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Titolo Parole nel vento. I migliori saggi critici su Bob Dylan
Dati 228 p., brossura
Prezzo € 18,00
Prezzo IBS € 16,20
Editore Interlinea
Collana Studi
EAN 9788882125776
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Parole nel vento. I migliori saggi critici su Bob Dylan



È uscito Parole nel vento, una raccolta dei migliori saggi americani dedicati a Bob Dylan, tutti inediti in Italia, a cura di Alessandro Carrera. L’editore è Interlinea. I dodici testi inclusi nel volume attraversano la carriera del menestrello, fresco vincitore del premio Pulitzer 2008. In passato il riconoscimento era andato a rappresentanti della musica classica (Elliott Carter e Samuel Barber, Giancarlo Menotti, John Adams) e jazz (Wynton Marsalis e John Coltrane).

Alessandro Carrera ha tradotto dodici saggi di critica musicale inglese e americana su Bob Dylan scegliendo nella vasta letteratura disponibile sull’argomento. Il risultato è una biografia polifonica. Si parte dal 1964 con un saggio di Nat Hentoff che scrive di un Bob Dylan ventitreenne, folk, che ama vestirsi in maniera informale. Hentoff racconta una seduta di registrazione, quella dell’album Another Side of Bob Dylan, al quale è stato invitato ad assistere. Ralph J. Gleason uno dei fondatori della rivista Rolling Stone, nel 1966 scriveva “il più serio assalto all’impalcatura della Great Society e della precedente New Frontier non proviene dalle forze armate di una potenza straniera ma da un fragile, magro e sfuggente ragazzo, le cui armi sono parole e musica, un’immaginazione ardente e un’apocalittica visione del mondo. Ellen Willis, giornalista moglie di Stanley Aronowitz che favorì l’incontro tra Dylan e i Beatles, nel 1967 approfondiva la svolta rock di Dylan, quella di Highway 61 Revisited, il suo "tradimento" alla causa della canzone di protesta. Alex Ross, critico musicale del “New York Times” nel 1998  segue Dylan in tournée e lo racconta.   
Il libro si conclude con un’interessante approfondimento sulla traduzione dei testi dylaniani di Alessandro Carrera scrittore e critico musicale, docente di letteratura in diverse università degli Stati Uniti e del Canada, traduttore del Dylan autobiografico per Feltrinelli.

Il bello di questo libro è appunto la diversa cronologia dei saggi su Dylan. Credo sia interessante per chi vuole approfondire la conoscenza dell’artista leggere come veniva percepito dalla critica musicale nel momento in cui “si svolsero i fatti”. Così questa antologia di scritti si libera dei caratteri di opera omnia col senno di poi, per approdare a una dimensione più agile, storica e quindi forse più vera. Chi scrisse nel 1966 viveva quel tempo e ne riportava il respiro non sapendo cosa sarebbe successo poi a Dylan e al mondo.

Bob Dylan è stato premiato con uno speciale Premio Pulitzer alla carriera. Gli è stato assegnato il Pulitzer per le arti con la seguente motivazione: per ''il profondo impatto avuto sulla musica popolare e la cultura americana attraverso composizioni liriche dallo straordinario potere poetico''.  In passato il menestrello è stato candidato anche al Premio Nobel per la Letteratura.


Vai allo speciale Pulitzer 2008

Le prime pagine

ALESSANDRO CARRERA 

Prefazione
(Ci dev'essere un modo per uscire di qui)   

Non siamo noi a dover giustificare perché siamo ossessionati da Dylan. Sono gli altri che dovrebbero spiegare come mai non so­no ossessionati loro. 
Christopher ricks, Minneapolis, 26 marzo 2007, a un convegno su Dylan, University of Minnesota   

I. Hibbing, 11 agosto 1998   

Arrivo a Hibbing su una Ford noleggiata a Minneapolis. Sono diretto alle sor­genti del Mississippi, che stanno più a ovest, sul lago Itasca, e non so bene che cosa aspettarmi da questa sosta nella città dove Dylan è cresciuto. Dopo esser-mi fermato a un paio di passaggi a livello davanti a treni lunghissimi che passa­no lenti, tagliando le foreste e portando legname e minerali ferrosi verso il por­to di Duluth, trovo all'ingresso dell'abitato, come mi ha informato la mia guida tascabile del Minnesota, il Visitor Center della città. La signora Ylapura, picco­la, capelli bianchi, gentilissima, forse di origine lappone (qui sono moltissimi i discendenti degli immigrati scandinavi), mi parla della miniera di ferro che si apre a nord della città, la più grande del mondo a ciclo aperto, e del museo Greyhound dove è possibile seguire la storia della compagnia di autobus, ora la maggiore degli Stati Uniti, nata proprio a Hibbing nel 1914 per portare i mina­tori sul luogo di lavoro. Non mi parla di Dylan, forse non sa chi è, e quasi ho paura di chiederglielo. Mi pare lontanissima dal suo mondo, e non vorrei met­terla in imbarazzo. Mi ricordo di quando, nel 1990, ero stato a Okemah, il vil­laggio dell'Oklahoma dal quale era venuto Woody Guthrie. La casa dove è na­to non c'era più dagli anni della Depressione, al suo posto stava un praticello vuoto. È vero, sulla torre dell'acquedotto cittadino (l'edificio più alto dei din­torni) c'era scritto «Woody Guthrie's Town», la città di Woody Guthrie, e que­sto mi aveva un po' confortato, ma alla biblioteca cittadina non avevano niente su di lui, solo un quaderno ad anelli con vecchi articoli ritagliati da vari giorna­li e infilati in piccole buste di plastica trasparente. Era un'opera privata dell'an­ziana bibliotecaria, guthriana in semi-incognito, che me la mostrò un po' orgo­gliosa e un po' timorosa, perché, come mi disse, a molti in città non piaceva che il più illustre figlio di Okemah fosse stato un comunista. A Hibbing non c'è scritto niente nemmeno sull'acquedotto. Il museo Greyhound, naturalmente, ha un'altra storia da raccontare, e l'altro museo, quello cittadino che sta nei sotterranei del Civic Center, è dedicato alla gigante­sca Hull Mine che riassume l'intera storia della città. I pannelli dimostrativi scandiscono gli eventi decennio dopo decennio, e quando si arriva agli anni ses­santa c'è una copia del giornale locale nel giorno dell'assassinio di Kennedy e la copertina di un disco dei Beatles, sopra la quale campeggia una foto di Dylan. Ma è una foto fatta durante la tournée del 1978, e non sta scritto da nessuna parte che Dylan sia cresciuto lì. La miniera è impressionante, un vero paesaggio lunare a tinte rossastre come il Painted Desert dell'Arizona, con la differenza che qui vedo gente in lonta­nanza a lavorarci, manovrando autocarri gialli e giganteschi, dalle ruote alte più di due metri. Arriva la sera e su Dylan non ho trovato nulla. Avrò tempo doma­ni di dare una controllata alle librerie e alla biblioteca pubblica. Intanto decido di fermarmi in un ristorante e mi cade l'occhio sull'ingresso di "Zimmy's and Atrium Restaurant" al 531 di East Howard Street, la via principale. Non sape­vo neanche che esistesse, sto viaggiando un po' come viene e non mi sono pre­parato a dovere, ma è un ristorante a tema, e il suo tema è «You may cali me Bobby, you may cali me Zimmy». È come un piccolo Hard Rock Cafe, ma per un artista solo. Foto di Dylan ovunque, manifesti di concerti e ritagli di giorna­le. A destra dell'ingresso stanno anche ricordi d'infanzia, con fotografie di un bambino piuttosto paffutello, guardato amorosamente da un'orgogliosa mam­mina. Le cameriere mi fanno firmare il registro del locale, nel quale leggo i commenti di avventori come me: «Credevo che nessuno a Hibbing si ricordas­se di Dylan finché per fortuna ho trovato voi». Oppure: «Bob, lascia la Califor-nia e torna a Hibbing!» Al ristorante sono tutti molto gentili, il che non vuoi di­re che mi senta di consigliare la loro pizza.

© 2008, Interlinea


Parole nel vento. I migliori saggi critici su Bob Dylan
228 pag., 18 € – Edizioni Interlinea 2008 (Studi)
ISBN 978-88-82-12577-6



10 aprile 2008 Di Francesco Marchetti


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