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Recensione

I I cani e i lupi copertina

I cani e i lupi di Irène Némirovsky


“Con il capo chino, le dita intrecciate intorno al ginocchio, il lungo collo esile inclinato, somigliava a un uccello isolato sul suo trespolo, in mezzo ad altri che non sono della sua razza e che contempla da lontano senza osare unirsi a loro.”

Nella prima edizione, l’autrice dichiarava di voler presentare il popolo e il mondo ebraico con le sue luci e le sue ombre, i suoi pregi e i suoi difetti. Oggi possiamo affermare che proprio dalle opere della Némirovsky riusciamo a conoscere, attraverso modalità cariche di affetto e di verità, la realtà degli ebrei venuti dall’Est.

La città, Kiev, in cui i Sinner vivevano era divisa in tre zone ben distinte: quella dei ricchi, quella della piccola borghesia e infine la terza, abitata dai dannati, insomma il vero e proprio inferno. Come tutti, anche gli ebrei si erano divisi, a seconda del loro reddito e del loro stato sociale, in queste tre aree.

Israel Sinner, padre di Ada, che sarà la protagonista del romanzo, faceva la spola tra l’inferno e il paradiso comprando e rivendendo un po’ di tutto agli ebrei ricchi.
La vita già faticosa di Israel lo diventa ancora di più quando, morto il fratello, deve accogliere in casa la cognata con i suoi due figli, Lilla e Ben. Un giorno, mentre è in città con Lilla, Ada vede, come fosse una visione, un bambino vestito con abiti splendidi, di una eleganza da togliere il fiato: è Harry Sinner, un lontano parente, uguale il cognome ma ben diverso il ceto sociale. Da quel momento e per sempre quel ragazzino le occuperà la testa e il cuore.

Si verifica un drammatico evento: i cosacchi e la folla inferocita si scagliano contro la famiglia Sinner, e i bambini sono costretti a fuggire e a nascondersi. Ada e il cugino Ben si ritrovano da soli e il rifugio prescelto, tra mille timori, è proprio la casa dei lontani parenti ricchi, i Sinner, i genitori di Harry che accolgono i due bambini in cucina con grande freddezza, solo consolati dal vecchio nonno che ha pietà di quei parenti poveri e che, calmatesi le acque, riuscirà a dare del lavoro al padre di Ada. E Israel potrà conquistare un certo benessere.

Passa il tempo e Ada incontrerà di nuovo a un ballo colui che sempre le si affacciava nei pensieri, Harry. Altri anni trascorrono, le due cugine con la zia come tutrice, vanno a Parigi a studiare, l’una pittura, l’altra recitazione. Siamo alle soglie dalla Prima guerra mondiale e della Rivoluzione russa, due eventi che in vario modo spazzeranno via tutto il passato. Ada è ormai una ragazza quando scopre che vicino alla sua casa parigina abita proprio l’indimenticato Harry. Ma dopo varie traversie finirà con lo sposare Ben da sempre innamorato di lei.
Harry intanto sposa Laurence Delarcher, superando mille ostacoli, e diventa padre di un bambino. 
La vita di Ada e di Ben trascorre tranquilla e in povertà. I quadri della ragazza sono esposti in una libreria vicina alla casa di Harry che ne rimane affascinato e li acquista ignorando chi sia l’autrice. Ma una rapida indagine gli permette in breve tempo di avere l’occasione di incontrare la lontana cugina pittrice. Non molto viene narrato di come il rapporto tra Ada e Harry si sviluppi, la Némirovsky li fa ritrovare al lettore già amanti, il matrimonio di Ada spezzato, dopo una terribile scenata di Ben, e quello di Harry in crisi mentre l’amore tra gli amanti si consolida. Tutto però all’improvviso crolla, per un perverso e illecito gioco finanziario di Ben  che compromette seriamente anche Harry. Di nuovo sola, di nuovo in fuga, Ada riuscirà a ritrovare un senso al suo vivere solo dalla piccola creatura nata da quei pochi momenti di felicità accanto all’unico uomo da lei mai amato. 


La storia molto più complessa di quanto appaia in questa sintesi è però l’occasione di presentare un mondo, una cultura, una mentalità. Quell’affascinante mescolanza di selvaggio e di remissivo, quel richiamo antico dell’inconscio a cui però per secolare educazione si può resistere, il richiamo che il cane sente della sua natura di lupo e il bisogno di libertà che però non può mai prescindere dai legami, dalle catene, dai bisogni materiali.

Ada è una figura strana in cui si sommano le contraddizioni di un popolo, così come tutta l’umanità che la circonda, egoista, calcolatrice e nello stesso tempo capace dei gesti più irrazionali.
Ancora una volta la Némirovsky disegna un ritratto femminile che turba per ingenuità e tenacia: come sempre una lettura appagante.


Le prime pagine


Agli occhi degli ebrei che vi abitavano, la città ucraina, culla della famiglia Sinner, era divisa in tre aree distinte, come certi quadri antichi: in basso i dannati, fra le tenebre e le fiamme dell'inferno; al centro della tela i comuni mortali, rischiarati da una luce pallida e quieta; in alto il regno degli eletti.
Nella città bassa, vicino al fiume, viveva la marmaglia - ebrei infrequentabili, piccoli artigiani e commercianti in squallide botteghe a pigione, vagabondi, frotte di bambini che si rotolavano nel fango e parlavano solo yiddish, vestiti di stracci, con enormi berretti sui colli esili e sui lunghi boccoli neri. Molto lontano da questi, in cima alle colline coperte di tigli, fra le abitazioni degli alti funzionari russi e quelle degli aristocratici polacchi, c'erano alcune belle case appartenenti a ricchi israeliti. Avevano scelto quella zona per l'aria pura che vi si respirava, ma soprattutto perché in Russia, all'inizio del secolo, sotto il regno di Nicola II, la presenza degli ebrei era tollerata solo in determinate città, e in certi rioni, in certe strade, a volte addirittura su un solo lato della via, mentre l'altro restava loro proibito. Tuttavia i divieti esistevano solamente per i poveri: era noto che allungando un po' di denaro sottobanco era possibile aggirare le norme più severe. Gli ebrei si facevano un punto d'onore di sfidare tali norme, non per vano spirito di contraddizione o per orgoglio, ma per dimostrare agli altri ebrei di valere più di loro, di aver guadagnato più soldi, di essere stati più abili nel vendere partite di barbabietole o di frumento. Era un modo efficace per rendere nota l'entità del proprio patrimonio. Un tale era nato nel ghetto. Avent'anni, messo insieme un piccolo gruzzolo, saliva di un gradino nella scala sociale: traslocava e andava a stare lontano dal fiume, nei pressi del mercato, al confine della città bassa; al momento del matrimonio abitava già dall'altro lato (quello proibito) della strada; e avrebbe continuato a salire, arrivando fino al quartiere dove, secondo la legge, nessun ebreo ha il diritto di nascere, di vivere, di morire. Si conquistava così il rispetto della sua gente, per la quale era a un tempo oggetto d'invidia e simbolo di speranza: scalare la vetta non era un'impresa impossibile. La fame, il freddo, la sporcizia non contavano niente davanti a un simile esempio; e dalla città bassa molti sguardi si sollevavano verso le fresche colline dei ricchi.

Fra quelle due regioni estreme si situava una zona temperata, un clima piatto nel quale non attecchivano né la grande ricchezza né la miseria, e in cui convivevano senza troppe tensioni borghesi russi, polacchi ed ebrei.
Anche questa, però, era divisa al suo interno in piccoli clan, animati da rivalità e disprezzo reciproci. Ai gruppi più in vista appartenevano medici, avvocati, amministratori di grandi proprietà, mentre il ceto inferiore era composto di commercianti, sarti, farmacisti.

A mettere in relazione fra loro i diversi quartieri c'era una categoria sociale che si guadagnava faticosamente il pane correndo da una casa all'altra, dalla città bassa alla città alta. Il padre di Ada, Israel Sinner, apparteneva alla cosiddetta congrega dei meklers, gli intermediari. Il loro mestiere consisteva nel comprare e vendere, per conto altrui, barbabietole, zucchero, grano, macchine agricole, tutti i prodotti più diffusi sul mercato ucraino, ma la lista poteva allungarsi con seta e tè, rahat lokum e carbone, caviale del Volga e frutti asiatici, a seconda delle esigenze della clientela. Questuavano, supplicavano, denigravano le merci della concorrenza, si lamentavano, spergiuravano, e per ottenere una commessa facevano appello a tutte le risorse della loro immaginazione e della loro sottile dialettica. La parlantina sciolta, la tendenza a gesticolare, ad andare di fretta - in un'epoca e in un Paese in cui nessuno aveva fretta -, l'umiltà, la tenacia e altre simili qualità li rendevano subito riconoscibili.
© 2008, Adelphi

Irène Némirovsky - I cani e i lupi

234 pag., 18,50 € – Edizioni Adelphi 2008 (Biblioteca Adelphi)
ISBN 978-88-45-92254-1



L’autrice



11 aprile 2008 Di Grazia Casagrande

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