WUZ  
  HOME | domenica 12 febbraio 2012
Cerca nel sito
RECENSIONE

Ordina questo libro su IBS
Titolo Un cammelliere a Manhattan
Autore Vastano Lucia
Dati 300 p., brossura
Prezzo € 15,00
Prezzo IBS € 7,50
Editore Salani
EAN 9788884516510
Ordina questo libro su IBS

Un cammelliere a Manhattan di Lucia Vastano


"Jamal me lo ha confessato. L'altro giorno, quando si è avvicinato con il muso alla pancia di Muna, ha parlato a Baby B che cresce lì dentro. Gli ha sussurrato, piano piano, in modo che nessun altro potesse sentire, il centesimo nome di Allah. Ora lui, o lei, lo sa ed è felice perché conosce il senso dell'esistenza, ed è in paradiso.
   Il mio dromedario mi ha detto però come funzionano le cose. Quando verrà al mondo Baby B si dimenticherà del segreto. Perché altrimenti, per lui, o lei, la vita non varrebbe più la pena di essere vissuta. Saprebbe già come va a finire."


"Come trent'anni fa, prima che arrivassero i sovietici, quando il nostro Paese era il centro del commecio tra Oriente e Occidente, un Paese di cui poter essere orgogliosi con i viaggiatori che arrivavano a frotte da lontano", così dicono gli anziani ai più giovani parlando dell'Afghanistan nel romanzo di Lucia Vastano.

E sì, perché parlando con quei viaggiatori che sino agli anni Settanta hanno potuto percorrere le strade che adesso sono segnate dalla tragedia e delle mine, sentiamo descrivere un paese che non vediamo nelle immagini dei telegiornali.



la visione dagli occhi dei Buddha di Bamyian - foto g. de lorenzo
Un luogo meraviglioso, con paesaggi unici al mondo, un'ospitalità sincera, una dignità forte, una cultura millenaria testimoniata da luoghi di importanza storica straordinaria come la piana dei Buddha di Bamiyan (anche nel romanzo una rappresentazione del Buddha avrà la sua parte) che oltre alle immense statue che guardano (guardavano) lontano nasconde ancora altre testimonianze di un luogo centrale nella storia dell'umanità, ai piedi della imponente catena montuosa dell'Hindukush. 
Certamente non un paradiso senza conflitti, segnato com'è sempre stato dalle rivalità tribali interne e dal passaggio dei tanti invasori esterni, ma un luogo in fondo poco conosciuto in Occidente e ben diverso da quello che oggi tutti noi abbiamo imparato a riconoscere.


Un paese molto amato anche dall'autrice di questo romanzo, giornalista freelance che ha a lungo soggiornato in Afghanistan, nelle case, a contatto con le famiglie, condividendo difficoltà e piccoli piaceri di tutti i giorni. Solo chi ha visto un paese in questo modo può capirne le sfumature più intime e raccontare chi lo abitata.

L'idea del romanzo è nata quasi per caso, riguardando la fotografia scattata a un giovane cammelliere durante un viaggio nel sud del paese. 
Quegli occhi verdi sono diventati gli occhi del protagonista, Azad, e in qualche modo quelli della sua fidanzata, Muna, anche lei molto bella. Perché tra le caratteristiche di queste terre c'è la bellezza dei suoi abitanti, sia uomini che donne, l'intenso colore dei loro occhi, i lineamenti nobili e il portamento elegante. 
Anche questo è Afghanistan.

La storia, appassionante e ben raccontata, è in fondo un pretesto per il confronto tra due civiltà, per narrare la possibilità di un incontro molto più costruttivo di un'occupazione militare. Oriente e Occidente si confrontano prima in Afghanistan e poi negli Stati Uniti, dove approdano dopo lunghe vicissitudini, i due protagonisti. E l'autrice ci racconta anche il nostro mondo visto con gli occhi degli "altri". Lasciando spazio alla carta dell'ironia, giocata bene attraverso la figura di Jamal, il sapiente dromedario di Azad.

Le prime pagine

                                                                      Kandahar

È stato durante una tempesta di sabbia che mi sono chiesto per la prima volta: «Perché se un buon musulmano può divorziare dalla propria moglie io non posso divorziare dal mio dromedario?»
   Jamal non aveva dopotutto un brutto carattere. Era un dromedario affezionato e fedele e se anche mi fossi perso nel bel mezzo del deserto non mi avrebbe mai lasciato solo al mio destino. Sarebbe rimasto sempre al mio fianco. Mi avrebbe condotto in salvo o mi avrebbe fatto compagnia negli ultimi istanti della mia vita, come un vero fratello. A volte mi sembrava per-sino che mi capisse più della mia fidanzata che, quando le raccontavo della mia inquietudine, della mia voglia di andare a scoprire cosa c'era oltre la terra del nostro clan, alzava le spalle e sorrideva a sua madre che è poi anche mia zia che mi conosce da quando sono venuto al mondo. E allora la zia si rivolgeva a mia madre e la rimproverava per quello che era successo diciassette anni prima.
   «Lo vedi, è tutta colpa tua. Non avresti mai dovuto metterti in viaggio mentre aspettavi Azad. E così lui non sarebbe nato su un autobus in corsa e non gli sarebbero mai venuti pensieri del genere... andare lontano, visitare il mondo. Che follia! E se poi tu e tuo marito aveste seguito il mio consiglio non lo avreste mai chiamato Azad, libertà, ma Amir, ricco, come il cugino di tuo marito, novantadue cammelli, ventiquattro figli tutti sposati bene e un negozio di antiquariato in Europa. E così il tuo ultimogenito non sarebbe ora troppo libero e troppo poco ricco e la mia Mima non dovrebbe preoccuparsi per il suo futuro».
   La zia in realtà non sapeva niente di me. Io non mi sono mai sentito né troppo libero e né tantomeno povero. Non avevo nemmeno idea di cosa volesse dire essere ricco perché, per quello che mi riguardava, la libertà non aveva niente a che fare con i soldi, di quelli ne avevo tenuti ben pochi in mano, ma solo con la prevedibilità della vita. Quando le giornate sono tutte uguali e questo comincia a pesare, libertà significa poter modificare quel ripetersi senza fine degli eventi e provocare l'imprevedibile. Se puoi permetterti di farlo sei libero e ricco. Se invece qualcuno o qualcosa ti impedisce di cambiare, sei schiavo e anche povero. Tutto qua. Questa è la mia filosofia di vita. Mi rendo conto che non è troppo elaborata. Non spiega il senso dell'esistenza di ognuno di noi. Ma cosa si può pretendere da un ragazzo che ha avuto a che fare più con i dro-medari che con gli esseri umani?
   Jamal non era un gran chiacchierone e con lui non potevo fare grandi approfondimenti. L'unica sua preoccupazione era ruminare, ruminare da mattina a sera con quella sua aria sempre soddisfatta e appagata. Mio padre mi ripeteva: «Azad, figlio mio, devi imparare da lui. Non si lamenta mai, è contento con quello che ha, gli basta qualche ciuffo d'erba per essere felice. Il tuo Jamal è un grande saggio».
   Per anni, al tramonto, seduto vicino al fuoco dopo aver legato le mie bestie per la notte, ho guardato Jamal dritto negli occhi per interpretare i suoi silenzi come quelli di un saggio sufi. Per anni mi sono dato dello scemo per non riuscire a capire che cosa Jamal mi volesse dire con quel suo sbattere di mascelle. Poi, un giorno in cui la polvere sollevata dal vento oscurava gli ultimi bagliori del sole che scendeva dietro l'orizzonte oltre Kandahar, il mio fedele amico mi ha finalmente parlato: « Io sono felice perché faccio quello che mi piace e per cui sono stato creato. Se un ciuffo d'erba a tuo padre può sembrare poco, per me è tutto, è la cosa più preziosa del mondo. È quello che voglio, è quello che sono».
   Dopo avermi regalato la sua perla di saggezza, Jamal è tornato a ruminare e con la sua aria distratta si è girato dall'altra parte per farmi capire che non era il caso di seccarlo oltre. Ma io avevo già avuto quello che mi serviva, la risposta. Il mio ciuffo d'erba era altrove e se il volere di Allah era stato quello di mettermi alla prova con questa ricerca, io «on potevo certo tirarmi indietro. Il mio dovere di buon musulmano, la mia jihad, doveva essere partire, lasciarmi alle spalle le sicurezze quotidiane per cercare il mio ciuffo di paradiso. Più o meno due anni fa, il giorno del nowroze, il Capodanno afghano che coincide con il primo giorno di primavera, decisi che sarei partito alla scoperta del mondo.

© 2008, Adriano Salani Editore

Lucia Vastano – Un cammelliere a Manhattan
300 pag., 15 € – Edizioni Salani 2008
ISBN 978-88-84-51651-0


L'autrice

Lucia Vastano, giornalista professionista dal 1982, collabora a diverse testate, italiane ed estere. 
Come inviata o su assignment ha seguito le guerre in Libano, Angola, Salvador, Cambogia, nel Golfo e in Iraq, nei Balcani, in Albania, Afghanistan e Kashmir. 
È autrice di numerosi reportage da vari Paesi africani, dalla Cina, dall'India, dagli Stati islamici dell'Asia Centrale e dall’America. 
Ha vinto numerosi premi giornalistici tra cui, nel 2005, il prestigioso «Premio Saint Vincent» e il premio UNESCO 2003 «Comunicare i diritti umani» riservato agli inviati di guerra. 
Anche il suo romanzo d'esordio, Tutta un'altra musica in casa Buz, ha ricevuto numerosi riconoscimenti.


La bambina che non esisteva
Il film: Il cacciatore di aquiloni
Il libro: Il cacciatore di aquiloni
Taxi per l'inferno: Oscar 2008 per i documentari

Incontro sull'Afghanistan: Ettore Mo con Maso Notarianni e Lucia Vastano
     
La cucina afghana
Intervista a Teresa Sarti Strada  


27 marzo 2008 Di Giulia Mozzato


Condividi su:


Copyright © 1996/2012 Internet Bookshop Italia, tutti i diritti riservati.
Wuz è un marchio registrato.
Internet Bookshop Italia è una società di Giunti & Messaggerie
Internet Bookshop Italia S.r.l.
Sede Legale Via Giuseppe Verdi n.8 - 20090 Assago MI
Reg. Imprese di Milano 12252360156
CCIAA Milano 1542508
P.IVA 12252360156
Capitale sociale € 500.000 i.v.

Licenza SIAE n. 513 / I / 06-359.
Concessionaria di pubblicità MYads.it
Con la collaborazione di Argentovivo per il settore editoria libraria
Dati audience certificati Audiweb

Eventuali comunicazioni e segnalazioni utili possono essere inviate alla redazione
Alcune foto presenti su Wuz.it sono state prese da Internet, e quindi valutate di pubblico dominio.
Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione che provvederà prontamente alla rimozione delle immagini utilizzate.