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RECENSIONE

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Titolo La moglie del generale
Autore O'Connor Joseph
Dati 504 p., brossura
Prezzo € 17,50
Prezzo IBS € 14,88
Editore Guanda
Collana Narratori della Fenice
EAN 9788860880819
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Joseph O'Connor

La moglie del generale


"Poi era arrivato un ufficiale – il capitano O’Neill degli Shreveport – dicendo che i bagordi erano scellerati, e quello che festeggiavano uno scandalo. Non era bene, non era cristiano far compiere certi atti a un bambino. Aveva fatto un discorso. Anzi, una filippica: siamo selvaggi, forse? Siamo indiani? Vogliamo macchiare la nostra causa di disonore? Non si consenta a nessun fanciullo di prendere le armi; è ingiusto e sempre lo sarà! Se succede di nuovo, verrete espulsi tutti. Uomini, non avete figli anche voi? Ubriaco, piangente, il ragazzo era stato portato via. Costretto a consegnare la sua arma. Ammonito a eseguire gli ordini."

È proprio vero che il passato è una terra straniera, come dice la frase iniziale del romanzo L’età incerta dello scrittore inglese L.P.Hartley. Una terra di cui non conosciamo nulla, un tempo che facciamo fatica ad immaginare, tanto è diverso da quello in cui stiamo vivendo. 
Pensiamo a questo leggendo il nuovo romanzo dell’irlandese Joseph O’Connor, una vicenda epica ambientata negli Stati Uniti del 1865, sul finire della guerra civile. Perché non c’è nulla, né nel paesaggio, né nello stile di vita, né nei comportamenti dei personaggi o nelle leggi che regolano questi comportamenti, che ci riporti al tempo presente, alla grandezza e alla supremazia mondiale degli Stati Uniti d’America. 
È un paese selvaggio, l’immaginario Territorio delle Montagne nel Nordovest della nazione in cui si svolge la storia di O’Connor. Una terra di confine che è una sorta di confino punitivo per James O’Keeffe, l’eroe (o l’antieroe?) del romanzo, spesso nominato come il Reggente, o il Governatore, o il Generale, lì inviato dopo aver schiaffeggiato un superiore. Quella di James O’Keeffe è una personalità complessa, ed è per renderla appieno che lo scrittore ricorre ad una straordinaria complessità narrativa, fatta da una ricchezza di testi diversi, voci differenti in un’alternanza di registri per ricostruirne le varie facce. 

James O’Keeffe è un uomo dalle molte vite: condannato a morte nella natia Irlanda come ribelle contro l’Impero britannico, la pena era stata commutata in un’altra solo di poco migliore- esilio a vita nell’isola  carceraria della Terra di van Diemen, l’attuale Tasmania. Era riuscito a fuggire in barca e aveva fatto naufragio su un isolotto, unico superstite di tre compagni. E il ricordo di quell’avventura, un’esperienza allucinante e allucinata che ha qualcosa delle pagine di Robinson Crusoe e qualcosa di quelle di Pincher Martin di William Golding, a noi viene trasmessa dalla moglie di O’Keeffe che l’ha letta nel suo diario. 
O’Keeffe è un uomo colto che ha studiato in Inghilterra, teneva conferenze in giro per le città americane, prima della guerra civile. Un uomo di grande fascino- l’ereditiera Lucia Cruz McLelland se ne era innamorata sentendolo parlare. Lo aveva sposato, aveva sopportato la lontananza degli anni di guerra e dopo lo aveva seguito nel lontano West. E poi, che cosa era successo? Perché l’O’Keeffe che noi conosciamo è un ubriacone dalla parola tagliente che non tocca la moglie da nove anni, che in pratica la costringe ad allontanarsi da lui. 
La moglie del generale è in parte la storia di un amore tormentato, ma è anche la storia molto più complessa di un dopo-guerra che seguì quella che è la forma più crudele di guerra, ovvero la guerra civile. 
E insieme alla storia del generale che conserva tutte le lettere che le madri dei “suoi” ragazzi morti gli hanno scritto, c’è anche quella di Eliza Mooney, la ragazza irlandese che si muove a piedi dalla Louisiana alla ricerca del fratellino Jeddo, il tamburino poco più che decenne che ha seguito i confederati. Jeddo, il bambino soldato che vede quello che i suoi occhi di bambino non dovrebbero vedere, che compie azioni che un bambino non dovrebbe neppure immaginare, diventa il vero protagonista del romanzo, la voce nascosta dietro la narrazione, il simbolo delle vittime di tutte le guerre.

Ballate, testimonianze di una nera liberata, deposizioni in tribunale, rapporti di una spia, lettere, stralci di giornale, poesie, una lingua che varia secondo chi la sta usando, un pennello che si tuffa in una tavolozza di colori per un grande affresco: La moglie del generale è magistralmente costruito su tutto questo.

Titolo originale: Redemption Falls
Traduzione di Massimo Bocchiola

L'intervista


Le prime pagine

                                                                     CAPITOLO I
                                                            LA FIGLIA SENZA MADRE

                                              UN ANNO NELLA VITA DI ELIZA DUANE MOONEY

Come fu che partì — Stranezze del tempo — Un uomo grasso Little Rock - John Cory e la sua famiglia - II predicatore lussurioso

Sorgeva un quarto di luna mentre lei, a passo svelto, se ne andava da Baton Rouge: attraverso i quartieri malfamati della città, poi attraverso la zona dei neri e quella degli irlandesi, oltre il manipolo di sentinelle nordiste in Telegraph Road, dove la fila dei cannoni dell'Unione aveva le bocche puntate verso nord; e infine sul viadotto per inoltrarsi nella palude cinta da palizzate dove una volta, non molto tempo prima, si uccidevano di lavoro gli schiavi. Era il 17 gennaio del 1865. La fine della Guerra era vicina.
   Era partita da una baracca disastrata. I sassi della strada sulla pianta dei piedi che la strada già aveva scorticato. I ciottoli in attrito contro gli archi escoriati; il male abbacinante, i crampi ai polpacci e la disperata supplica per un paio di scarpe.
Impiegò quasi un mese a trascinarsi attraverso la Louisiana. Quindici miglia al giorno. Ventiseimila passi. Un militare, nutrito e calzato, di fronte a un tale cimento avrebbe potuto disertare. Eliza Mooney non disertò.
   Non era in cammino da molto quando cominciò a succedere. Tutto iniziò a sembrarle degno di attenzione. Una risaia. Due mosche. Un falco del pollame cadavere in un fosso. Occhi di alligatori famelici, rancorosi nel fango. Tutte quelle cose le sembravano equivalenti, il che è una forma di follia. Il peso del mondo aveva perso le sue proporzioni.
   C'erano giorni in cui zoppicava finché il mondo prendeva a scintillare. Il ciclo si espandeva attorno a lei come le pieghe dell'apocalisse, e l'uovo di dolore biancorovente in petto minacciava di rompersi e spandere veleno. Sarebbe rimasta a giacere dov'era caduta, la bocca aperta ai corvi; potendo, avrebbe strisciato via dalla strada. Tutto quello che ardeva per dischiudersi doveva es sere lenito dal silenzio. Giunse a credere che il silenzio potesse udirla.
   Passavano uomini a cavallo, o carri pieni di uomini. Nessuno si fermava. Forse non la vedevano. È questo che si diceva, lei stessa, rabbrividendo nei fossati. Adesso sto diventando invisibile.
   Viene aprile. Il tempo si muove in modo strano. I tempi del racconto si confondono.
   Nei pressi di El Dorado, in Arkansas, un mandriano parla ad alta voce con alcune campagnole. Lee si è arreso! La ribellione è finita! Jefferson Davis è in catene, si dice, arrestato con indosso un corsetto da donna! Quando Eliza si avvicina al crocchio, i coloni la guardano a bocca aperta come paperi. Dev'essere perché sentono il suo odore, pensa lei.
   Il giovin menestrello va alla guerra. Tra le schiere dei morti il troverai.
   Un uomo grasso la osserva, grinze ai lati degli occhi nella luce del sole. «Continua a camminare, figlia mia. Qui non c'è niente per te. » E come a sottolineare il diniego, si rimbocca un lembo della giacca, sotto cui vi è un bastone, dentro un fodero come di spada. Lei non pensa a questo rifiuto (è abituata a essere respinta), bensì all'accento antico, alla poesia parlata da quest'uomo. Una pronuncia armonica, sonora. Le vocali rimbalzano nell'aria.
   Della spada di suo padre va cinto. E l'arpa ebbra dalle spalle gli pende.
   Si immagina il viaggio come un lungo corteo di formiche rosse che si snodi dalle paludi del Delta fino ai bastioni delle Rocciose. Non è un vero cammino lungo millecinquecento miglia. Sta schiacciando formiche, passo a passo.
   A Natale avrà diciassette anni. 1865. L'anno in cui il Sud capitolò. Non ha memoria di altro luogo che il borgo della sua infanzia: nemmeno d'esser stata con sua madre a New Orleans. Il limite del mondo era il confine della contea. Superarlo significava trasgredire. E adesso è fuori e oltre la cornice di tutto quanto era dato, in un territorio in cui pressoché ogni cosa è straniera. Le usanze della gente. I loro modi di dire. Il gusto dell'acqua dei ruscelli. Il ragno sulla foglia. I cherokee che la osservano dalle creste di quelle alture. Lo sconvolgente nulla degli spazi fra gli abitati.

© 2007 Ugo Guanda Editore

Joseph O’Connor – La moglie del generale
504 pag., 17,50 € - Edizioni Guanda 2007 (Narratori della Fenice)
ISBN 978-88-60-88081-9


L'autore



30 novembre 2007 Di Marilia Piccone


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