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Cristiani di Allah. Un noir mediterraneo di Massimo Carlotto"In quella spedizione potevamo contare su circa trecento corsari che avevano dimostrato valore e coraggio nella difesa di Algeri, ma per depredare un paese era necessario conquistarlo con la più assoluta sorpresa senza impegnarsi in lunghi combattimenti che non arricchivano nessuno e causavano morti e feriti."
Algeri, le coste italiane e francesi. Autunno 1541 - autunno 1542. Redouane Rais è un figlio di pescatore divenuto mercenario, albanese di 31 anni, rinnegato volontario e corsaro mediterraneo, innamorato del tedesco Othmane, barbetta con le treccine alla moda. I due si sono convertiti a Maometto, fatti tagliare il prepuzio e rasare il capo, per vivere quasi liberamente la loro omosessualità ad Algeri e coltivare la segreta speranza di partire per il Nuovo Mondo.
Hanno tre schiavi e un servo, qualche soldo da parte, finanziatori per le scorribande. La città rientra nel dominio arabo delle malvagie intoccabili truppe turche, è governata dal beylerbey Hassan Agha, pastorello sardo castrato di 54 anni scelto per la reggenza dal Barbarossa Kheir ed-Dine dominatore della Barberia e alleato di Solimano il Magnifico, per il quale comanda la flotta nella lontana corte della Sublime Porta di Costantinopoli.
Si fa la guerra di corsa con spie e inganni per depredare altre navi e altri porti cercando e trovando bottini e merci: schiavi e schiave, cibo, vino, gioielli, arredi, armi. Due o tre volte l’anno scomode e inospitali navi corsare partono da città corsare (come Algeri) per massimo due mesi, con obiettivi terrestri prestabiliti e marini occasionali, facendo decidere il destino individuale più da coraggio e valore che da nascita o fortuna. I morti vengono sepolti in mare. Ad ottobre però devono difendersi dall’assedio della possente flotta e del grande esercito di Carlo V; ci riescono con l’aiuto della tempesta, grazie alla quale riescono ad affondare oltre 300 navi e con un contropiede offensivo che mette in rotta anche i Cavalieri di Malta. Soddisfatti, Redouane si fa costruire uno splendido sciabecco armato con 24 colubrine e spingarde, Othmane si invaghisce di un imberbe pirpiri giannizzero che assale Redoauane. Per calmare le acque si imbarcano, tornano più ricchi dopo la razzia, ma bere ottenebra Othmane e sono dolori neri. Il cinquantaduenne curioso sperimentale Massimo Carlotto si cimenta con il noir storico e sono gioie, narrato in prima persona, documentato con leggiadria. Segnalo Lampedusa a pag. 106 e 178. E tanta Sardegna. Si mangiano gallette e carne secca in viaggio, baklava e leccornie a casa.
La colonna sonora di Maurizio Camardi e Mauro Palmas è allegata, molto bella, da leggere e ascoltare: parole in musica, canti di mare, ritmi mediterranei, musici veneziani, preghiere, voci di donna, 13 pezzi per oltre 50 godibili minuti.
Le prime pagine
Capitolo primo Mercoledì 19 ottobre 1541. Mi svegliai un attimo prima che il servo bussasse discretamente alla porta della camera. Il sonno era diventato leggero come una piuma in quelle notti di attesa. Con delicatezza aprii la mano per liberare quella di Othmane che spalancò gli occhi allarmato. Gli accarezzai la barba sotto il mento con un gesto rassicurante e lui sbuffò pri¬ma di girarsi su un fianco per continuare a dormire e smaltire il vino delle Canarie che aveva tracannato la sera prima nella taverna del bagno di Ali Arabagi. «Saheb el-Nadour la manda a chiamare, padrone» sussurrò il vecchio Ahmed. Annuii e richiusi la porta. Saheb era l'ufficiale addetto all'osservatorio della cittadella, era stato senz'altro il primo ad avvistare le navi e ora chiamava tutti a raccolta perché ci rendessimo conto di cosa saremmo stati costretti ad affrontare. Mi vestii in fretta e risalii i vicoli della casbah che portavano alla porta di Bah Azzoun nella luce incerta dei primi attimi dell'alba. Sugli spalti erano già radunati alcuni rais, gli ufficiali dei giannizzeri impeccabili nelle loro divise con le piume bianche sul turbante e gli stivali rossi, le autorità religiose e altri notabili. Hassan Agha, che regnava con la carica di beylerbey, non era ancora uscito dal suo palazzo. L'ufficiale mi indicò il mare che sembrava aver cambiato colore diventando una grande macchia bianca, tante erano le vele della flotta di Carlo V che avanzava verso Algeri. Tutti erano silenziosi, alcuni muovevano appena le labbra bofonchiando stupore e avventurandosi a contare i legni. Il numero lo conoscevamo già, le nostre spie avevano riferito di aver visto a Palma di Maiorca, dove l'armata si era radunata, una sessantina di grandi galee, duecento navi da gabbia a tre alberi, cento a un solo albero e centocinquanta di varia foggia adibite al trasporto di salmerie e di ogni altro oggetto o animale che potesse essere utile all'assedio. Preceduto da servi e dalla guardia del corpo arrivò il beylerbey che ci salutò con un breve cenno del capo. Portava il nome del nipote del profeta che significava buono. Hassan a volte lo era, ma era soprattutto giusto. Aveva il corpo tozzo, forte e privo di grazia ma il volto era incantevole e i lineamenti erano così belli e ancora così giovani nonostante i suoi cinquantaquattro anni che sembravano scolpiti dal più bravo degli scultori. Il beylerbey rivolse uno sguardo distratto alla flotta. «Sapete cosa fare» disse agli ufficiali, prima di voltarsi e tornare sui suoi passi. Le trombe diedero l'allarme e Algeri la bianca si ricoprì di nuovi colori come se avesse indossato una sgargiante armatura. Sui merli vennero innalzati stendardi rossi, verdi e gialli con mezzelune e versetti del Corano. Alle spalle della città, le alte colline parevano imbiancate di neve per il pullulare dei bournus delle truppe arabe, duemila magnifici cavallerizzi e tremila fanti. Presto sarebbero arrivate anche le truppe cabile, male armate ma molto efficaci nello scontro ravvicinato. © 2008, e/o
Massimo Carlotto – Cristiani di Allah 240 pag., 19,50 € – Edizioni E/O 2008 (Assolo) ISBN 978-88-76-41818-1
| 15 aprile 2008 | | Di Valerio Calzolaio |
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