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HOME | sabato 20 marzo 2010 |
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| Titolo |
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Chicago |
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| Autore |
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Al-Aswani 'Ala |
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| Dati |
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310 p., brossura |
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| Prezzo |
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€ 17,50 |
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| Prezzo IBS |
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€ 17,50 |
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| Editore |
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Feltrinelli |
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| Collana |
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I narratori |
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| EAN |
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9788807017537 |
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Chicago di 'Ala Al-Aswani"Vergognati, Marwa! Le ragazze di buona famiglia non parlano mai di certe cose. Sei diventata matta? Oppure vivere in America ti fa scordare come sei stata cresciuta? La maggior parte delle mogli affronta questo specifico argomento considerandolo un dovere da assolvere. Un domani Dio ti concederà dei bambini e ti scorderai di tutto quanto."
Dalla sfinge acquattata a guardia del deserto alla statua della libertà che svetta trionfante davanti alle coste d’America; dal Cairo a Chicago; da Palazzo Yacoubian ad una residenza per studenti universitari: non è certamente breve il salto che lo scrittore egiziano Ala Al-Aswani spicca nel suo secondo romanzo intitolato Chicago. Siamo abituati ai libri che ci raccontano le vite degli espatriati americani attirati dal fascino della vecchia Europa, o quelle degli immigrati in America dall’Irlanda, dall’Italia, dal Messico, o dal lontano Oriente, in cerca di lavoro. Gli ‘egiziani all’estero’ di Ala Al-Aswani sono diversi, prima di tutto per l’ambiente a cui appartengono e poi per i loro obiettivi. Sono per lo più già laureati che arrivano a Chicago con una borsa di studio per un dottorato, oppure sono studenti di medicina che si sono trovati la carriera preclusa in Egitto, per discriminazione religiosa o per motivi politici. Sono tutti - salvo un’eccezione - ambiziosissimi, preparati, dediti allo studio con accanimento, quasi con una sorta di furia disperata. Perché tutta la loro vita, e a volte anche quella di altri, dipende dal loro successo, da questa opportunità straordinaria che hanno avuto di studiare nel paese delle opportunità per tutti. E la loro riuscita negli studi ha il duplice risultato di avvicinarli alla meta e di prendersi la rivincita sulla discriminazione e il razzismo. Soprattutto nell’America del dopo 11 settembre, quando essere arabo è sinonimo di essere terrorista e l’atteggiamento comune è quello dell’invito ‘tornatevene da dove siete venuti’. Ma proprio qui è un’altra differenza degli ‘egiziani all’estero’ di Ala Al-Aswani: la nuova generazione degli studenti immigrati vuole tornare in patria, appena ha concluso gli studi. Per quanto oppositori del regime politico - e le molte fila della trama convergono ad un discorso di protesta in occasione della visita del presidente egiziano a Chicago - i protagonisti del romanzo pensano sia loro dovere mettersi al servizio del popolo egiziano verso cui si sentono responsabili, visto che se stanno studiando in America è grazie ai loro contributi. Anche Chicago, come Palazzo Yacoubian, è un romanzo corale che ha il fascino delle molte voci, perché solo la pluralità può rispecchiare la molteplicità di situazioni e reazioni diverse alla nuova vita. Già all’inizio, quando il collegio docenti del dipartimento di Istologia deve votare per l’ingresso di uno studente che è stato espulso per motivi politici dall’Università del Cairo, i pareri differenti di due professori di origine egiziana sono indicativi dei due atteggiamenti ricorrenti in tutto il libro - Ra’fat Thabet è contrario e Mohammad Salah è favorevole. Perché Ra’fat è quello che ama dire di sé, ‘I am Chicagoan’, disprezzando il paese che si è lasciato alle spalle, mentre Salah non ha mai dimenticato, pur avendo passato ormai la maggior parte della sua vita a Chicago. E tuttavia, se ci è concesso anticipare qualcosa, entrambi soffriranno molto per lo sradicamento della loro esistenza: uno vedrà morire di overdose l’unica figlia, inghiottita dallo stile di vita americano; l’altro morirà letteralmente di nostalgia e di rimpianto, quando si renderà conto che aveva ragione l’unica donna che avesse mai amato e che era rimasta in Egitto, che gli aveva dato del vigliacco per essersene andato. È impossibile dire anche solo una minima parte delle vicende di questo romanzo, di questi personaggi che, all’improvviso, si trovano ad affrontare una cultura, o non-cultura, interamente diversa: la lingua, il cibo, la società dei consumi, gli abiti, i rapporti con le donne, soprattutto. E nel ritratto dell’umanità attraverso i suoi personaggi - amabili, detestabili, coraggiosi, pavidi, tutti con un punto dolente segreto - Ala Al-Aswani mette in luce una diffusa tendenza alla discriminazione e all’intolleranza. In Egitto, tra copti e musulmani, negli Stati Uniti, tra bianchi e gente di colore, tra arabi e ebrei, per non dire tra chi ha e chi non ha. Alcune delle storie di Chicago si concludono, altre no - ci pare di aver sbirciato nella vita dei personaggi, cogliendoli in una tappa del loro percorso. Il loro futuro è ancora pieno di possibilità: ci piacerebbe incontrarli di nuovo a distanza di anni e vedere quali delle loro aspettative si sono avverate. Titolo originale: Chicago Traduzione di Bianca Longhi Nelle pagine di Wuz potete leggere un'intervista all'autore su questo romanzo
 | Entrarce to the Egyptian quarter, Chicago - World's Columbian Exposition, 1893
 | Probabilmente non molti sanno che Chicago non è una parola inglese ma un termine in algonchino, una delle tante lingue degli indiani d'America. Chicago, in questa lingua, significa "gran puzza” e la causa di quest'appellativo risiede nel fatto che dove ora sorge la città in origine c'era una sconfinata distesa di terreni che gli indiani destinavano alla coltivazione delle cipolle, dal cui odore penetrante è derivato il nome. Gli indiani hanno abitato per decenni a Chicago, sulle sponde del Lago Michigan, coltivando cipolle, pascolando bestiame e vivendo in pace la loro vita, Fino al 1673, quando da quelle parti sono approdati un esploratore nonché cartografo di nome Louis Jolliet e il suo accompagnatore Jacques Marquette, un gesuita francese. I due uomini scoprirono Chicago, dove ben presto affluirono migliaia di coloni che le si avventarono addosso come formiche su un barattolo di miele. Nei cento anni che seguirono, i bianchi misero in atto uno sterminio di dimensioni colossali in ogni angolo d'America e uccisero tra i cinque e i dodici milioni di pellerossa. Chiunque, abbia letto la storia americana si sarà sicuramente soffermato su questo paradosso: quegli stessi coloni bianchi che ammazzarono milioni di indiani, che si impossessarono delle loro terre e depredarono il loro oro, erano - al contempo - devotissimi cristiani. Si dà il caso, però, che questa contraddizione cessi di esistere quando si viene a conoscenza delle opinioni più diffuse in quel periodo. Molti coloni, infatti, erano fermamente convinti che "gli indiani, nonostante siano in un certo qual modo creature di Dio non sono in armonia con lo spirito del Cristo ma con un'altra essenza, maligna e imperfetta" mentre alcuni altri arrivavano a sostenere che "gli indiani sono come gli animali, creature senz'anima né coscienza e, pertanto, la loro soglia di umanità non è pari a quella dell'uomo bianco". In grazia di queste sagge teorie, i coloni potevano ammazzare tutti i pellerossa che volevano senza provare alcun rimorso o senso di colpa, e i massacri che perpetravano durante il giorno, per quanto terribili fossero, non intaccavano la purezza della messa che celebravano ogni sera prima di andare a dormire.
 | Cairo Street, Chicago - World's Columbian Exposition, 1893
 | Le guerre di sterminio finirono con la schiacciante vittoria dei Padri fondatori. Nel 1837 Chicago fu dichiarata per la prima volta città americana e in seguito continuò a crescere a un ritmo prodigioso, tanto da moltiplicare per sedici la sua superficie in meno di dieci anni. La posizione in riva al Lago Michigan e il fatto di avere a disposizione una sconfinata distesa di terreni da pascolo accrebbero la sua importanza, e poi, per far diventare Chicago l'incontestata regina del Midwest, costruirono la ferrovia. Ma la storia delle città, tanto quanto la vita degli esseri umani, è un incessante susseguirsi di felicità e di dolore. II dies horribilis di Chicago fu la domenica 8 ottobre del 1871. In città, verso ovest, viveva una donna, Catherine O' Leary, assieme al marito, i figli, un cavallo e cinque mucche. Quella sera le bestie di Mrs O' Leary stavano pascolando tranquillamente nello spiazzo erboso dietro casa quando, attorno alle nove, a una di loro prese un improvviso attacco di noia e pensò di abbandonare il prato per introdursi nel magazzino sul retro. E lì, un fornello a cherosene attrasse la sua curiosità. Per un pochino l'animale gli gironzolò intorno, poi tese il collo per annusarlo e, di botto, ubbidendo a un impulso imperscrutabile, gli mollò una violenta zampata che lo rovesciò e mandò il combustibile ad ardere sul pavimento, là dove c'era un mucchietto di paglia cui il fuoco si appiccò. La casa bruciò rapidamente, poi toccò a quelle vicine. Il vento che soffiava forte (come sempre, a Chicago) trasportò le fiamme ovunque. Non era passata nemmeno un'ora che già bruciava l'intera città. © 2008, Feltrinelli 'Ala Al-Aswani - Chicago 310 pag., 17,50 € – Edizioni Feltrinelli 2008 (I narratori) ISBN 978-88-07-01753-7
| 06 giugno 2008 | | Di Marilia Piccone |
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