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Recensione

L' L' ottava vibrazione copertina

L'ottava vibrazione di Carlo Lucarelli

"[...] Questa è la terra dell'ottava vibrazione
dell'arcobaleno: il Nero.
È il lato socuro della luna,
porteto alla luce.
Ultimo colpo di pennello nel dipinto di Dio
."

Tsegaye Gabrè Medhin, Home-Coming Son


Si è tanto puntato (anche Carlo Lucarelli in alcune interviste l'ha fatto) sulla straordinarietà di questo nuovo libro, visto come il primo romanzo storico scritto da un celebre autore di gialli contemporanei o di racconti brevi ma sempre legati all'attualità di protagonisti e temi trattati. 
Non è così, permettetemi di dissentire, non è questa la vera novità de L'ottava vibrazione. Abbiamo già letto alcune sue storie ambientate nei primi decenni del Novecento, in epoca fascista. Non è la collocazione storica la vera novità. Nè ci stupisce la sua capacità di entrare nei panni di qualcuno che vive le sue esperienze in un altro momento della nostra storia e in un luogo che non sia l'Italia.
La vera novità è che, forse per la prima volta, Carlo Lucarelli si cimenta con un Romanzo con la maiuscola, una di quelle storie che, per il respiro che la caratterizza e per il numero di protagonisti e coprimari, entra nel novero delle grandi narrazioni.


In qualche modo questo è il suo primo romanzo e questa è la sua sfida più difficile. Ha gettato il guanto e il rischio è che qualcuno lo raccolga. 
Sinché un autore è contenuto nei limiti del genere (giallo, noir, d'azione come nel suo caso) la sfida è più facile, meno diretta, più attutita. 
Un bravo scrittore di genere non fa paura, il critico può permettersi di amarlo, di ignorarlo, di attaccarlo (ma solitamente non lo farà), di segnalarlo con un pizzico di sufficienza ai lettori. Non si mette in gioco, non si espone. Ma con un romanzo storico epico come questo il discorso è diverso. E Lucarelli - credo di non sbagliarmi -, lo sa.


Per capirlo basta leggere i primi capitoli, vedere come tratteggia i suoi personaggi, percepire le differenze tra questa scrittura e quella sua abituale. Sfumature, nulla più, ma sfumature che chi ha letto gli altri suoi libri coglierà al volo.

Al centro della storia molti uomini (in prevalenza) e qualche donna che si trovano a vivere nell'Eritrea della fine dell'Ottocento, una realtà difficile da immaginare per un popolo come il nostro che di colonialismo ha masticato poco e che poi quel poco l'ha anche dimenticato in fretta.
Il titolo si rifà ai versi di un poeta etiope, ed è una descrizione poetica di quelle terre, viste da chi c'è nato. Ma l'occhio di Lucarelli inevitabilmente, malgrado le ricerche e anche i viaggi fatti per conoscere meglio i luoghi, è quello di un occidentale che racconta l'Africa dal punto di vista occidentale, attraverso protagonisti prevalentemente bianchi. Il suo sforzo è quello di rappresentare luoghi, fatti e persone senza cadere nello stereotipo che ci condiziona. 
Siamo a Massaua nel 1896, poco prima della sconfitta di Adua, e l'ambiente in cui siamo catapultati è quello dei militari italiani di stanza nel paese, delle donne che li frequentano, degli altri connazionali che arrivano in quelle terre in cerca di fortuna o per sfuggire alla sfortuna o, ancora, per cercare chi è fuggito.

Un romanzo in cui si intrecciano le vite di questi personaggi - italiani -, ma anche di alcuni indigeni come la Madama, che era il modo usuale di definire la compagna segreta dell'ufficiale italiano, la donna nera che stava con un bianco (a volte già sposato in patria) senza matrimonio, clandestinamente, ma non per questo vivendo con meno intensità la propria passione e i sentimenti, o Aicha, la classica bella ragazza di colore, passionale, quasi "pericolosa". 
Un romanzo in cui emerge l'ambiguità del bianco colonialista in Africa, le contraddizioni di una realtà difficile, la fatica di vivere in una terra in guerra. Un romanzo in cui non manca l'indagine su un "maniaco", come ai tempi veniva definito un serial killer, un tassello che Lucarelli ha evidentemente voluto inserire per non dimenticare che lui è, soprattutto, scrittore di gialli.

È un bellissimo romanzo L'ottava vibrazione, un romanzo che lascia il segno, che si ricorda, ma al di là di tutto è anche un romanzo che ha paura, che testimonia il timore del suo autore, l'ansia di scrivere. Una paura che affiora qua e là nel racconto e fa inciampare il lettore, una paura inusuale per uno scrittore come lui. Sono solo brevi momenti, però, che si dimenticano subito risucchiati dal vortice della storia.
In quel luogo bello, ma così caldo, affascinante ma immerso nella guerra la storia è quella di tanta gente che va in un posto credendo di fare alcune cose e poi si ritrova a farne altre, tra cui quelle che in casa propria non si potevano fare.
E questo non ci ricorda qualcosa?


Le prime pagine

Uno 

   Tutte le volte che si allentava il nodo della cravatta, il signor Cappa batteva l'unghia del pollice contro la superficie inamidata del colletto. Agganciava il nodo con l'indice, tirava piano verso il basso e poi, sempre, un piccolo colpo con la punta del pollice sulla cellulosa irrigidita, un piccolo colpo secco, all'indietro, come per lanciare una biglia, tutte le volte. Non serviva a niente, non aveva significato, e se anche gli avessero chiesto il motivo per cui lo faceva lui non avrebbe saputo cosa rispondere, perché non si era mai accorto nemmeno di farlo.
   Vittorio Cappa alza la testa e guarda la ventola che gira lenta, appesa al soffitto della baracca. Si appoggia con le spalle allo schienale di legno della poltroncina girevole, e per un attimo sembra che il cigolio delle giunture della sedia sia uscito dalla sua bocca aperta, acuto come il grido di un uccello. Invece voleva solo sospirare, lanciare un fiato umido e denso, tutto di gola, lanciarlo lontano, lanciarlo fuori dal suo corpo caldo, fuori da quella baracca afosa, fuori da Massaua, via, veloce, fino al mare, ma gli pare di non riuscire a spingerlo che appena fuori dalle labbra, impastato, fuso, con quell'aria bagnata e rovente che neanche le pale della ventola potevano spostare.
   Se fosse stato per lui se ne sarebbe andato in giro con i sandali e una futa di cotone attorno alla vita. Nient'altro, neanche le mutande. Come facevano da sempre tutti gli abitanti di quella città infernale che cuoceva sotto il sole di giorno e ribolliva la notte, quelli che ci erano nati, non quelli che ci erano venuti, come lui, o quelli che stavano in Italia, come il Cavaliere, che quando pensava alla Colonia immaginava lino immacolato e fresche brezze marine, e non avrebbe mai tollerato un commesso coloniale, per giunta di prima classe, in sandali e futa. E senza mutande.
   Vittorio si alzò, inarcando la schiena per staccare la pelle dalla stoffa bagnata della camicia, senza riuscirci. Si avvicinò alla finestra, già ansimando come dopo uno sforzo, e appoggiò la tempia contro il legno caldo dello stipite. Infilò un dito dietro il bordo del colletto, allentò ancora la cravatta, e senza pensarci battè un colpo con il pollice, rapido e leggero.
   Fuori, c'è una bambina che balla. 
   Sporca, scalza, con addosso una camiciola corta di un colore indefinibile, i capelli raccolti in due codine crespe ai lati della testa. Tiene le braccia alzate e si muove incurante del ritmo della musica che tre uomini, tre vecchi seminudi con un fez rosso sulla testa, le suonano attorno. Sotto una stuoia appesa tra due pali, le gambe magre incrociate sulla polvere rovente della strada, uno batte le dita sulla pelle tesa di un koboro, e gli altri grattano le corde di due chitarre quadrate dai manici lunghissimi, veloci e concentrati per seguire il pulsare serrato del tamburo. Era una musica rapida e ossessiva, le stesse battute si ripetevano all'infinito, si rincorrevano, si accavallavano quasi, ma la bambina non la seguiva, sembrava non sentirla neppure. Si sollevava sulle punte dei piedi, batteva i talloni nella polvere, prima uno e poi l'altro, ruotava i polsi sopra la testa, le mani aperte, ma piano, pianis-simo, tanto che bisognava guardarla bene, fissarla a lungo, per capire che si sta muovendo.
   Sembrava che fossero lì da tanto tempo. 

© 2008, Giulio Einaudi 

Carlo Lucarelli – L’ottava vibrazione
456 pag., 19 € – Edizioni Einaudi 2008 (Einaudi. Stile libero big)
ISBN 978-88-06-19069-9


L'autore



16 aprile 2008 Di Giulia Mozzato

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