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HOME | mercoledì 23 maggio 2012 |
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| Titolo |
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Le seduzioni dell'inverno |
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| Autore |
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Ravera Lidia |
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| Dati |
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185 p., brossura |
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| Prezzo |
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€ 14,00 |
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| Prezzo IBS |
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€ 11,20 |
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| Editore |
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Nottetempo |
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| Collana |
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Narrativa |
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| EAN |
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9788874521388 |
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Lidia Ravera
Le seduzioni dell’inverno “Gli era improvvisamente odiosa l’idea di rifugiarsi di nuovo nella sua tana deserta, di prendere altre pasticche, di procurarsi altro sonno.”
Un romanzo in cui ad essere protagonista è l’arte stessa della seduzione. Un uomo, Stefano, divorziato, vive solo nel caos più assoluto. La ricca ex-moglie gli ha concesso di abitare in un grande appartamento, proprietà della sua famiglia e il solo vantaggio che Stefano vede di questa soluzione è la possibilità di creare tale disordine in una stanza potendola abbandonare per occuparne, provocando pari caos, un’altra. I pranzi sono tutti consumati al ristorante, il frigorifero è sempre vuoto, non invita mai nessuno perché non ha il coraggio di mostrare il disordine in cui vive. Ma ecco che una mattina al suo risveglio scopre che in cucina c'è una donna, non giovane, ma attraente ed elegante che ha preparato una perfetta colazione: perfetta come dopo pochi giorni sarà la sua casa, perfetta come la cena che quotidianamente preparerà sia per lui che per gli eventuali ospiti, perfetta come la sua stessa persona, e il fascino che fin dai primi giorni emana.
Il mistero della sua presenza sembra chiarito: la sua ex-moglie in viaggio per alcuni mesi, ha dato le chiavi di casa di Stefano alla sua cameriera Sophie perché durante la sua assenza stesse da lui e si occupasse, senza che Stefano avesse mai espresso l'esigenza di avere una donna a servizio, di quella casa.
Se nei primi giorni questa presenza non richiesta suscita nell’uomo un certo disappunto, ben presto invece è il modo di fare di Sophie, la raffinatezza di gusti, l’intelligenza e l’attrazione fortissima che provoca in lui a dominare i pensieri di Stefano. E all’improvviso qualcosa che si sta configurando come molto simile all’amore, un sentimento mai provato e perciò poco interessante per lui, finisce con coinvolgerlo a tal punto che quando Sophie, misteriosamente come era apparsa nella sua vita, scompare, Stefano non riesce a rassegnarsi.
Cerca di scoprire dove sia finita, cerca Sara, la ex-moglie, per sapere chi sia veramente quella donna che con una abilità sconcertante lo aveva “sedotto e abbandonato” e, anche se riesce a sapere una verità tutt’altro che consolatoria, non rinuncia ad inseguirla. Il romanzo si chiude lasciando aperta la possibilità di un finale positivo, anche se l’insieme del racconto non è per nulla incoraggiante per chi volesse prevedere un futuro per quella insolita coppia.
Colpisce anzi, in una scrittrice come Lidia Ravera, il ritratto poco edificante dei personaggi femminili che spesso per raggiungere uno scopo (la pubblicazione del libro, una rivincita sentimentale, il denaro…) usano le armi della seduzione. E non c’è d’età che faccia la differenza, dalle più giovani a quelle più mature, nessuna è sincera e diretta: sono sempre finalizzate a uno scopo "altro" le parole e le azioni che le varie donne e le ragazze che incontriamo nel romanzo rivolgono al protagonista.
Mentre Stefano è descritto come un uomo di mezza età che, credendosi freddo e forte, cade miseramente nella trappola dei sentimenti e con abilità viene descritta la piuttosto rapida evoluzione dei suoi pensieri e delle sue emozioni. Quasi a dire che nel fondo di ogni uomo c’è sempre un adolescente che desidera riaffiorare: sta solo alla donna usare le armi appropriate. E quelle messe in mano a Sophie dalla scrittrice sono assolutamente adatte a sedurre quel tipo di uomo e quel tipo di freddo intellettuale.
Le prime pagine Si svegliò al suono della stessa musica tonda, dal ritmo sciocco. Come tutte le mattine, ascoltò l'elenco delle ipertrofie del traffico, fra Sala Consilina e Lagonegro Nord, fra Brogeda e Como e Chiasso. Levò una mano senza aprire gli occhi, palpò la superficie liscia della radio. La radio tacque. Un piccolo sollievo subito annullato dal peso degli oscuri riferimenti notturni. Sentendosi stanco si alzò. Si guardò i piedi. Uniti, nudi, magri. Gli parvero estranei al suo corpo. Provò a risalire lungo le gambe (robuste, muscolose) fino al sesso che, lo notò con un certo sconforto, giaceva in una posizione fino a qualche mese prima non certo abituale. Doveva smettere di dormire nudo. Forse doveva smettere di dormire, essendo i risvegli quel tormento. Decise che non avrebbe acceso la luce, né alzato le tapparelle, non avrebbe toccato il cordone che apriva la tenda, avrebbe raggiunto al buio la stanza da bagno, avrebbe aperto il box della doccia senza degnare lo specchio del consueto tributo d'ansia, niente polpastrelli a massaggiare le parti scoperte del cranio. Incespicò nel pigiama di cui si era liberato con rabbia, nel bel mezzo di quella notte calda. Sul pavimento c'erano altri indumenti. Tre calzini, una camicia sporca. Calpestò il suo disordine provando un generale senso di disfatta. Il primo getto d'acqua fredda gli provocò il primo piacere. Eroismo, masochismo. Due sensazioni simili, nell'epica residuale dei suoi anni recenti. Rabbrividì, e subito prese a strigliarsi con una spazzola di crine, la reazione della pelle sotto l'urto di quella pulizia brutale riuscì a distrarlo dal rilassamento dei muscoli addominali. La vestaglia di spugna lo accolse con un abbraccio confortante, il persistere d'un rapporto positivo con la vita. Ora poteva procedere in direzione del caffè senza temere dosi troppo massicce di pietà per se stesso. Aprì la porta della camera da letto canticchiando uno di quei motivi che gli restavano nelle orecchie per giorni. Per lo più canzoni degli anni settanta. Sentire la sua voce gli fece bene. Tanto per cominciare era intonato. Intonato e capace di godersi una doccia gelida di primo mattino. Alzò il tono: "Tu mi fai girar, tu mi fai girar come fossi una bambola". Cantava a voce spiegata quando entrò in cucina. La canzone gli morì nella gola: c'era, nella stanza, una donna. Era intenta a strofinare certe croste di latte rappreso, debordato chissà quando sulla maiolica. Indossava un corto grembiale rosa. La percepì, dapprima, come il testimone indesiderato del delicato inizio della sua giornata. Poi si chiese chi diavolo fosse. A giudicarla dalla funzione era una domestica, ma non gli risultava d'averla mai vista né, tanto meno, assunta. Per un riflesso da maschio valutò innanzitutto il suo aspetto (non c'era femmina che non gli causasse quella fatica addizionale): sottile, diritta, belle gambe, piedi piccoli il cui tallone, ben disegnato, contrastava con una foggia particolarmente pauperistica di zoccoli (bianchi, traforati, consumati dove il corpo imponeva il suo peso). Vista da dietro gli parve giovane. Giovane, e di razza bianca. Quando si voltò verso di lui, dopo aver registrato il suo ingresso nella stanza, corresse immediatamente il giudizio. Non era giovane. E gli sorrideva senza alcun imbarazzo. L'appartenenza etnica si delineò, anche per questo, più precisamente: non era nera, ma non era nemmeno polacca. Razza occidentale. Una di noi. "Buongiorno," disse, nascondendo lo sconcerto dietro una sfumatura interrogativa. "Buongiorno," disse la donna, poi aggiunse: "Mi chiamo Sophie".
© 2008, nottetempo
Lidia Ravera – Le seduzioni dell’inverno 185 pagine, 14 euro – Edizioni Nottetempo 2008 (Narrativa) ISBN 978-88-74-52138-8
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