2004. Una serie di “salti temporali” necessari per poter svelare, in un crescendo di suspense, il destino della piccola e indimenticabile protagonista. Un destino che si è consumato in quello che impariamo a conoscere come il tempio del consumismo e dell’alienazione.
Credo che il titolo italiano, scelto forse per indirizzare il lettore verso una precisa componente della storia - il mistero della sparizione di una bambina, che pure è al centro di tutta la vicenda -, non renda pienamente giustizia al contenuto di questo romanzo. L’originale What was lost, che potremmo tradurre letteralmente con Ciò che si è perso, esprime maggiormente il senso di solitudine che sembra opprimere tutti i protagonisti - di perdita, appunto -, che, a più livelli, viene descritto in modo magistrale dalla O’Flynn (della quale va sottolineata anche la capacità di entrare nella mente di una bambina di dieci anni, descrivendone pensieri e atteggiamenti in modo credibile e verosimile). Ci sono, innanzitutto, gli affetti, la serenità e la spensieratezza di cui è stata privata Kate, diventata così una bambina riflessiva e solitaria, abituata a restare ore a osservare gli altri, a fare congetture e a prendere appunti.
C’è la nostalgia per i luoghi di cui l’infanzia ha bisogno - prati e giardini -, sostituiti da cimiteri, cuboidi color grigio e bianco dell’edilizia popolare, negozi sempre meno frequentati a vantaggio dei centri commerciali.
Ma c’è anche la perdita di identità, la mancanza di uno scopo preciso da parte dei frequentatori dei centri commerciali: nervi logori e stupidità costituiscono la speciale mistura letale di chi, spesso, è arrabbiato con se stesso perché non ha nessun posto migliore dove andare. Si scopre che non c’è altro da fare, il fine settimana, se non compiere una piccola missione e concedersi una piccola ricompensa. Entrare nei negozi giusti, anche se non c’è nulla che attira o di cui si ha veramente bisogno, è sempre meglio che starsene seduti a fissarsi l’un l’altro, o andare su tutte le furie: grazie a Dio, ci sono le spese domenicali!
Ecco il pensiero di una donna anonima nel parcheggio di Sainsbury: “Ho pensato di venire al centro commerciale. È una cosa che la gente fa la domenica. Li ho visti passare sull’autobus. Sapevo che qui ci sarebbe stato trambusto. È difficile non avere uno scopo in questo posto. […] È già da un po’ che sono qui in piedi ora. Non sembro in grado di muovermi. So che sono d’intralcio, sento l’impazienza della gente. Forse dovrei chiedere aiuto, ma sono sicura che se parlassi nessuno mi sentirebbe. Talvolta penso che sarebbe meglio se non esistessi, ma è anche vero che la domenica non sono sicura di esistere in ogni caso.”
Anche l’altra faccia del centro commerciale, ovvero il personale di sorveglianza e di vendita, non sembra condurre un’esistenza migliore: “A volte provo paura a stare qui solo. Sento di essere osservato – non solo dalle telecamere o da Gavin. Forse dalla ragazzina, forse da me stesso, non lo so. È una sensazione che provo. Mi fa sentire malinconico – come se qualcuno mantenesse le distanze. Osservano ma non si avvicinano” – così si esprime Kurt, uno dei vigilanti che ha fissato gli stessi schermi dei monitor per gli ultimi tredici anni prima di cogliere, con la coda dell’occhio, la figura di una bambina, in piedi, di fronte alle banche, perfettamente immobile, con un taccuino in mano e una scimmia giocattolo che le spuntava dalla borsa..
Un’incombente entità vivente, così viene descritto il centro commerciale da un altro addetto alla sicurezza: “Il Green Oaks è ben più che cemento e mattoni, l’ho sempre saputo. Le voci si fondono e danno a questo luogo un suono proprio . Nessuno ci fa caso, ma tutti lo sentono; è questo che li porta qui – il sibilo basso delle interferenze. Se ci si potesse sintonizzare alla frequenza giusta, le singole voci riuscirebbero a passare e si potrebbero sentire tutte. Si sentirebbe ciò che sperano di trovare al Green Oaks. Si sentirebbe in che modo il Green Oaks potrebbe aiutarle.” Lisa, invece, vice-responsabile del megastore Your Music, si trova a dover fare i conti non solo con una vita che l’ha delusa, con un passato familiare condizionato dalla sparizione di Kate e con le richieste più strane dei clienti, ma anche con le periodiche ispezioni dei dirigenti, che evidenziano, ogni volta, le mancate opportunità di vendita, un merchandising sciatto, la sciagurata mancanza di conoscenza del prodotto, un servizio clienti scarso, gomme da masticare sulla moquette e uno staff con troppi piercing… Così, quello che era cominciato come un thriller tradizionale – la sparizione, il rapimento o l’uccisione di una bambina che, solo apparentemente, viene presto archiviato come un caso irrisolto -, diventa sempre più denuncia di un crimine che assume connotati “collettivi”.
O, almeno, condiviso sembra essere il senso di colpa che, più o meno consciamente, pesa su molti dei protagonisti di questa vicenda, il cui finale – non certamente un lieto-fine – lascia comunque presagire il ritrovamento di quella pace di cui i vivi, come i morti, hanno bisogno.
Le prime pagine
Il crimine era lì. Celato, invisibile. Lei sperava di non essere troppo in ritardo. L’autista dell’autobus manteneva la velocità costante di venti chilometri all’ora, frenando ogni volta che si avvicinava ad un semaforo verde, finché non diventava rosso. Lei chiuse gli occhi e continuò il viaggio nella sua testa più lentamente che poteva. Li riaprì, ma l’autobus era ancora molto più indietro di qualsiasi sua peggiore previsione. I pedoni lo superavano, l’autista fischiettava.
Lei osservò gli altri passeggeri e cercò di dedurne le attività che li aspettavano quel giorno. La maggior parte erano pensionati e quattro di loro avevano la stessa enorme borsa della spesa a scacchi blu. Prese nota di questo fatto sul suo blocchetto; non era così sciocca da credere alle coincidenze. Lesse gli avvisi pubblicitari sull’autobus. La maggior parte erano pubblicità di pubblicità: “Se tu stai leggendo questo annuncio, allora potrebbero leggerlo anche i tuoi clienti”. Si chiese se fosse mai accaduto che un passeggero acquistasse uno spazio pubblicitario, e che cosa avrebbe pubblicizzato in caso fosse successo.
“Venite a godervi la mia grande busta della spesa a scacchi blu, è piena di cibo per gatti”. “Parlerò con chiunque di qualsiasi cosa. Mangio anche biscotti”.
“I Signori Roberts, fabbricanti ufficialmente riconosciuti del tè più forte del mondo. Strizziamo la bustina”.
“Ho un odore strano, ma non sgradevole”.
Kate pensò che le sarebbe piaciuto mettere un annuncio per l’agenzia. L’immagine sarebbe stata quella di una silhouette di se stessa e di Mickey all’interno di una lente d’ingrandimento. Sotto ci sarebbe stato scritto: FALCON INVESTIGAZIONI
Scopriamo indizi. Pediniamo sospettati.
Scopriamo crimini.
Visitate i nostri uffici dotati
di un equipaggiamento di sorveglianza all’ultimo grido.
Sul blocchetto si appuntò anche il numero di telefono indicato sull’annuncio, che avrebbe contattato in data da destinarsi, quando l’ufficio sarebbe stato pienamente operativo.
Alla fine l’autobus raggiunse i giardini all’inglese e le sconsolate bandiere al vento della zona industriale che circondava il Green Oaks Shopping Centre, fresco di inaugurazione. Kate fece particolare attenzione al lotto 15 della Langsdale Estate, dove una volta era stata testimone di ciò che sembrava essere un alterco tra due uomini. Uno di loro aveva grossi baffi, l’altro portava gli occhiali da sole e non indossava la giacca, nonostante la giornata rigida – Kate aveva pensato che avevano proprio l’aria di due criminali. Dopo alcune attente valutazioni, e aver più volte avvistato un grosso furgone bianco all’uscita del lotto, era giunta alla conclusione che i due uomini erano trafficanti di diamanti. Oggi era tutto tranquillo al lotto.
Aprì il suo blocchetto alla pagina in cui in cima era scritto: “Sorveglianza del lotto 15”. Accanto alla data di quel giorno, con la stessa calligrafia leggermente traballante provocata dall’autobus, che caratterizzava tutta la pagina, scrisse: “Nessun avvistamento. Sono a ritirare un’altra spedizione dall’Olanda?”. Quindici minuti dopo Kate camminava nell’aria artificiale di Piazza Mercato del Green Oaks. Piazza Mercato non era la piazza del mercato. Era la parte sotterranea del centro commerciale, accanto ai capolinea degli autobus, riservata alle attività commerciali non di prestigio e dozzinali: negozi di chincaglieria, farmacie da quattro soldi, finti rivenditori di profumi, macellai maleodoranti, venditori ambulanti di abiti infiammabili. Il loro odore si mescolava con quella della polvere bruciata proveniente dagli impianti di riscaldamento situati in alto e la facevano stare male.
Questo era il punto in cui al massimo osavano avventurarsi i passeggeri che viaggiavano con Kate. Era la cosa più prossima alla dozzinale High Street, che aveva subito un rapido declino da quando il centro era stato aperto. Ora quando l’autobus percorreva la High Street, a nessuno piaceva guardare le entrate sbarrate che davano un senso riprovatorio, piene di rifiuti dei fast food e di foglie.
© Newton Compton
Catherine O'Flynn - La bambina che sapeva troppo
Traduzione di T. Felici
234 pag., 9,90 € - Edizioni Newton Compton
ISBN 978-88-541-1050-2
L'autrice
Catherine O'Flynn è nata nel 1970 e con questo libro d'esordio ha vinto il prestigioso premio per un'opera prima il Costa Book Awards ed è stata finalista al Man Booker Prize for Fiction e l'Orange Prize for Fiction.
| 10 giugno 2008 | | Di Lidia Gualdoni |
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