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RECENSIONE

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Titolo Necropoli
Autore Pahor Boris
Dati 280 p., brossura
Prezzo € 16,00
Prezzo IBS € 16,00
Editore Fazi
Collana Le strade
EAN 9788881128815
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Boris Pahor

Necropoli


“Necropoli, annoverato da decenni fra i capolavori della letteratura dello sterminio, è un libro eccezionale, che riesce a fondere l’assoluto dell’orrore – sempre qui e ora, presente e bruciante, eterno davanti a Dio – con la complessità della storia, la relatività delle situazioni e i limiti dell’intelligenza e della comprensione umana.”

Claudio Magris


Questo libro bellissimo e tragico accompagna Pahor nella visita che compie nel Lager in cui era stato prigioniero, quello di Natzweiler-Struhof, Lager Istituito nel settembre 1940 nella Francia occupata presso la foresta dell'Alsazia, nelle vicinanze di una cava di pietre. Era un Lager di terza categoria per lo sterminio totale dei prigionieri che dovevano trasformare vecchie miniere di gesso in fabbriche sotterranee. Esisteva anche una camera a gas e i corpi dei prigionieri gassati erano conservati in celle frigorifere a disposizione dell'Università tedesca installata a Strasburgo.
Pahor non accetta la dimensione turistica della visita a questo luogo dell’orrore anche se è il raccoglimento a caratterizzare i visitatori che possono entrare divisi in piccoli gruppi.
E poi l’insorgere dei ricordi, anzi qualcosa di più, un ripercorrere non solo fatti, ma sensazioni vissute in quell’universo altro e terribile. E con la chiarezza, la semplicità di chi ogni giorno ha davanti agli occhi quelle immagini, Pahor le racconta, ne descrive minuziosamente particolari osceni, da film dell’orrore: teste rasate, corpi scheletrici, fame, misere nudità, oltraggi, perdita di identità e di senso.

Ogni passo in quel campo è un assalto di ricordi. L’irrequietezza che prese quando, la sconfitta tedesca ormai prossima, si leggeva sul viso del vicino, la convinzione arresa dell’inevitabile eliminazione di tutti i prigionieri sopravvissuti. Il forno, mostro diventato familiare, e i medici, quelli che salvano con stratagemmi e quelli (tedeschi) che usano i corpi dei detenuti per i loro spietati esperimenti.
I prigionieri vengono portati altrove, ormai i vincitori sono nei pressi, e i tanti morti sono seppelliti o accumulati su camion, poveri corpi inconsistenti. Il trasporto è faticoso, pieno di paure e di incognite.
Pahor fa parte degli addetti all’infermeria e questo lo salva, ma forse proprio di questo privilegio non riuscirà mai a perdonarsi.

I visitatori guardano le singole parti del campo, una giovane coppia si abbraccia e l’autore sente come sia stridente quella realtà col ricordo. “Noi eravamo immersi in una totalità apocalittica nella dimensione del nulla; quei due invece galleggiano nella vastità dell’amore che è altrettanto infinito, e che altrettanto incomprensibilmente signoreggia sulle cose, le esplode o le esalta.”
Il metodo di difesa che aveva messo in atto trovandosi in quell’inferno era il diaframma posto tra sé e le immagini che gli si presentavano quotidianamente davanti: l’argine degli occhi doveva impedire che penetrassero più a fondo, che si trasformassero in pensieri.
C’era stato un momento in cui la morte aveva sfiorato anche lui, ne era certo, ed era stato salvato solo dalla calma che regnava nel blocco degli inabili e dal suo reclutamento nell’infermeria.

Alla memoria poi torna il barlume di un “prima” lontano, prima della guerra, quando gli sloveni di Trieste erano già stati colpiti da tante discriminazioni, quasi un’anticipazione di ben più tragiche esclusioni e punizioni, quelle a cui ogni passo nel campo ora ridà vita e provoca nuovo inguaribile dolore.
Un libro che, nel costante intrecciarsi di vita e di morte, nelle visioni terribili che le parole producono negli occhi del lettore, nella durezza dei ricordi impietosi e dell’angoscia che suscitano, ha una potenza difficilmente riscontrabile in altre opere di sopravvissuti.

Questo scrittore che ha raccontato l’abisso della crudeltà con parole lucide è uno degli esempi più alti di quella cultura slovena cresciuta e sviluppatasi a Trieste di cui Claudio Magris, a cui si deve l’Introduzione, rappresenta il versante italiano: una duplice lingua, diverse le esperienze di vita, ma pari la capacità di scavo nell’animo umano. 


Le prime pagine


Domenica pomeriggio. Il nastro d'asfalto liscio e sinuoso che sale verso le alture fitte di boschi non è deserto come vorrei. Alcune automobili mi superano, altre stanno facendo ritorno a valle, verso Schimek; così il traffico turistico trasforma questo momento in qualcosa di banale e non mi permette di mantenere il raccoglimento che cercavo. So bene che anch'io, con la mia macchina, faccio parte di questa processione motorizzata, eppure sono sicuro che, vista la mia passata intimità con questi luoghi, se sulla strada fossi solo, il fatto di viaggiare in automobile non scalfirebbe l'immagine onirica che dalla fine della guerra riposa intatta nell'ombra della mia coscienza.
Lo ammetto, non riesco ad accettare fino in fondo l'idea che questo posto di montagna, cardine del mio mondo interiore, sia visitabile da chiunque; e soffro anche un po' di gelosia: non soltanto perché oggi occhi estranei percorrono uno scenario che fu testimone della nostra anonima prigionia, ma anche perché questi sguardi curiosi (ne sono assolutamente certo) non potrenno mai penetrare nell'abisso di abiezione in cui fu gettata la nostra fiducia nella dignità umana e nella libertà personale.
Ecco che però, giunta da chissà dove, inizia a insinuarsi nel mio animo anche una picciola soddisfazione per il fatto che questa altura dei Vosgi non sia più il terreno segreto di una lontana dannazione consumatasi tutta in se stessa, ma sia diventata un luogo verso cui si dirigono i passi di innumerevoli persone. E queste persone, anche se la loro immaginazione sarà insufficiente per la visita che le attende, riusciranno tuttavia a intuire, attraverso le vie del cuore, l'inconcepibile realtà del destino di quei loro figli perduti.
Uomini e donne di tutti i paesi d'Europa si radunano qui su questi alti terrazzamenti di montagna, dove il male aveva il sopravvento sul dolore e sembrava capace di imprimere alla consunzione il marchio dell'eternità. Si radunano qui per poggiare il piede su un luogo sacro dove le ceneri dei loro simili, con muta presenza, segnano nella coscienza dei popoli una tappa incancellabile della storia umana.

© Fazi Editore


Necropoli di Boris Pahor
Titolo originale: Nekropola
Traduzione di Ezio Martin
Introduzione di Claudio Magris
280 pag., 16,00 € - Fazi Editore (Le strade)


L'autore



26 febbraio 2008 Di Grazia Casagrande


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