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RECENSIONE

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Titolo I giorni dell'amore e della guerra
Autore Anam Tahmima
Dati 330 p., rilegato
Prezzo € 18,60
Prezzo IBS € 14,88
Editore Garzanti Libri
Collana Narratori moderni
EAN 9788811665939
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Tahmima Anam

I giorni dell'amore e della guerra


"Avrebbe voluto essere più arrabbiata e meno orgogliosa, ma si ritrovò a desiderare di acconsentire, non solo per ottenere la fiducia del figlio, ma perché non poteva biasimare altri che sé stessa per aver messo al mondo una persona così speciale, sempre pronta ad assumersi le sue responsabilità. Era diventato l'uomo che lei aveva sempre sperato di avere per figlio, anche se non avrebbe mai immaginato che lui, o il mondo, sarebbero arrivati a tanto."

Un romanzo che lascerà sicuramente una traccia, ponendo la sua giovane autrice tra i nomi più interessanti della letteratura contemporanea.
L’opera in questione è il romanzo d’esordio di una scrittrice poco più che trentenne che, nata in Bangladesh, ha vissuto tra Parigi, New York e Bangkok e che attualmente abita a Londra. Ho citato per prima cosa questi dati biografici perché è molto importante capire come la familiarità con cui la scrittrice tratta la cultura, le tradizioni, i riti e la vita quotidiana nel suo Paese d’origine, non abbiano mai un carattere folkloristico, ma siano sempre filtrate da una visione della vita che supera i confini nazionali. E non c’è nulla che abbia un respiro cosmopolita quanto due sentimenti eterni e fondamentali: l’amore materno e l’amore degli esseri umani per la giustizia e per la libertà.

Il Bangladesh fa pensare, a noi occidentali, solo a un luogo martoriato da inondazioni e da calamità naturali, a una popolazione succube della fame e della povertà: luoghi comuni, difficili da debellare. Ben venga perciò un libro come questo che illumina le nostre intelligenze mettendoci davanti a una bellissima storia familiare che si intreccia strettamente con la lotta di tanti uomini e di tante donne per l’indipendenza e l’unità del loro Paese, indipendenza raggiunta solo nel 1971 dopo che il Bangladesh era violentemente ripartito tra India e Pakistan dal 1947.

Protagonista indiscussa del romanzo è una donna, Rehana, che rimasta vedova all’improvviso con due figli ancora piccoli se li vede sottrarre dal cognato perché giudicata senza i mezzi sufficienti per poterli mantenere. Ma la giovane madre si batterà con ogni mezzo e riuscirà, dopo qualche tempo, a ristabilire la sua situazione economica grazie all’affitto di una casa, fatta costruire tra mille difficoltà: potrà così riprendere con sé i bambini.
Questi i fatti che precedono e spiegano molte delle vicende successive.
Il salto temporale tra il primo capitolo e i successivi è notevole, si passa dal 1959 al 1971, anno cruciale per il Bangladesh e per la famiglia di Rehana.


Sohail e Maya, questi sono i nomi dei due figli, sono studenti universitari che sentono il dovere di un quotidiano impegno politico a sostegno di chi ha rivendicato l’indipendenza del loro Stato e che è stato eletto democraticamente dal popolo.

La madre, che non riuscirà mai a superare il dolore del distacco forzato dai figli impostole quando erano piccoli, osserva preoccupata il loro entusiasmo e la loro indignazione, ma ha dentro di sé anche l’orgoglio di chi sa che gli ideali per cui i suoi ragazzi si battono sono pericolosi, ma fanno loro onore.


Più dolce e affettuoso Sohail, più dura e talvolta distante Maya. Entrambi sono circondati da amici che condividono con loro speranze e rabbia per gli abusi di potere che il Pakistan, la nazione occupante, impone al Bangladesh.
Intorno a Rehana un gruppo di donne, di amiche fidate: insieme preparano banchetti e feste, insieme discutono dell’avvenire dei figli e delle questioni quotidiane, unite da un affetto sincero che permette una reciproca confidenza. Ad incrinare tutto ciò un evento privato e l’esplosione davvero drammatica di una rivolta che si trasforma rapidamente in guerra.


Sohail ama da sempre Silvi, figlia di una delle amiche della madre, che viene promessa e poi data in sposa a un ufficiale dell’esercito. Rehana soffre per il figlio, teme che il dolore gli provochi reazioni sbagliate, cerca di trovare argomenti di consolazione, ma soprattutto gli fa sentire il suo silenzioso amore e la sua vicinanza. Maya ha un’amica del cuore, una ragazza politicamente impegnata, che trascorre molto del suo tempo nell’accogliente casa di Rehana.
Questi gli affetti privati dei due ragazzi. Da un punto di vista pubblico invece si osserva, dopo un tentennamento iniziale, l'atto di forza con cui vengono annullate le elezioni e l’immediata rivolta degli studenti che viene repressa nel sangue. Si organizza una resistenza sempre più strutturata, anche parti dell’esercito si uniscono ai ribelli e alcune zone del Bangladesh diventano un vero e proprio teatro di guerra e di spietate rappresaglie. Tutto ciò coinvolge logicamente i due figli di Rehana,  Sohail di unisce ai ribelli mentre, a prezzo di un sordo rancore da parte della ragazza, la madre riesce a trattenere a casa Maya.


Gran parte del romanzo è dedicata alle drammatiche giornate di quella guerra, filtrate dallo sguardo accorato e nello stesso tempo solidale della madre che viene sempre più coinvolta fino a farle nascondere armi e uomini nella sua casa, a curare feriti, a mentire alle sue stesse amiche.


Tahmina Anam riesce a coniugare al femminile una delle esperienze di vita più maschili, la guerra, e riesce a poggiare sugli orrori lo sguardo caldo di una madre, di una donna intelligente e sensibile, capace di mettersi in gioco, di cambiare se stessa, avendo come maestri i suoi stessi figli, senza però mai dimenticare il suo ruolo e la sua funzione di guida e di sostegno.
Un compito difficilissimo che la protagonista riesce a svolgere anche attraverso crisi e angosce, paure e abbandoni.

Proprio la capacità di costruire personaggi dalle psicologie complesse (molto interessante è ad esempio la figura di Maya con le sue spigolosità e le sue debolezze), in particolare femminili, è uno dei pregi di questa scrittrice che sa fotografare l’amore materno in tutte le sue manifestazioni, un amore che è generosità e rispetto, che sa mettere a tacere le grida di possesso e di paura che urgono nella gola, comunicando ai figli solo messaggi positivi.
Tahmima Anam sa anche ben rappresentare il rapido crescere dell’orgoglio di una nazione messa in ginocchio, la brutalità dell’invasore e la sofferenza fisica e morale che la guerra provoca.


Nello stesso tempo in tante pagine permette al lettore di scoprire la dimensione culturale di un popolo che ha saputo e voluto conservare intatte alcune antiche tradizioni.
Tutto ciò, storia, personaggi, ambientazione, è proposto in uno stile asciutto e misurato, privo di abbandoni sentimentali, ma estremamente efficace nel rivelare la ricchezza dei messaggi che l’autrice comunica ai suoi lettori.


Le prime pagine

Caro marito,
oggi ho perso i nostri figli.

Rehana comprò due aquiloni, uno rosso e uno blu, nell'emporio-pasticceria dei fratelli Khan davanti al tribunale. L'uomo dietro al bancone li avvolse nella carta da pacchi legandoli con uno spago di iuta. Rehana si infilò le confezioni sotto il braccio e chiamò un risciò. Mentre stava salendo sul mezzo, vide l'avvocato correrle incontro.
«Signora Haque, sono veramente dispiaciuto.» Sembrava sincero.
Rehana non riuscì a dire che era tutto a posto.

«Deve trovare i soldi. È l'unico modo. Trovi i soldi e poi ci riproviamo. Quei bastardi non muovono un dito senza una bustarella.»
Soldi. Rehana salì sul risciò e alzò il tettuccio. «Dhanmondi», disse con voce tremante. «Road 5.»
Quando arrivò a casa, i bambini erano seduti composti sul divano. I piedi di Maya non arrivavano al pavimento. Sohail si stava guardando i palmi delle mani contando le minuscole linee che li attraversavano. Vide Rehana e sorrise, ma non si alzò dal suo posto, né strillò come fece Maya: «Ammoo! Perché ci hai messo tanto?».
Rehana aveva deciso che non era il caso di scoppiare in lacrime davanti ai bambini, così si era sfogata sul risciò, singhiozzando tanto da doversi tenere aggrappata alla stretta sbarra del sedile, la bocca spalancata in una smorfia di dolore. Il conducente, che sembrava davvero preoccupato, si era girato a chiederle se voleva fermarsi per bere un bicchiere d'acqua. Rehana non aveva mai assaggiato l'acqua che vendevano lungo le strade. Aveva rifiutato con un cenno del capo, chiedendosi se lui avesse dei figli, e a quel pensiero aveva posato la testa contro il tettuccio del risciò, lasciandola sussultare a ogni sobbalzo del mezzo sulla strada. Ora, trovandoseli davanti, combatté la tensione dei muscoli del volto e il gusto acre che le riempiva la bocca. Combatté il bruciore agli occhi, il nodo in gola. Combatté tutto questo mentre porgeva loro i pacchetti triangolari.
«Grazie, ammoo jaan», gioì Maya, scartando con foga il pacchetto. Sohail non aprì il suo. Se lo mise in grembo, accarezzando la carta da pacco.
«Andrete a stare da Faiz chacha», annunciò Rehana in tono piatto. «A Lahore.»
«A Lahore?» esclamò Maya.
«Mi dispiace tanto», disse Rehana al figlio.
«Quando torneremo?»
«Presto, ve lo prometto.» A Dio piacendo, fu sul punto di dire. «Vengono a prendervi giovedì.»
«Non voglio andarci.»
Rehana si morse la lingua. «Dovete farlo», replicò. «Do¬vete essere coraggiosi. Puoi far volare il tuo aquilone, beta, e io lo vedrò da qui. È un aquilone magico. Devi fare la brava. Devi fare la brava ed essere molto coraggiosa. Il vento arriverà solo se sarai coraggiosa. E un giorno soffie¬rà così forte che ti riporterà qui da me. Non ci credi? Aspetta e vedrai.»


Caro marito,
i nostri figli non sono più nostri.

Come avrebbe fatto a dirglielo?
Montò sul risciò assieme ai bambini. «Azimpur Koborstan», disse.
Il cimitero era gremito di persone in lutto. Posavano fiori sugli umidi rettangoli d'erba che crescevano sopra i loro cari. Nella fila vicina, un uomo con un copricapo bianco piangeva con il viso tra le mani. Accanto a lui, una vecchia stringeva un fascio di rami di bokul
Rehana teneva i suoi figli per mano.
«Dite addio a vostro padre», li esortò, indicando la tomba di Iqbal.
Sohail si portò una mano al viso. «La-ill’ahah Ill’allah.»
«Anche tu, Maya.»
I miei figli non sono più miei.


II giudice aveva detto che Rehana non era riuscita a riprendersi dalla morte del marito. Era troppo giovane per occuparsi dei bambini da sola. Non aveva insegnato loro tutto quello che c'era da sapere su Jannat e l'aldilà.
Maya accennò a correre dietro a una farfalla. Rehana la afferrò per il gomito. «Di' addio a tuo padre.»
«Addio, abboo», mormorò Maya, con un'espressione distratta, inseguendo la farfalla.


© 2008, Garzanti Libri

I giorni dell’amore e della guerra - Tahmima Anam
Titolo originale – A Golden Age
Traduzione di Barbara Bagliano
342 pag., 18,90 € – Edizioni Garzanti 2008 (Narratori moderni)
ISBN 978-88-11-66593-9


L'autrice



19 febbraio 2008 Di Grazia Casagrande


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