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Recensione

La La città delle rose copertina

La città delle rose di Dalia Sofer

"La cella di Isaac è un quadrato largo abbastanza per contenere un giaciglio e un lavabo. Quando viene gettato dentro, si rannicchia sul pavimento, cercando di controllare il tremito che ancora percorre il suo corpo distrutto. Sa che per questa sera è stato risparmiato."

20 settembre 1981: il romanzo di Dalia Sofer, La città delle rose, inizia da questo giorno, due anni e mezzo dopo la partenza dello scià Reza Pahlavi da Teheran e il ritorno dall’esilio dell’ayatollah Khomeini che, con le sue Guardie della Rivoluzione, aveva instaurato un regime religioso dittatoriale del terrore. E in quella vigilia di autunno due uomini armati erano entrati nell’ufficio del gioielliere Isaac Amin, dichiarandolo in arresto. Inutile chiedere il motivo, potrebbero essercene tanti - perché Isaac è ebreo, perché è ricco, perché ha viaggiato spesso all’estero dimostrando ammirazione per i paesi occidentali, perché sua moglie ha scritto degli articoli futili, perché ha parenti in Israele e potrebbe essere un sionista oppure fare parte del Mossad, perché suo fratello contrabbanda alcolici, perché un tempo Isaac e la moglie erano stati ricevuti dallo scià…C’è altro ancora? Questi sono, in ogni modo, i punti su cui Isaac viene interrogato in prigione da un uomo a cui manca un dito, vittima a sua volta di un altro regime, quello dello scià.
Come avviene usualmente quando qualcuno viene prelevato per un arresto nei regimi totalitari, chi non è presente alla scena continua a svolgere le attività quotidiane, finché si accorge che è passata l’ora del rientro a casa e quel qualcuno non è tornato: Farnaz, la moglie di Isaac, sospetta, teme, è certa che questa volta sia toccato a suo marito, come poco tempo prima era toccato ad un loro caro amico - già giustiziato peraltro. E allora la narrativa del romanzo prosegue su un triplice percorso, con capitoli che si alternano - bui quelli che hanno per protagonista Isaac Amin in cella, colmi della sofferenza dell’uomo a cui hanno ridotto i piedi in poltiglia, dell’angoscia dell’udire le fucilazioni, della paura degli interrogatori e delle torture; pieni di luci e ombre i capitoli che vedono Farnaz in cerca di notizie del marito, con il pensiero che ritorna al tempo in cui si erano conosciuti a Shiraz, la città delle rose, ai viaggi, ad una vita di agi e frequentazioni altolocate. E intanto Shirin, la figlia decenne coinvolta in un dramma che non è in grado di capire, sottrae dei documenti dalla casa dell’amichetta di giochi, delle carte che - lo intuisce malgrado sia così piccola - porterebbero all’arresto di altre persone, anche dello zio. E le sotterra in giardino, così spaventata da quello che fa da sentirsi male fisicamente. Questi capitoli di vita in casa, tuttavia, sono anche l’opportunità per farci ascoltare un altro punto di vista della rivoluzione iraniana, quello della domestica degli Amin, che adesso trova l’ardire di rinfacciare alla padrona i suoi privilegi e il suo fare altezzoso. C’è infine il filone americano del romanzo, in cui il personaggio principale è Parviz, il figlio di Isaac, che il padre è riuscito a mandare a studiare a New York prima che succedesse il peggio. E a New York Parviz scopre, con diffidenza, stupore e perplessità, le sue radici ebraiche, affittando una stanza presso una famiglia di ebrei ortodossi.

Le prime pagine

Quando due uomini armati di fucile entrano nel suo ufficio a Teheran, a mezzogiorno e mezzo di una calda giornata ormai autunnale, il primo pensiero di Isaac Amin è che non potrà raggiungere la moglie e la figlia per pranzo, come promesso,
«Fratello Amin?» chiede il più basso dei due. Isaac fa cenno di sì con il capo. Sa che alcuni mesi prima hanno preso il suo atonico Kourosh Nassiri. Poche settimane do¬po, anche Ali il fornaio è scomparso.
«Siamo quj per ordine dei Guardiani della rivoluzione.» L'uomo di bassa statura gli punta contro il fucile. Si dirige verso di lui, a passi troppo lunghi per le sue gambe. «Sei in arresto, fratello,»
Isaac chiude l'inventario che gli sta davanti. Abbassa lo sguardo sulla scrivania, sulle cose lì appoggiate, testimoni indifferenti di quanto accade: i documenti sparsi qua e là, un fermacarte di metallo, una scatola di sigarette Dunhill, un portacenere di cristallo, una tazza di tè appena preparato e due foglie di menta che vi galleggiano dentro. L'agenda è aperta. Getta uno sguardo alla data di oggi, «20 settembre 1981», e alle note scarabocchiate sulla pagina: «Chiamare sig. Nakamura per le perle; colazione a casa; partita di opali neri provenienti dall'Australia in arrivo per le tre circa; ritirare scarpe dal calzolaio».
Impegni che non manterrà. Sulla pagina opposta campeggia una foto patinata del mausoleo di Hafez, a Shiraz. Sotto, le parole: «Città dei poeti e delle rose».
«Posso vedere i vostri documenti?» domanda Isaac.

«Documenti?» sogghigna l'uomo. «Fratello, lascia perdere i documenti.»
L'altro, che finora è rimasto in silenzio, fa qualche passo avanti. «Sei fratello Amin, giusto?»
«Sì.»
«E allora seguici, prego.»
Osserva di nuovo con attenzione i fucili, il dito tozzo dell'uomo già sul grilletto, e così si alza e si dirige con i due verso l'uscita del palazzo a cinque piani dove si trova l'ufficio, che appare stranamente deserto. Al mattino Isaac aveva notato che solo nove dei suoi sedici impiegati erano'venuti al lavoro, ma non aveva pensato a niente di particolare; negli ultimi tempi la gente è diventata così imprevedibile... Ora si domanda dove siano. Sapevano già quello che stava per accadere?


© 2008, Piemme

Dalia Sofer – La città delle rose
Titolo originale: The Septembers of Shiraz
Traduzione di Caterina Lenzi
318 pag., 16,50 € – Edizioni Piemme 2008
ISBN 978-88-38-48690-6


L'autrice


Dalia Sofer è nata in Iran, è fuggita con la famiglia negli Stati Uniti all’età di dieci anni, nel 1982. Vive tuttora a New York, dove ha conseguito un Master in scrittura creativa.
La città delle rose è il suo primo romanzo ed è stato selezionato dal «New York Times» tra i “Cento libri più significativi del 2007”.
Per quanto la storia e i personaggi siano frutto della sua fantasia, l’opera si ispira alle emozioni provate in prima persona dall’autrice. «Credo che scrivere sia stata una necessità» spiega Dalia. «La nostra partenza è stata così repentina che sento ancora un vuoto nel cuore. Ma questo libro mi ha aiutata in qualche modo a colmarlo».


Intervista a Dalia Sofer

23 maggio 2008 Di Marilia Piccone

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