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HOME | domenica 12 febbraio 2012 |
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| Titolo |
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La voce |
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| Autore |
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Indridason Arnaldur |
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| Dati |
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316 p., brossura |
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| Prezzo |
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€ 16,00 |
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| Prezzo IBS |
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€ 13,60 |
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| Editore |
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Guanda |
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| Collana |
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Narratori della Fenice |
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| EAN |
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9788860884565 |
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Arnaldur Indridason
La voce “Non è successo niente” tagliò corto il vecchio. “Perse la voce. Si sviluppò precocemente e cambiò voce a dodici anni, ecco perché finì tutto.” “Non ha più potuto cantare, dopo?” domandò Elinborg. “Gli venne una voce sgraziata” si rammaricò il vecchio. “Era impossibile insegnargli alcunché. Ed era impossibile da gestire. Si rifiutò di cantare. La rabbia e la ribellione si impadronirono di lui e si mise contro tutti. Contro di me. Contro sua sorella, che cercava di fare quello che poteva per lui. Si infuriò con me, incolpandomi di ogni cosa.”
Uccidere Babbo Natale: si può immaginare qualcosa che, al pari di questa, significhi in maniera così brutale e violenta l’uccisione dell’infanzia? Perché Babbo Natale, con il suo vestito rosso, la grande barba bianca e gli occhi che non possono essere altro che azzurro cielo sopra i baffoni, è la ricompensa per la bontà, è il personaggio magico che i bambini attendono tutto l’anno con la gerla di regali per chi è stato buono. Se Babbo Natale muore, muore anche la candida innocenza infantile. E allora non è un caso che un uomo vestito da Babbo Natale sia la vittima al centro delle indagini affidate al commissario Erlendur, nel romanzo La voce dello scrittore islandese Arnaldur Indridason.
Non ci sembra neppure di grande importanza il dettaglio che l’uomo - lo chiamavano Gulli, il suo nome era Gudlaugur Egilsson - venga ritrovato con i pantaloni abbassati. Colto dalla morte durante il piacere, seduto sul letto nel misero stanzino in cui viveva, nello scantinato dell’albergo in cui faceva il portiere. Vestendosi da Babbo Natale sotto le feste, per la gioia dei bambini. Perché tutti concordano nel dire che era un uomo dolce e gentile, quasi un bambino cresciuto. Anzi, diventato grande all’improvviso e davanti ad un microfono, quando gli era cambiata la voce: una catastrofe per lui che era una delle voci bianche più belle che si fossero mai sentite, sogni infranti per suo padre che si aspettava la gloria per il figlio, una sottile soddisfazione per la sorellina che era sempre vissuta alla sua ombra. La violenza finale subita da Gulli ormai oltre la mezza età arriva come un drammatico completamento dell’altra violenza più subdola e camuffata da amore paterno che lui aveva subito tanto tempo prima. Costringendolo ad esercitarsi, privandolo dei giochi con i compagni di scuola, facendogli subire le umiliazioni di soprannomi oltraggiosi. Come si esercita il ruolo di genitore? Mettere al mondo un figlio significa essere padrone della sua vita? La risposta sembra essere ovviamente no, eppure…
Il caso del Babbo Natale ucciso su cui indaga il commissario Erlendur, che già conosciamo dai due romanzi precedenti, è la trama principale, sorretta e ampliata da almeno un paio di trame secondarie, secondo lo stile tipico di Indridason. La rivista tedesca “Die Welt” accosta il nome di Indridason a quello di un altro scrittore nordico, lo svedese Mankell, paragone più che giustificato se ci si riferisce alla grandezza di entrambi, o all’essere ognuno dei due la penna espressiva del loro paese. Ma se dovessimo fare un riferimento, accosteremmo di più i romanzi di Indridason a quelli della coppia Maj Sjöwall e Per Wahlöö (pubblicati in Italia da Sellerio) che lo scrittore stesso cita come i suoi maestri. Perché i romanzi di Indridason sono thriller dell’anima, indagini psicologiche oltre ad essere indagini poliziesche. E allora per il personaggio tormentato e triste Erlendur ogni caso diventa occasione per indagare anche in se stesso: sarebbe diverso il comportamento dei suoi due figli se lui avesse continuato ad occuparsi di loro dopo la separazione dalla loro madre? E lui, Erlendur, come sarebbe stata la sua vita se non si fosse sempre arrovellato sulla scomparsa del fratellino nella tormenta di neve? Se almeno fosse riuscito a parlare con qualcuno del suo senso di colpa?
Indridason intreccia le storie, collega le riflessioni - da un senso di colpa all’altro, da una violenza all’altra, da un padre all’altro: quello di Gulli finito su una sedia a rotelle (era stato proprio un incidente?), quello del bambino che è in ospedale con lividi e fratture, il padre dello stesso Erlendur che si era portato fuori i figli nel maltempo, contro la volontà della mamma.
Erlendur scoprirà chi ha ucciso Babbo Natale - e altro ancora - mentre il direttore dell’albergo si preoccupa che i turisti non sappiano nulla, che nulla turbi le loro vacanze nel paese dalle notti lunghe e dall’aria gelida, esotico per loro quanto un’isola dei Caraibi.
Titolo originale: Röddin Traduzione di Silvia Cosimini
L'intervista all'autore
Le prime pagine
1
Elìnborg li aspettava in albergo. In mezzo alla hall troneggiava un grande albero di Natale, e tutto l'hotel era decorato con addobbi natalizi, rami di abete e palline scintillanti. In sottofondo risuonava Bianco Natal. Davanti all'edificio sostavano grandi pullman, mentre i turisti si raggruppavano all'interno, di fronte alla reception. Erano stranieri che volevano trascorrere il Natale e l'ultimo dell'anno in Islanda perché nel loro immaginario era un paese avventuroso ed emozionante. Erano atterrati da poco all'aeroporto, anche se sembrava che molti avessero già comprato i tradizionali maglioni islandesi, e adesso si registravano entusiasti alla reception in quella terra invernale così bizzarra. All'ingresso Sigurður Óli si guardò intorno e notò Elínborg accanto agli ascensori. Diede un colpetto sul braccio a Erlendur e insieme si avvicinarono alla collega, che aveva già esaminato la scena del crimine. I primi agenti di polizia accorsi sul posto si erano assicurati che non venisse toccato niente. Il direttore dell'albergo aveva chiesto loro di non scatenare troppo trambusto. Si era espresso proprio in questi termini al telefono. Aveva detto loro di tener presente che per gli alberghi una buona reputazione era vitale. Dunque non erano arrivati a sirene spiegate, e nessun agente in divisa era entrato di corsa passando dall'ingresso principale. Il direttore era stato chiaro: non dovevano intimorire gli ospiti per nessun motivo. Non dovevano pensare che l'Islanda fosse troppo avventurosa ed emozionante. Il direttore, al fianco di Elínborg, salutò Erlendur e Sigurður Óli con una stretta di mano. Era così grasso che la giacca gli si chiudeva a malapena. Aveva allacciato un solo bottone, sulla pancia, ma stava per cedere anche quello. La cintura dei pantaloni spariva sotto l'enorme sporgenza, e sudava tanto che non poteva mai riporre il grande fazzoletto bianco con cui si tamponava la fronte e la nuca a intervalli regolari. Il colletto della camicia bianca era madido di sudore. Erlendur gli strinse la mano umidiccia. «Vi ringrazio» disse loro, soffiando come una balena. Gestiva quell'albergo da quasi vent'anni e non gli era mai capitata una cosa del genere. « Proprio in piena stagione natalizia » mugugnò. «Non capisco come possa essere accaduto! Come può essere accaduto? » ripetè, fugando ogni dubbio tra i presenti sul fatto che fosse del tutto sconvolto. «La vittima è di sopra o di sotto?» chiese Erlendur. «Di sopra o di sotto?» ripetè il grasso direttore e sbuffò. «Vuoi dire se è andato in paradiso?» «Sì» rispose Erlendur. «È proprio quello che vogliamo sapere...» «Dobbiamo salire con l'ascensore?» si informò Sigurður Óli. «No» disse il direttore, guardando infastidito Erlendur, «è nel seminterrato. Aveva uno stanzino lì sotto. Non è che volessimo cacciarlo via... E poi alla fine uno si ritrova fra capo e collo una bella gatta da pelare... » «Perché avreste dovuto cacciarlo via? » chiese Elínborg. Il direttore la guardò senza rispondere. Scesero lentamente le scale accanto agli ascensori. Il direttore faceva strada. Faticava molto, ed Erlendur si domandò come avrebbe fatto a risalire. Avevano acconsentito tutti a mostrare una certa considerazione, tutti tranne Erlendur. Cercavano di trattare il caso con la maggior cautela possibile. Le tre volanti della polizia e un'ambulanza si erano posizionate sul retro. Gli agenti e i paramedici erano entrati dall'ingresso posteriore. Il medico legale era in arrivo: avrebbe dichiarato lui il decesso e chiamato un furgone per far portare via il corpo. Percorsero un lungo corridoio, la balena ansimante davanti a loro. Alcuni poliziotti in divisa li salutarono. A mano a mano che procedevano, il corridoio si faceva sempre più buio, perché le lampadine erano fulminate, e nessuno si era mai preoccupato di sostituirle. Finalmente raggiunsero una porta, nella più completa oscurità, che si apriva su uno stanzino. Era molto più simile a un ripostiglio che a una camera d'albergo, ma sul pavimento di mattonelle sporche erano stati sistemati un letto minuscolo, una piccola scrivania e un tappeto consunto. In alto, vicino al soffitto, c'era una finestrella. L'uomo era seduto sul letto, appoggiato contro la parete. Indossava un bel costume rosso da Babbo Natale e aveva ancora il cappello in testa, che gli era scivolato sul viso, nascosto dalla folta barba bianca posticcia. L'alta cintura intorno alla vita era slacciata, e pure la giacca. Sotto portava soltanto una canottiera bianca. All'altezza del cuore presentava una ferita mortale. Ce n'erano altre su tutto il corpo, ma quella gli era stata fatale. Anche le mani erano escoriate, come se avesse cercato di difendersi dall'aggressore.
© 2008, Ugo Guanda Editore
Arnaldur Indridason - La voce 316 pag., 16 € - Edizioni Guanda 2008 (Narratori della Fenice) ISBN 978-88-60-88456-5
| 13 febbraio 2008 | | Di Marilia Piccone |
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