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RECENSIONE

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Titolo Toghe rotte. La giustizia raccontata da chi la fa
Dati 181 p., brossura, 4 ed.
Prezzo € 12,00
Prezzo IBS € 9,60
Editore Chiarelettere
Collana Reverse
EAN 9788861900301
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Toghe rotte

La giustizia raccontata da chi la fa
A cura di Bruno Tinti


"Lo sapevate che a Roma ci sono più avvocati che nell'intera Francia? E a Torino tanti quanti a Manhattan? Sarà anche per questo che io sto qui a perdere tempo?... Chi glielo dice ai cittadini che noi non facciamo niente?"

Quando un argomento viene trattato con competenza e coraggio un saggio ha successo anche se il suo autore, seppur conosciuto e stimato nel proprio ambito professionale, è sconosciuto alla maggior parte assoluta dei lettori.
È vero che questo libro si presenta con la prefazione di Marco Travaglio e che il tema della giustizia è tra i più dibattuti e attuali del momento, ma tutto ciò non basterebbe - se non in giusta combinazione con un modo intelligente di presentare l'argomento - a giustificare il forte successo che ha avuto sino a oggi, arrivando ai primi posti della classifica di vendita e dando nuova popolarità anche alla casa editrice Chiarelettere la cui produzione intera è di assoluto interesse - e ne riparleremo presto.


Impossibile riassumere ciò che ci racconta Tinti - affiancato dai colleghi che hanno in qualche modo collaborato alla nascita di questo testo -, in una lunga narrazione, facile e senza tecnicismi, leggibilissima. 
La prima parte è costituita da episodi che hanno scandito la sua vita lavorativa, raccontati con ironia un po' amara, la seconda invece, che si intitola "Che cos'è che non va", illustra, sempre in modo facile e discorsivo, alcuni aspetti di diritto e procedura penale. 
Il ritratto che ne esce è piuttosto deprimente: Tinti sostanzialmente ci dice che la giustizia italiana non funziona perché si è scelto di non farla funzionare, perché così conviene ai potenti. L'inefficienza della magistratura sembra essere stata costruita scientemente a tavolino dai politici, da chi dovrebbe garantire la democrazia, e il detto "la legge è uguale per tutti" ne esce ormai ammuffito e illeggibile. Potremmo aggiungere che la legge è uguale per tutti i poveracci, per tutti gli immigrati, per i tossicodipendenti (sempre che non siano "figli di papà"), e che per tutti gli altri forse è uguale (nonché quasi garantita) l'impunità. 
Ennio Flaiano scriveva già mezzo secolo fa: "In Italia l'unica vera rivoluzione sarebbe una legge uguale per tutti".
Travaglio riassume così il libro:  "Scene di magistratura in un interno, anzi di un inferno, raccontate senz'alcuna concessione al politicamente corretto. Toghe rotte ha il pregio di essere scritto per i cittadini che vogliono capirci qualcosa".
Non basterà indignarsi leggendo questo saggio, ma è già un passo avanti saperne di più.


Le prime pagine


Domani sono di turno

Domani è lunedì e questo è quello che dico una domenica sera al mese e ripeto ogni sera per una settimana.
Arrivo in un trionfo tecnologico da cronache del dopo bomba, che per me, appassionato di science fiction, vuoi dire la copertina Urania di un romanzo di Philip K. Dick con strane macchine sfrattagliate e omini stralunati che scappano.
I tavoli sono pieni di cartelline (fogli doppi ripiegati e riciclati con le vecchie diciture cancellate più o meno bene, sembrano gli avvisi dei supersaldi) con decine di denunce, querele, rapporti, notifiche, perquisizioni, sequestri; occupano tutto lo spazio che c'è tra cinque computer, uno dei quali non funziona da due anni, ma sta ancora lì, perché si è rotta la scheda video e aspettiamo di trovarne una da cannibalizzare da un'altra parte, dove si romperà qualcosa di più importante; però non è ancora successo.
In un angolo c'è un'enorme stampante collegata in rete con i cinque pc (anche con quello rotto - Dio come ero orgoglioso di aver messo in piedi tutto questo ambaradam -), ma non funziona perché il toner è finito e non ci sono i soldi per comprarne un altro, così si stampa su una vecchia ink-jet che però è usata da un cancelliere a tre stanze di distanza; poco male, ogni tanto uno si alza e va a raccogliere tutto.
II collega Sostituto è già lì dalle 8.30. Io sono un vice capo, un Procuratore aggiunto, uno di quelli che prende ordini dal Procuratore Capo e che non ne può dare ai Sostituti perché altrimenti vanno a protestare dal Capo (che poi finisce pure che gli da ragione però per fortuna questo lo fanno solo nove o dieci su cinquanta). Sono arrivato alle 9.30 perché prima ho assegnato i fascicoli della giornata ai Sostituti del mio gruppo (noi facciamo Penale dell'Economia, sarebbe falsi in bilancio, aggiotaggio, frode fiscale, bancarotte, roba così) e ho vistato le consuete dieci archiviazioni per prescrizione di inizio settimana.
I due poliziotti che lavorano con il collega sono già lì a fare richieste di decreti penali per l'art. 186 del codice della strada, che vuoi dire guida in stato di ebbrezza; eh già, è lunedì. Fra oggi e domani ne faremo una cinquantina, sono gli appostamenti di Polizia, Carabinieri e Vigili urbani del sabato sera e della domenica sera. Ma perché non possono ritirare la patente o far pagare gli stessi 900 euro a cui li condanniamo noi? Tanto più che i nostri 900 euro non li pagheranno mai; noi chiediamo oggi al GIP [il Giudice per le Indagini Preliminari] di fare il decreto penale, glielo mandiamo fra due anni perché la cancelleria non ce la fa a fare le iscrizioni prima, il GIP ci mette due anni a fare le notifiche e a quel punto è tutto prescritto e l'ubriaco, ma magari è uno che ha bevuto una birra, non paga nemmeno un euro.

© Chiarelettere editore

Toghe rotte, a cura di Bruno Tinti
181 pag., 9,60 € - Edizioni Chiarelettere 2007 (Reverse)
ISBN 978-88-61-90030-1


L'autore




27 novembre 2007 Di Giulia Mozzato


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