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HOME | mercoledì 16 maggio 2012 |
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Silvio Perrella
Giùnapoli "Quando torno in strada, vedo una freccia fatta di cartone, c'è scritto 'giù Napoli', con l'aggiunta esplicativa di 'centro storico'. Ci passo tutte le mattine, ma sono adesso mi accorgo della freccia e della scritta. Allora è proprio vero, esiste questa strana espressione, non è il frutto di una mia invenzione, basata su un ricordo sbiadito dal tempo. A me piace scriverla tutta unita, giùnapoli. Mi sembra all'improvviso che significhi tante cose, tutte racchiuse in una parola fulminea come la bacchetta di un rabdomante."
Giùnapoli è un libro scritto con gli occhi, è un’avventura dello sguardo. Gli occhi di chi dice io si appoggiano alle cose, cercano «le giuste traiettorie», si sforzano di capire – sempre pronti a mutare prospettiva, a ruotarla. «Immaginare una rotazione di sguardo – si legge a metà del libro – è necessario. E non solo una rotazione, ma anche una moltiplicazione. Avere lo sguardo della talpa e quello del gabbiano». Al protagonista senza nome del libro – cui Silvio Perrella deve avere prestato personali topografie, sentimenti (e anche diverse ferite) – capita questo: di crescere, e prima di tutto e soprattutto con gli occhi. «La vita degli occhi è un mondo di continue possibilità, anche per chi come me ha difetti visivi»: e così, imparare a guardare significa attraversare questo mondo, camminarci dentro in lungo e in largo, affidarsi all’ipotesi (alla speranza) che, dopo tanto guardare, sia finalmente possibile «vedere». E se questo mondo di continue possibilità dello sguardo ha i contorni, le forme di una città, ha le forme di Napoli? Su questo vogliono interrogarsi Perrella e il suo personaggio: e per rispondere partono (o ripartono) da zero; ripartono da uno sguardo «che destituito di immagini e di pensieri di parole di concetti, fissa immobile ogni cosa – senza batter ciglio». Sono parole di Raffaele La Capria, stanno nel romanzo Amore e psiche – e Perrella le riprende per spiegare senso e verso di un percorso. C’è un ragazzo: arriva a Napoli da straniero. Ad attrarlo è la grandezza della città, la più grande fino a quel momento conosciuta. Ha in testa strade lunghe e diritte di un paesino etneo vicino a Catania. Per abituarsi a Napoli, per cominciare ad amarla, il ragazzo cerca punti di orientamento, li perde, impara a «connettere» il su e il giù di quella che scopre essere una città verticale, ci si innamora a forza di musica. La sua doppia iniziazione è raccontata per approssimazioni, attraverso immagini rapide eppure dense, pronte a lievitare e a fare lievitare lo cose, a dare loro consistenza (consistenza poetica). Di quest’io che narra, Perrella non rivela molto al lettore: e allora chi è, viene da chiedersi, questo ragazzo intento a scalare i suoi «giorni montuosi»? È un altro Perrella, un altro Silvio, un «io» che riguarda chi gli dà voce e tuttavia non lo esaurisce in sé? Forse è questo – il risultato di una sottrazione. È l’autore stesso che utilizza il termine «sottrazione», quando gli domando (anche un poco ingenuamente) della «ispirazione autobiografica» di Giùnapoli.
«Non ho pensato a questo libro – mi spiega in un pomeriggio di maggio già caldissimo, su una terrazza romana – come a un libro autobiografico. Non mi interessava raccontare me stesso: a me stesso, alla mia esperienza ho sottratto quello che poteva dare conto del rapporto con una città, Napoli appunto, e l’ho prestato a un personaggio che non sono io, che non sono più io. Di lui (mi viene da chiamarlo “lui”) non ho raccontato la storia tutta intera: ne ho isolato i tratti che servissero a ricostruire, a spiegare come abbia imparato a diventare l’uomo che è. Allora dovevo fare i conti con una immediatezza di sguardo e di percezioni che apparteneva al ragazzo e non all’uomo; dovevo, anche qui, sottrarre all’uomo concetti e competenze che non potevano essere del ragazzo, e quindi ritrovare quel ragazzo, il suo tono di voce, restituirgli un paio d’occhi provvisoriamente vergini». Questo «abbandono attivo» (la definizione è di Perrella) alle cose, all’onda degli eventi, si traduce, nella prima parte di Giùnapoli, in pagine che tirano dentro il lettore, lo portano a riconoscersi, a condividere. È una storia che viene prima della letteratura (o forse oltre), dove a decidere i movimenti sono l’istinto, la curiosità, la «frenesia motoria»; dove la città e il mondo sono una continua (anche tormentosa) scoperta dei sensi. «Camminavamo nella luce, ai bordi della strada, – scrive Perrella – le gambe delle mie amiche erano dorate dall’abbronzatura. Andavamo in fila indiana, non c’era lo spazio sufficiente per stare accanto. Le guardavo, sentivo il mio corpo che si distendeva nel ritmo chiaro del mattino, i piedi che poggiavano sull’asfalto (…), e lo sguardo s’illanguidiva senza che io lo sapessi, gli occhi si trasformavano in carezze». Gli occhi, una volta ancora: che scoprono le cose come in una perpetua rivelazione, che le accumulano – e riaffidate alla pagina esse agiscono da sé, hanno un misterioso potere evocativo, come quell’«odore di pietre bagnate in un cortile» che tanto piaceva a Kafka, autore citato in Giùnapoli con il turbamento che lasciano addosso le malattie dell’età giovane. A spingere le pagine di Perrella c’è molto vento, e molta musica (quella ascoltata e quella suonata, che quasi definisce tra le righe un percorso d’ascolto, una suggestiva «compilation» della memoria); c’è poi la tesa concentrazione con cui si indaga il mare e la luce che lo accende: c’è un «sentimento salmastro» che sta al fondo, che forse è la sostanza di tutto il libro, e «mescola pulsioni diverse e (…) viene dall’esperienza del Sud». E d’altra parte, fa dire Perrella al suo personaggio, «l’essenza umana e naturale della città, il suo più vivo respiro» è nella sottilissima differenza tra una città come Napoli e il mare (in comune c’è «il colore mutevole della relazione»). La scoperta appartiene a Anna Maria Ortese, e l’autore la accoglie, la accudisce come fa con molte altre voci di compagni di viaggio. Perché nella sua doppia, infinita iniziazione non è solo; e i suoi occhi, via via, si specchiano e si confrontano con quelli di chi ha attraversato qualche soglia in più nell’incontro con Napoli, con la «stanza vuota» di cui parla Elena Croce nell’epigrafe che apre la seconda parte di Giùnapoli. Allora ecco apparire – disegnati nei tratti fisici e nella voce con partecipazione emotiva e ammirazione – Raffaele La Capria, Ermanno Rea, Sergio De Santis, per citare qualche nome.
«Una città – mi spiega Perrella – la si capisce anche grazie a chi la attraversa accanto a noi; e per me parlare di questi amici è stato un po’ come saldare dei debiti che avevo con loro. Dai loro libri, dalle loro parole, ma anzi devo dire proprio dalla loro presenza fisica (questione di segni sulla pelle, di scatti d’ira, passeggiate al mare, del modo come cadono sul viso capelli bianchi) ho capito molte cose su Napoli, ho imparato a pensarla, a guardarla, anzi a “vederla”. Cioè a rifare da solo tutta la storia della città e andare oltre, che è l’unico modo per salvarsi, come mi ha insegnato La Capria». E proprio La Capria, in Giùnapoli, ha il peso, l’importanza e vorrei dire la luminosità di un autore classico con cui si ha la fortuna di dialogare, da cui avere risposte, o sentirsi porre domande. È così che si cambia, è così che si cresce, sembra dire Perrella: il nostro sguardo diventa la somma di quelli altrui. E allora il ragazzo dei «giorni montuosi», adesso, è un altro ed è lo stesso, può essere talpa e gabbiano insieme; conosce ancora il «morso dei sentimenti» ma ha costruito «un’armatura teorica» che lo difenda dai venti contrari («e quando si scrive di Napoli – è ancora la voce di La Capria – i venti contrari ci sono sempre»). Ora l’ex ragazzo attraversa le città del mondo e ci cammina dentro, proponendo a sé stesso la teoria dell’andirivieni. «E quando tornavo, per molto tempo sentivo di entrare in un altro mondo, con la sua lingua e le sue scansioni. Se ci vuoi vivere, bisogna decifrare il codice generale di Napoli. Ma come? Non c’è un solo modo o un solo metodo. Ci vuole pazienza. Bisogna aspettare, modificarsi, diventare quel che si è». Dando corpo a un libro bello e sincero, Perrella tiene il filo di questo diventare, e sperimenta i metodi possibili per una decifrazione. Il passo del saggista e quello del poeta sono lo stesso passo, perché rispondono alla stessa ansia conoscitiva (questo è essenzialmente per Perrella la letteratura), alla stessa «frenesia motoria». E alla stessa appassionata volontà, qui, di «vedere Napoli per quel che è, senza sovrapporle altre visioni, aspettative, pregiudizi».
La recensione è stata pubblicata su Stilos
Le prime righe
 | | La scheda | 1.
Il rombo era della mia o delle loro moto? Me li ritrovai intorno a cerchio. «Chi sì, che vvuò, comme te sì ppermìso...» Perché ce l'avevano con me? La loro lingua la capivo a stento, era le loro facce contratte e ilari più che il suono smozzicato. Avevo fatto un primo giro da solo. Una lunga discesa, alcune curve, un bivio, un cartello su cui era scritto: "Vomero". Non me l'ero sentita di andare oltre, forse per la paura di non trovare più la strada del ritorno. Ero tornato indietro, e vicino casa eccomi accerchiato dalle moto. Uno era venuto verso di me, il rumore era assordante e si confondeva con le sue parole gridate; diceva qualcosa, qualcosa che riguardava la mia moto e soprattutto l'essere passato da una zona che consideravano di loro dominio e di averli superati durante una gara. Non dovevo farlo più, assolutamente, hai capito? Il cerchio si era rotto, le moto se n'erano andate. Solo un avvertimento, nessuno scontro fisico. Ma avvertimento di cosa? Era il 1973, l'anno del colera. Vivevo a Napoli da pochi giorni. Abitavamo ai Colli Aminei. «Andrete ai Colli Aminei», avevo sentito dire a un collega di mio padre, prima che ci trasferissimo. «E un bel posto, in collina». Napoli era per me innanzitutto una grande città, la più grande nella quale avessi vissuto sino a quel momento. E le grandi città mi hanno sempre attratto. Oggi amo andare in giro a piedi, all'epoca invece giravo spesso in moto, e il mondo mi appariva come qualcosa di veloce, visto e subito lasciato alle spalle. Una volta, un compagno di scuola era venuto a prendermi nel paesino etneo nel quale vivevo allora. Eravamo andati a fare un giro per Catania: lui la conosceva, sapeva scegliere le strade, trovare con precisione i luoghi. Sulla sua moto i miei occhi si aprirono, sentii la presenza della città, alternanza di strade lunghe intrecciate ai vicoli, i palazzi a segnarne le traiettorie, i chioschi delle bevande agli angoli delle piazze, le gente che camminava, le vetrine dei negozi. Lucio fu il primo amico napoletano. Era tornato dalle vacanze estive con la sua famiglia. Al centro dell'ampio cortile che portava ai garage sottostanti si era fermata una macchina stracarica, con tre biciclette sul tetto. Ne erano scesi Lucio, i suoi due fratelli e i genitori. Guardavo la scena dalla finestra della mia nuova camera. Pochi giorni dopo esserci conosciuti, Lucio disse: «Vesti elegante, tu». Era un suo modo per protestare contro la madre che gli imponeva i vestiti da mettere, soprattutto delle camicie a righe che lui non sopportava.
 | | La scheda | Anche Lucio aveva una moto, e spesso andavamo in giro insieme. E fu proprio durante una di queste passeggiate — erano passati pochi mesi dal mio arrivo a Napoli — che ebbi un incidente: una macchina mi buttò per aria, e quando provai a rimettermi in piedi, una gamba non me la sentivo più. Passai alcune notti all'ospedale Cardarelli. Mi stava vicino uno zio siciliano. Per andare da un reparto all'altro, mi portavano in carrozzella lungo interminabili tunnel sotterranei: l'ascensore andava giù e dall'apertura delle porte cominciavano questi tour ospedalieri. A detta dello zio, di notte l'ospedale aveva una vita misteriosa. Sembra che ci vivesse un boss della camorra e col favore delle tenebre facesse le sue passeggiate lungo i reparti. Si fermò anche all'altezza del letto dove dormivo sotto l'effetto dei tranquillanti, e s'informò sul mio stato di salute. Mio zio, il giorno dopo, me lo descrisse elegante e con il cappello a larghe tese.
 | | La scheda | Mi ero fratturato tibia e perone e uscii dal Cardarelli con un gesso che mi avrebbe impedito di camminare per mesi. Quel gesso, e gli altri che vennero dopo, mi costringevano a una forzata solitudine casalinga. Leggevo La Storia della Morante e un libro di guerra di cui non ricordo né il titolo né l'autore, ma soprattutto guardavo dalla finestra e aspettavo con ansia qualche visita. Un pomeriggio ne arrivò una davvero inaspettata. Una ragazza mi aveva notato e me lo venne a dire, accompagnato da Marcello (il fratello minore di Lucio), uno dei ragazzi che mi avevano fatto il cerchio intorno con le loro moto. Lui si era dichiarato alla ragazza e lei gli aveva risposto che non poteva stare con lui, perché voleva me. Con i suoi modi sbrigativi, disse che dovevo decidermi. La volevo, questa ragazza, o no? «Ma se nemmeno la conosco», gli risposi. «Come faccio a decidere?» «Te la faccio vedere dalla finestra», fu la sua risposta. «Come, dalla finestra?» «SI, le dico di venire quaggiù e di farsi vedere. Tu la guardi e poi mi fai sapere attraverso Marcello».
© 2006, Neri Pozza Editore
Perrella Silvio - Giùnapoli 186 pag., 15,00 € - Edizioni Neri Pozza 2006 (I narratori delle tavole) ISBN 9788873058366
| 10 luglio 2006 | | Di Paolo Di Paolo |
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