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RECENSIONE

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Titolo I custodi del libro
Autore Brooks Geraldine
Dati 414 p., brossura, 3 ed.
Prezzo € 18,00
Prezzo IBS € 15,30
Editore Neri Pozza
Collana I narratori delle tavole
EAN 9788854502529
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I custodi del libro di Geraldine Brooks

"Quella era la sua città, splendida capitale di un impero che si estendeva dalle Alpi ai bassopiani dorati dell'Ucraina, attraverso la costa dalmata, l'acrocoro di Boemia e la grande pianura ungherese, e rinomata capitale della cultura, capace di attrarre le menti migliori e i più innovativi artisti del suo tempo..."

Intervista a Geraldine Brooks


La parola haggadah deriva dalla radice ebraica hgd , “racconto”, e si riferisce al precetto biblico che impone ai genitori di narrare ai figli la storia dell’Esodo; si tratta di testi adatti ad essere portati a tavola durante la cena rituale della Pasqua ebraica. Prodotta in Spagna in età medievale, la cosiddetta “Haggadah di Sarajevo” costituisce una vera rarità: un manoscritto ebraico riccamente illustrato risalente ad un’epoca in cui la fede giudaica condannava in modo categorico ogni genere di illustrazione. Proprio alla vera storia di questo codice si ispira I custodi del libro, l’ultimo romanzo di Geraldine Brooks, già vincitrice del Pulitzer Prize con March (L’idealista, Neri Pozza) e autrice di best seller internazionali come Annus Mirabilis.

È la stessa autrice a raccontarci, nella Postfazione, le circostanze del suo primo incontro con la Haggadah di Sarajevo. La Brooks si trovava come corrispondente di guerra nella capitale bosniaca, una città dove la biblioteca era stata sventrata e arsa dalle bombe al fosforo, dove l’Istituto Orientale e i suoi meravigliosi manoscritti erano ridotti in cenere e il Museo Nazionale era crivellato dalle granate. La sorte della Haggadah di Sarajevo – uno dei gioielli della collezione bosniaca – era sconosciuta e oggetto delle più diverse e stravaganti congetture. Solo dopo la fine della guerra si scoprì che il prezioso testo era stato salvato da un bibliotecario musulmano. Non nuova a questi eroici salvataggi, la Haggadah si era imposta all’attenzione degli studiosi nel 1894 quando un’indigente  famiglia ebrea era stata costretta a metterla in vendita: si trattava di uno dei primi libri medievali in lingua ebraica illustrati che fosse venuto alla luce. La sua creazione viene collocata nella Spagna della metà del quattordicesimo secolo, ovvero verso la fine della cosiddetta Convivencia, quando giudei, cristiani e mussulmani vivevano insieme, e relativamente in pace, nella penisola iberica.

Il prezioso testo, che riappare a Venezia nel 1609, riesce ad uscire indenne anche dall’Inquisizione grazie al visto autografo di un prete cattolico, Giovanni Vistorini.
È dunque evidente che le vicende narrate in questo appassionante romanzo corrispondono in parte alla realtà, ma gran parte della trama e dei personaggi sono immaginari. L’approfondito lavoro di ricerca e di documentazione ha permesso all’autrice di colmare quei vuoti rimasti nella storia della Haggadah di Sarajevo, immaginando alcune tappe del viaggio che l’ha portata fino a noi: la Tarragona del 1492 e la Siviglia del 1480.


Nonostante una trama non lineare - o forse “grazie” a questo espediente narrativo che vede i capitoli ambientati nella Sarajevo del 1996, con protagonista Hanna, la trentenne restauratrice australiana di libri antichi, giunta nella capitale per esaminare e restaurare il prezioso manoscritto, alternarsi a quelli ambientati in epoche e luoghi diversi -, il romanzo si presenta come una lettura particolarmente avvincente, interessante ed istruttiva. Non si tratta, infatti, semplicemente di un viaggio a ritroso nel tempo, un viaggio che ricostruisce il destino di un oggetto prezioso. Non mancano, infatti, i risvolti misteriosi di una vera e propria indagine che la protagonista conduce, utilizzando mezzi degni dei più sofisticati laboratori di analisi, sulle tracce lasciate fra le pagine del libro (come una macchia di vino o l’ala di un insetto), mentre, ancora una volta, le circostanze del ritrovamento della Haggadah si tingono di giallo.

Tutto questo senza dimenticare che la sopravvivenza del libro attraverso i secoli, nonostante i furti, i roghi, le distruzioni e i tradimenti provocati  dall’odio e dall’intolleranza religiosa, grazie all’amore di alcuni uomini e a mani musulmane, consegna al lettore un messaggio di speranza per il futuro dell’umanità.

Le prime pagine

1.

Sia chiaro fin dall'inizio: non era il mio lavoro ideale.

A me piace lavorare da sola, nella quiete luminosa del mio laboratorio, dove perfino il clima è controllato, con tutto ciò che mi serve a portata di mano. È vero che ho la fama di essere una persona capace di operare altrettanto efficacemente sul campo, se devo, ovvero quando i musei non intendono accollarsi le spese di viaggio e assicurazione, o il collezionista non vuole che si sappia con esattezza ciò che possiede.

È vero anche che ho girato mezzo mondo per svolgere questo appassionante mestiere. Però non ero mai capitata in un posto come quello: la sala riunioni di una banca nel bel mezzo di una città dove la gente ha smesso di spararsi addosso da cinque minuti!

Tanto per cominciare, il mio laboratorio non pullula di guardie armate. Certo, il nostro museo dispone di agenti di sicurezza, ma nessuno di loro si sognerebbe mai di intrufolarsi dove lavoro io. Lì invece ce n'erano ben sei: due vigilantes della banca, due poliziotti bosniaci per tenere d'occhio i vigilantes e due soldati del contingente di pace dell'Onu per tenere d'occhio i bosniaci. Per di più parlavano tutti a voce alta, fra il gracidio delle ricetrasmittenti. E come se la sala non fosse già abbastanza affollata ecco arrivare l'osservatore delle Nazioni Unite, Hamish Sajjan: un sikh molto elegante nel suo completo di tweed e il turbante color indaco. Roba da Onu. Gli chiesi di far presente ai bosniaci che proprio non si poteva fumare in una stanza che presto avrebbe contenuto un manoscritto del quindicesimo secolo. Da quel momento i due poliziotti diventarono ancora più nervosi.

Neppure io ero calmissima, a dire il vero. Aspettavamo da quasi due ore e non sapevo più che fare per ingannare il tempo. Per avere più luce, mi ero fatta aiutare dalle guardie ad avvicinare il grande tavolo delle riunioni alla vetrata. Poi avevo assemblato il microscopio stereo e posato gli attrezzi sul tavolo: le macchine fotografiche, gli specilli e i bisturi. La gelatina si stava già ammorbidendo dentro il becher e tutto il resto era pronto — la colla di farina, i fili di lino, le foglie d'oro — insieme a due o tre bustine trasparenti, nel caso avessi avuto la fortuna di trovare qualche residuo nella rilegatura: è sorprendente la quantità di cose che si possono scoprire di un libro, studiando la composizione chimica di una briciola di pane. Ovviamente avevo anche svariati campioni di cuoio di vitello, rotoli di carta fatta a mano di diverse grane e tonalità e il supporto foderato di gommapiuma, pronto ad accogliere il libro. Se solo si fossero decisi a portarmelo...

«Lei dice che dovremo aspettare ancora molto?» chiesi a Sajjan. Il funzionario si strinse nelle spalle.

«Temo che il rappresentante del Museo Nazionale sia in ritardo. Il libro è del museo e la banca può toglierlo dal caveau solo in sua presenza».

Sempre più inquieta, andai alla finestra. Eravamo all'ultimo piano di un palazzo di epoca austroungarica, con gli stucchi della facciata crivellati dalle schegge di mortaio come ogni altro edifìcio della città. Posai il palmo sul vetro freddo. Avrebbe dovuto essere primavera, i crochi erano in fiore nel giardinetto accanto all'entrata della banca, ma aveva nevicato quella mattina e le corolle dei piccoli fiori erano colme di morbidi fiocchi, come minuscole tazze di cappuccino. Se non altro la neve rendeva vivida e uniforme la luce all'interno della stanza. Una luce perfetta per il mio lavoro. Se solo avessi potuto mettermi al lavoro...


© 2008, Neri Pozza

Geraldine Brooks – I custodi del libro
416 pag., 18 € – Edizioni Neri Pozza 2008 (I narratori delle tavole)
ISBN 978-88-54-50252-9


L'autrice



26 maggio 2008 Di Lidia Gualdoni


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