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HOME | lunedì 06 settembre 2010 |
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| Titolo |
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La somma dei giorni |
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| Autore |
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Allende Isabel |
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| Dati |
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315 p., brossura |
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| Prezzo |
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€ 17,00 |
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| Prezzo IBS |
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€ 12,75 |
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| Editore |
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Feltrinelli |
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| Collana |
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I narratori |
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| EAN |
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9788807017421 |
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Isabel Allende
La somma dei giorni "Dovevo essere cittadina statunitense per potermi ricongiungere con te e con tuo fratello, così non mi rimase altra scelta che ingoiarmi l’orgoglio e suggerire a Willie l’idea del matrimonio. La sua non fu una reazione di gioia incontenibile, come forse avevo osato sperare, ma di paura: diversi amori falliti avevano spento le braci romantiche del suo cuore, ma alla fine ebbi la meglio. Be’, in realtà non fu difficile: gli diedi fino alle dodici del giorno successivo per decidere e cominciai a fare la valigia. Quindici minuti prima della scadenza, Willie accettò la mia mano pur senza riuscire a capire le ragioni della mia insistenza nel voler vivere vicino a Nico e a te; negli Stati Uniti i giovani abbandonano la casa paterna quando finiscono la scuola e tornano in visita solo a Natale o per il Giorno del Ringraziamento. Gli americani si stupiscono dell’abitudine cilena di convivere per sempre nel clan."
L’otto gennaio Isabel Allende si rifugia nella sua tana e inizia a scrivere. Da venticinque anni compie lo stesso rito, per pura superstizione: teme che iniziando a scrivere in un giorno diverso il libro sia un insuccesso. Da La casa degli spiriti, capolavoro ispirato alla storia della sua famiglia, a La somma dei giorni, ultimo volume in ordine di tempo, l’incantesimo si è ripetuto. Ne La somma dei giorni Isabel Allende riprende il discorso interrotto nell’ultima pagina di Paula, il volume del 1995 nel quale ripercorreva la storia della sua famiglia e la malattia della figlia. Ancora una volta scrive un’intensa lettera alla figlia Paula, scomparsa a soli ventotto anni, complici la porfiria (una rara malattia genetica), un errore medico e la sfortuna. Da diversi anni la scrittrice vive in California, a San Francisco, insieme al marito William Gordon, avvocato americano perennemente in lotta per i diritti dei più deboli. Attorno alla coppia, una famiglia allargata nella quale non è sempre facile andare d’accordo: ci sono Nico, figlio di Isabel e la moglie Celia, destinata a sconvolgere l’ordine familiare (come si scopre a metà del libro); ci sono Jason, figlio di Willie e la fidanzata Sally, una coppia traballante che non convince Isabel. Ci sono Tabra, che cerca pretendenti su Internet e le Sorelle del Perpetuo Disordine, amiche dell’autrice, sempre pronte a recitare una preghiera. E ci sono i nipotini che sdrammatizzano ogni situazione. “Ogni giorno un romanzo d’appendice”, titolo di uno dei capitoli, la dice lunga sulle vicende della moderna tribù. L’impresa di Isabel è tenere insieme la famiglia, il suo clan, riunirlo attorno a sé e tentare di difenderlo con le unghie e con i denti. Un obiettivo difficile da raggiungere, che la porta spesso a peccare di invadenza: è Isabel che si mette alla ricerca di fidanzate per i single della tribù, legge i loro quadri astrali, interroga fattucchiere e simili! In un tale caos ci va di mezzo anche la relazione con Willie, fatta di alti e bassi, ma sempre recuperata per un pelo, con la buona volontà o con l’aiuto della terapia di coppia. Questa strana famiglia allargata si tiene a galla come può, affronta tempeste che affonderebbero qualunque barca. Per fortuna “gli altri hanno più paura di te”, come dice lo zio Ramon. E lo sa bene Isabel, che stempera con l’ironia le pagine più difficili da scrivere. Ed ecco il piccolo Alejandro che, di fronte alle ceneri della zia da spargere nell’acqua, esclama: “Questa non mi sembra Paula!”. C’è anche il momento del silenzio, il momento della scrittura. Isabel si isola nella sua tana, costruita accanto alla villetta, e scrive, lima e corregge frasi, riempiendo continuamente il “pozzo dell’immaginazione”. Nascono qui i suoi personaggi straordinari, le sue donne indipendenti e coraggiose: e non è difficile capire dove trovi l’ispirazione. Dalle pagine del libro emerge una Isabel forte e battagliera ma non mancano i momento bui. Ci sono i grandi dolori: la morte di Paula, in primis, con il dolore che non se ne va, e la scomparsa di Jennifer, la figlia di Willie, tossicodipendente e madre in fuga della piccola Sabrina. C’è la paura della vecchiaia, che porta la scrittrice a farsi “tirare la faccia”. Ma soprattutto il timore di mostrare il grande desiderio di “rifugio e protezione”. Ed è proprio alla fine che Isabel getta la maschera.
Titolo originale: La suma de los días Traduzione di Elena Liverani
Le prime pagine
LA MUSA CAPRICCIOSA DELL'ALBA
Nella mia vita non mancano drammi, ne ho viste di tutti i colori e ho materiale in abbondanza per scrivere, eppure, quando arriva il 7 gennaio, sono comunque in ansia. Stanotte non ho potuto dormire, si è abbattuta su di noi una tempesta, il vento ruggiva tra le querce e colpiva le finestre di casa, apogeo del diluvio biblico delle ultime settimane. Alcuni quartieri della contea sono stati inondati, i pompieri non sono riusciti a far fronte a un disastro di tali proporzioni, la gente si è riversata in strada, con l'acqua alla vita, per mettere in salvo dalla marea ciò che poteva. I mobili fluttuavano per i viali principali e alcuni animali domestici, spaventati, attendevano i padroni sui tetti delle macchine semisommerse, mentre i reporter catturavano dagli elicotteri le immagini di questo inverno in California, che sembra l'uragano in Louisiana. In alcuni quartieri non è stato possibile circolare per un paio di giorni e, quando finalmente ha spiovuto e si è vista la gravita del disastro, sono dovute intervenire squadre di immigrati latinoamericani che si son messe al lavoro per aspirare l'acqua con le pompe e portare via le macerie a mano. La nostra casa appollaiata su una collina ci preserva dalle inondazioni, in compenso le sferzate del vento che riceve frontalmente sono così forti da piegare le palme e ogni tanto riescono a sradicare di netto gli alberi più orgogliosi, quelli che non chinano la testa. A volte, nel culmine della tempesta, si alzano onde capricciose che sommergono l'unica strada di accesso; allora, affascinati, osserviamo dall'alto lo spettacolo inusitato della baia infuriata. Mi piace il raccoglimento obbligato dell'inverno. Vivo nella contea di Marin, a nord di San Francisco, a venti minuti dal Golden Ga e, tra colline dorate in estate e color smeraldo in inverno, sulla sponda occidentale dell'immensa baia. Nei giorni limpidi possiamo vedere in lontananza altri due ponti, i contorni imprecisi dei porti di Oakland e San Francisco, le pesanti navi da carico, centinaia di barche a vela e, come bianchi fazzoletti, i gabbiani. In maggio fanno la loro apparizione alcuni intrepidi appesi ad aquiloni multicolori, che scivolano veloci sull'acqua, turbando la quiete dei vecchietti asiatici che passano il pomeriggio a pescare tra gli scogli. Dall'Oceano Pacifico non si vede lo stretto accesso alla baia, che si risveglia avvolta nella nebbia, e i marinai di un tempo tiravano dritto senza immaginare lo splendore che si nasconde poco più all'interno. Ora questo accesso è coronato dallo slanciato Golden Gate, con le sue superbe torri rosse. Acqua, ciclo, colline e bosco: questo è il mio paesaggio. Non sono state le raffiche di vento da fine del mondo né la mitragliata di grandine sulle tegole a svegliarmi stanotte, quanto l'ansia dettata dall'inevitabile sopraggiungere dell'8 gennaio. Da venticinque anni comincio sempre a scrivere in questa data, più per superstizione che per disciplina: ho paura che, iniziando un giorno diverso, il libro possa essere un insuccesso, e che se lascio passare un 8 gennaio senza scrivere, non potrò più farlo per il resto dell'anno. Gennaio arriva dopo alcuni mesi in cui non scrivo, nei quali vivo proiettata all'esterno, nello scompiglio del mondo, viaggiando, promuovendo libri, tenendo conferenze, attorniata da gente, parlando troppo. Rumore e ancora rumore. Temo più che altro di diventare sorda, di non poter ascoltare il silenzio. Senza silenzio sono fritta. Mi sono alzata molte volte, girando per le stanze con pretesti diversi, avvolta nel vecchio gilet di cachemire di Willie che ho usato talmente tanto che ormai è diventato la mia seconda pelle, con una tazza dopo l'altra di cioccolata calda fra le mani, continuando a rimuginare su ciò che avrei scritto di lì a poche ore, fino a quando il freddo non mi ha obbligata a tornare a letto, dove Willie - beato lui - russava. Ormeggiata alla sua schiena nuda, nascondevo i piedi gelati fra le sue gambe, lunghe e forti, respirando il suo sorprendente profumo di uomo giovane, che non è mutato con il passare degli anni. Non si sveglia mai quando mi stringo a lui, solo quando mi separo; è abituato al mio corpo, alla mia insonnia e ai miei incubi. A dispetto delle mie passeggiate notturne, non si sveglia nemmeno Olivia, che dorme su una panca ai piedi del letto. Nulla altera il sonno di questa sciocca cagnolina, né i roditori che a volte escono dalle loro tane, né la puzza delle moffette quando fanno l'amore né le anime che sussurrano nell'oscurità. Se un pazzo armato di ascia ci assalisse, lei sarebbe l'ultima ad accorgersene. Quando arrivò era una povera bestiola recuperata dalla Human Society in un bidone della spazzatura con una zampa e varie cestole rotte. Per un mese rimase nascosta, a tremare, fra le mie scarpe nell'armadio a muro, ma un po' alla volta si riprese dai maltrattamenti subiti e finalmente fece capolino con le orecchie basse e la coda fra le gambe. Ci accorgemmo allora che non aveva la stoffa da guardiana: ha il sonno pesante. Finalmente l'ira della tormenta iniziò ad allentarsi e con la prima luce che entrava dalla finestra mi feci la doccia e mi vestii, mentre Willie, avvolto in una vestaglia da sceicco d'altri tempi, andava in cucina. L'odore del caffè appena macinato mi ha raggiunto come una carezza: aromaterapia. Le piccole abitudini di tutti i giorni ci uniscono più dei tumulti della passione; quando siamo separati, è questa danza discreta ciò che più ci manca. Abbiamo bisogno di sentire l'altro presente in quello spazio intangibile che è solo nostro. Un'alba fredda, caffè e pane tostato, tempo per scrivere, una cagnolina scodinzolante e il mio amante: la vita non può essere migliore. Poi Willie mi ha stretto in un lungo abbraccio di congedo, perché partivo per un lungo viaggio. "Buona fortuna" mi ha sussurrato, come fa ogni anno in questo giorno, e me ne sono andata con cappotto e ombrello, ho sceso i sei scalini, sono passata lungo il bordo della piscina, ho attraversato diciassette metri di giardino e sono arrivata alla casetta dove scrivo, la mia tana. E qui mi trovo ora. Avevo appena acceso una candela, che mi illumina sempre nella scrittura, quando Carmen Balcells, la mia agente, mi ha telefonato da Santa Fé, quel paesino di cavalli matti, vicino a Barcellona, dove è nata. È lì che intende trascorrere gli anni della maturità in pace, ma siccome ha energia da vendere, si sta comprando il villaggio casa per casa. "Leggimi la prima frase" mi ha ordinato quel cuore di mamma. Le ho spiegato per l'ennesima volta che c'è una differenza di nove ore tra la California e la Spagna. Quanto alla prima frase, ancora nulla. "Scrivi delle memorie, Isabel." "Le ho già scritte, non ricordi?" "Sì, ma son passati tredici anni." "Alla mia famiglia non piace essere sotto i riflettori, Carmen." "Tu non ti preoccupare di nulla. Mandami una lettera di circa duecento o trecento pagine e io mi occupo del resto. Se bisogna scegliere tra raccontare una storia e offendere i parenti, ogni scrittore professionista sceglie la prima ipotesi." "Ne sei sicura?" "Assolutamente."
© 2008, Feltrinelli
Isabel Allende – La somma dei giorni 315 pag., 17 € - Edizioni Feltrinelli 2008 (I narratori) ISBN 9788807017421
| 25 gennaio 2008 | | Di Claudia Spadoni |
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