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RECENSIONE

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Titolo Ricordi di un vicolo cieco
Autore Yoshimoto Banana
Dati 159 p., brossura
Prezzo € 11,00
Prezzo IBS € 8,80
Editore Feltrinelli
Collana I canguri
EAN 9788807701771
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Banana Yoshimoto

Ricordi di un vicolo cieco


"Questo momento è eterno, lo pensammo entrambi. Adesso sentivo che qualcosa mi era sempre mancato, che ero vissuta con la percezione di aver perduto qualcosa. Da qualche parte dentro di me lo sapevo e mi sentivo triste. Troppo triste per capire che cosa mi mancava. Questo mi diceva la mia anima.
La luce interiore, la luce trasparente e bellissima che veniva da fuori, e la luce che splendeva tra noi due, si fusero in una, illuminando il nostro futuro."


È sempre la stessa ragazza al centro dei romanzi di Banana Yoshimoto? È la scrittrice stessa a essere protagonista dei suoi scritti? Quanto è lei prigioniera del suo personaggio e quanto invece è il personaggio stesso a essere in balia della sua creatrice?
Sarebbe bello scorpirlo ma già sappiamo che la Yoshimoto, con quella riservatezza e quel pudore che accompagnano l'animo giapponese, non rivela mai fino in fondo l'essenza della sua ispirazione e sarebbe dunque inutile domandarglielo.
Sappiamo anche cosa troveremo nei suoi romanzi e nei racconti (genere letterario che incontriamo questa volta) e, se da una lato non ci riservano mai sorprese, dall'altro proprio questo personaggio femminile che resiste al centro di ogni storia, è talmente sviscerato, sfaccettato e analizzato da diventare ogni volta nuovo, affascinante, mai noioso.


Cinque i racconti che compongono questo volume.
Nel primo, La casa dei fantasmi, la protagonista è una giovane donna, reduce da un'esperienza amorosa difficile, che trova, in un'amicizia che lentamente si frasforma in un grande amore, un nuovo senso per la sua esistenza.

Il secondo, intitolato significativamente Mammaa!, esordisce con la brutta avventura di una ragazza che lavora in una casa editrice, Matsuoka, avvelenata da un piatto di riso al curry. L'episodio, grave ma non irreparabile, scatena tuttavia in lei una serie di ripensamenti esistenziali che la porteranno a tornare al suo paese d'origine e riallacciare i rapporti con l'amata nonna (i nonni sono figure molto presenti nelle storie della Yoshimoto) e a sposarsi.

Particolarmente struggente La luce che c'è dentro le persone, in cui troviamo come protagonista una scrittrice, Mitsuyo, una giovane donna affermata che ricorda la sua infanzia (altro tema molto caro alla scrittrice giapponese) piuttosto solitaria di figlia unica poco incline a giocare con gli altri bambini. "Quando ero bambina avevo un solo amico - racconta Mitsuyo - Dato che era un ragazzino, penso di poterlo considerare il mio primo amore. Si chiamava Makoto ed era un bambino molto dolce, tranquillo, gracile". Va da sé che a questo bimbo speciale sia riservato un destino tragico.


Di taglio diverso invece La felicità di Tomo-Chan, in cui la giovane protagonista, semplice e ingenua, riesce a superare piccoli e grandi problemi della vita con "uno strano distacco" grazie a una presenza soprannaturale.

Incontriamo un altro tema più volte ripreso dalla Yoshimoto nell'ultimo racconto, Ricordo di un vicolo cieco: la traumatica rottura di un fidanzamento. Mimi scopre che il suo ragazzo in realtà ha un'altra donna che intende sposare e cade in una vertigine terribile, da cui riuscirà a uscire grazie a Nishiyama, un amico prezioso.


E alla fine del libro, scopriamo un Post Scriptum della stessa Yoshimoto che, stranamente e forse per la prima volta, risponde proprio a quelle domande che ci siamo posti all'inizio.
"Perché sto scrivendo di cose tristi, quelle che mi costano più fatica? - si domanda.
"Anche se niente di quanto ho scritto mi è accaduto in prima persona, stranamente è il libro più autobiografico tra quelli che ho pubblicato finora. Nel rileggerlo riaffiorano in me vividi i momenti più difficili della mia vita. Proprio per questa ragione è diventato per me un libro importante".


Titolo originale dell'opera: Deddoendo no omoide
Traduzione di Giorgio Amitrano


Le prime pagine

La casa dei fantasmi

"Perché invece non vieni a mangiare da me, Setchan? Io avrei voglia di nabe, ma prepararlo a casa da soli non c'è gusto."
Io avevo detto semplicemente:
"Per ringraziarti del tuo aiuto al lavoro, con i soldi della paga vorrei invitarti a mangiare".
E quella era stata la risposta di Iwakura.
Ero indecisa. Se un ragazzo che vive da solo ti fa una proposta del genere, come interpretarla?
Però, conoscendolo, nel suo invito non dovrebbero es-serci secondi fini, pensai, e in più casa sua dovrebbe essere proprio dalle mie parti.
A ogni modo lo aveva detto con un'espressione innocente, e un tono di noncuranza, e anche il battito del mio cuore non aveva subito nessuna accelerazione.
Vi era in lui qualcosa di indefinibile, come un ciclo nuvoloso nel cuore dell'inverno, a metà tra allegria e cupezza, che in qualche modo mi tratteneva dall'innamorarmi di lui. Non riuscivo a percepire quell'energia e quell'esaltazione che ti danno una carica straordinaria, così importanti negli amori giovanili.
"Allora vengo a cucinare da te?" dissi, e decidemmo tranquillamente la data.
Eravamo seduti su una panchina nel campus dell'universita che entrambi frequentavamo, sotto l'unico grande albero di keyaki.
Io avevo pochi amici, e quei pochi erano talmente presi dai loro lavoretti part-time che alle lezioni non venivano quasi mai, tipica situazione di tante stupide università private. Fu così che Iwakura e io, trovandoci spesso da soli, facemmo naturalmente amicizia.

L'avevo conosciuto in una specie di pub della zona, dove avevo sostituito per breve tempo un'amica. Lui lavorava lì come barista.
Da allora capitava spesso, incontrandoci all'università, di mangiare insieme o chiacchierare un po'.
Lui era figlio unico e i genitori gestivano un negozio di roll cake piuttosto famoso nel quartiere. Si diceva che non volesse succedere ai suoi nel lavoro di famiglia, e per questa ragione si impegnava al massimo per fare economia e mettere dei soldi da parte, come era evidente dal suo stile di vita. Era sotto pressione e si vedeva: se negli anni dell'università non fosse riuscito a rendersi indipendente e a trovare la propria strada, il futuro che lo attendeva, che gli piacesse o no, era solo uno: infornare roll cake per il resto dei suoi giorni. Anche dal modo in cui lavorava al pub traspariva quello stress tipico delle persone con un destino già deciso.
"Io non capisco perché ce l'hai con i roll cake, cosa può esserci di meglio?" dissi io, che ne ero molto golosa.
"No, non ho niente contro questo lavoro, ma sai, non è facile con una mamma come la mia, una madre superperfet-ta, allegra, simpatica, e grande lavoratrice..." disse Iwakura. Infatti anche nei quartieri vicini sua madre era famosa per il carattere allegro e pieno di premure. Avevo sentito dire spesso che in tanti compravano da loro perché erano conquistati dal suo garbo nel trattare i clienti.
"Io... io credo di essere davvero la classica brava persona" disse.
"Non ho dubbi" risposi.
Bastava camminare un po' con lui per la città per rendersi conto della sua profonda gentilezza. Per esempio, passeggiando nel parco, capitava che il vento facesse ondeggiare gli alberi e tremare la luce. Allora lui socchiudeva un po' gli occhi e la sua espressione diceva: "Che bello! ". Un bambino cadeva, e sul suo viso si leggeva: "Accidenti, è caduto", ma subito dopo, quando la mamma accorreva per prenderlo in braccio, il suo viso sembrava dire: "Meno male". Questa sensibilità naturale è caratteristica di persone che hanno ricevuto qualcosa di assolutamente prezioso dai genitori.
"Equindi," proseguì lui, "se restassi tutta la vita con i miei, seguendo la corrente, mi perfezionerei sempre di più in questo ruolo di brava persona."
"E cosa ci sarebbe di male?"
"Niente, ma per come la vedo io, questo non significa essere davvero uno a posto. Facendo una vita tranquilla, con soldi e tempo a disposizione, è facile essere una brava persona, che ci vuole? Ma se continuo su questa strada, la mia presunta bontà rimarrà qualcosa di relativo, di superficiale, e magari finirò per coltivare la mia parte più brutta e oscura. Siccome penso di essere uno fondamentalmente a posto, se ci riesco, di me vorrei coltivare la parte positiva, non quella oscura."
"Allora questa sarebbe la ragione per cui fai economia e metti da parte i soldi?"
"Non direi proprio così, sto solo facendo quello che ho deciso e quello che posso. Altrimenti, mi ritroverò come se niente fosse a lavorare nel negozio dei miei, senza avere neanche tentato qualcosa di diverso. E una volta lì, non potrò più sottrarmi" disse Iwakura.
Per iscriversi in quella università ci voleva un sacco di soldi.
Ma nel mio caso l'iscrizione era avvenuta in modo quasi automatico, dato che avevo fatto tutto il percorso scolastico all'interno di quell'istituto, dove i miei, in quel periodo pre-sissimi dal lavoro, mi avevano iscritto sin dall'asilo.
I miei hanno un ristorante di cucina occidentale* piuttosto conosciuto, nel quartiere vicino. Abbastanza conosciuto da essere sempre segnalato sulle guide turistiche, e da attirare famiglie che ogni tanto hanno voglia di mangiare fuori o impiegati single che amano concedersi il piccolo lusso di una cena dopo il lavoro, senza però volersi svenare in un ristorante francese.
Poiché desideravo in futuro succedere ai miei nella gestione di questo locale che esiste dai tempi dei nonni, non mi importava troppo del titolo di studi da conseguire, ma volevo imparare qualcosa di più sul mio lavoro futuro. Anche se da imparare c'era ben poco: da noi il menu è sempre lo stesso e ne sapevo già abbastanza di omelette col riso, salse per arrosti e risotti, e non mi restava altro che prendere da lì a breve la licenza di cuoca.
Mio fratello maggiore invece non voleva saperne di ereditare la gestione del ristorante e per questo se n'era andato di casa quando era ancora al liceo. Adesso lavorava a pieno ritmo in un'agenzia pubblicitaria. Nella volontà di Iwakura, confusa ma determinata, di non succedere al padre nell'attività di famiglia, ritrovavo con nostalgia mio fratello da giovane, e questa era stata forse una delle ragioni della mia istintiva simpatia per lui.
Quante notti avevo passato ad ascoltare le lamentele di mio fratello!
Lui era un ragazzo incredibilmente curioso, nel senso buono del termine, ultrasocievole, ma non era assolutamente il tipo capace di seguire ogni giorno uno schema stabilito, facendo le stesse cose allo stesso modo alla stessa ora. Andava sempre in cerca di emozioni e più di tutto amava l'imprevisto. Penso che solo la cecità di cui sono capaci i genitori potesse averli portati a pensare che un ragazzo come lui fosse adatto a seguire l'attività di famiglia.
Io gli dicevo sempre che il ristorante non era la sua strada, e che me ne sarei occupata io.
Ricordo tutte le volte che di notte, nella sua stanza, con un sorriso forzato cercava di convincersi dicendo: Però io ho una buona manualità, la forza non mi manca, i nostri genitori vogliono che prenda io il loro posto, eccetera.
Mio fratello infatti era anche il tipo da entrare in ansia se pensava che qualcuno volesse sottrargli ciò che gli spettava.
Adesso veniva ogni tanto a casa a trovarci, si fermava a mangiare e poi andava via. Era evidente che per il momento non aveva la minima intenzione di metter su famiglia, preferendo godersi ancora la libertà, quindi la possibilità che tornasse per occuparsi del ristorante sembrò tramontare definitivamente.
I miei dovevano aver riflettuto molto sulla mia intenzione di assumere un giorno la gestione, e avevano finito per concludere che forse stavo facendo un sacrificio, e per evitare che poi seguissi l'esempio di mio fratello, sarebbe stato meglio lasciarmi provare altre esperienze. Probabilmente non si erano ancora ripresi dallo shock di scoprire che il figlio, che credevano desideroso di subentrare a loro nel ristorante, in realtà detestava quell'idea.
Decisero quindi che sarebbe stato più prudente farmi iscrivere all'università. Così, anche se ci avessi ripensato, non mi sarei sentita costretta a occuparmi del ristorante, e avrei avuto più tempo per riflettere.
Ma io non avevo cambiato idea, e la mia carriera universitaria si stava risolvendo più che altro in un'esperienza di vita.

© 2006, Giangiacomo Feltrinelli Editore

Yoshimoto Banana - Ricordi di un vicolo cieco
159 pag., 11,00 € - Edizioni Feltrinelli 2006 (I canguri)
ISBN 9788807701771


L'autrice



12 luglio 2006 Di Giulia Mozzato


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