|
|
 |
|
| |
HOME | sabato 20 marzo 2010 |
 |
|
|
|
|
|
 |
|
 |
 |
 |
|
 |
|
|
 |
 |
 |
 |
 |
| Titolo |
 |
Il sindacato dei poliziotti yiddish |
 |
| Autore |
|
Chabon Michael |
|
| Dati |
|
398 p., rilegato |
|
| Prezzo |
|
€ 19,00 |
|
| Prezzo IBS |
|
€ 19,00 |
|
| Editore |
|
Rizzoli |
|
| Collana |
|
Scala stranieri |
|
| EAN |
|
9788817017237 |
 |
 |
 |
|
|
 |
Michael Chabon
Il sindacato dei poliziotti yiddish “Sì, ma tu – sono curioso – tu davvero pensi di stare aspettando il Messia?” Berko fa spallucce, disinteressato alla domanda, tenendo gli occhi fissi sulle galosce nere nella neve. “È il Messia” dice. “Cos’altro puoi fare, se non aspettare?” “E poi, quando arriva cosa succede? La pace nel mondo?” “Pace, prosperità. Da mangiare per tutti. Niente malattie né solitudine. Nessuno che vende nulla. Che ne so?” “E la Palestina? Quando arriva il Messia tutti gli ebrei si spostano lì? Coi cappelli di pelliccia e tutto quanto?” “Ho sentito che il Messia ha siglato un accordo con i castori” dice Berko. “Niente più pellicce.”
Il detective Landsman 1 e il detective Landsman 2 sono i personaggi principali del nuovo romanzo di Michael Chabon, autore de Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay. Meyer e Bina Landsman, marito e moglie separati da due anni eppure - lo percepiamo subito, dai pensieri di Meyer, dallo sguardo che si scambiano quando si incontrano, dalla voce che cela una carezza - ancora innamorati l’uno dell’altra, come quando erano studenti e lui si arrampicava sulla grondaia per entrare in camera di lei. Come fa di nuovo alla fine del romanzo, e ce ne rallegriamo perché è impossibile non provare simpatia per Meyer Landsman, tipico poliziotto con più motivi di depressione alle spalle oltre alla separazione dalla moglie - un figlio che Bina ha dovuto abortire per una possibile malformazione, un padre suicida, una sorella morta in un incidente poco chiaro. E lui vive in un albergo che sembra una topaia e beve troppo. Ma il suo senso dell’umorismo gli permette di sollevarsi dal grigiore della vita e può sempre contare sull’aiuto del cugino Berko.
Abbiamo iniziato a parlare de Il sindacato dei poliziotti yiddish con la storia d’amore e di perdita dei due detective Landsman perché, in qualche modo, tutto il romanzo è una grande storia d’amore e di perdita in una realtà alternativa in cui l’errante e perseguitato popolo ebraico viene fatto massicciamente emigrare in un paese denominato Sitka, in Alaska. In Sitka, tuttavia, gli ebrei hanno trovato una patria “a termine”: si avvicina il momento della Restituzione della terra ai nativi, i tlingit con cui i rapporti sono sempre stati molto tesi. E gli ebrei? Mah, c’è una corsa ai permessi per restare, c’è chi è in partenza per il Madagascar… E c’è chi - in un quasi insospettabile ambiente ultrareligioso - prepara un ritorno nella Terra Promessa, sgomberando la spianata dove si erge la Moschea della Roccia a Gerusalemme per far spazio alla ricostruzione del Tempio. Persino il Messia è stato trovato - peccato che non sia d’accordo nell’assumere il suo ruolo. E viene trovato morto nello stesso albergo di Meyer Landsman: un colpo alla nuca, una scacchiera con una partita interrotta vicino a lui. Mendele Schpilman, candidato Messia, era il figlio reietto del rabbino di una comunità ultraortodossa, fuggito vent’anni prima il giorno in cui avrebbe dovuto sposarsi, eroinomane che aveva cercato di disintossicarsi in un centro esclusivo da cui era scappato con l’aiuto della sorella di Meyer Landsman. Che subito dopo, stranamente, si era schiantata con l’aereo contro una montagna.
Il romanzo di Michael Chabon si presta a vari livelli di lettura - da quello più superficiale dell’indagine poliziesca (che rischia di deludere un poco, alla fine) a quello, molto più soddisfacente, di storia alternativa in cui risulta più lieve mettere a fuoco i contrasti tra palestinesi ed ebrei sostituendoli con quelli tra tlingit ed ebrei, o ancora a quello che ricostruisce un ambiente e una cultura già di per sé complessi e compositi e che lo diventano maggiormente con l’aggiunta di nuove influenze dopo l’esodo. E a questo punto si deve esaltare la lingua di Chabon, straordinariamente ricca e duttile, scoppiettante, traboccante di metafore che hanno la capacità di farci “vedere” o “sentire” meglio - un solo esempio: la voce tirata fuori dal vecchio che non può più parlare dopo una ferita riportata in guerra e che sembra il suono emesso da un dinosauro. E nessuno ha mai sentito il verso di un dinosauro ma lo immaginiamo con la cavernosa raucedine di milioni di anni di silenzio.
Per ultimo, ma non per ciò meno importante, sottolineiamo l’umorismo che serpeggia in ogni pagina. Vogliamo chiamarlo ‘umorismo ebraico’ ? certo è che l’umorismo è l’unica maniera di sopravvivere a quel gioco di scacchi, la cui metafora è parte integrante del libro, che sposta il popolo ebraico sulla scacchiera del mondo.
Le prime pagine
Capitolo uno
Da nove mesi Landsman dorme all'Hotel Zamenhof, e fino a ieri nessuno degli altri clienti era ancora riuscito a farsi ammazzare. Ora qualcuno ha piantato una pallottola in testa all'occupante della 208, un ebreo di nome Emanuel Lasker. «Al telefono non rispondeva, non apriva la porta» dice Tenenboym, il portiere di notte dell'albergo, mentre tira giù dal letto Landsman. Landsman abita nella 505, con vista sull'insegna al neon dell'albergo sull'altro lato di Max Nordau Street. Si chiama Blackpool, la pozza nera, una parola che compare negli incubi di Landsman. «Ho dovuto forzare la porta.» Il guardiano notturno è un ex marine che con la sua dipendenza da eroina ha chiuso negli anni Sessanta, tornato a casa dal macello della guerra di Cuba. Per la popolazione di tossici dello Zamenhof nutre un interesse materno. Gli fa credito e si assicura che vengano lasciati in pace quando ne hanno bisogno. «Ha toccato niente nella stanza?» chiede Landsman. Tenenboym risponde: «Solo i soldi e i gioielli». Landsman si infila pantaloni e scarpe, e tira su le bretelle. Poi, sia lui sia Tenenboym si voltano a guardare il pomello della porta. C'è appesa una cravatta, rossa, con una spessa riga più scura e il nodo già fatto per risparmiare tempo. A Landsman mancano ancora otto ore prima del prossimo turno. Otto ore da topo, attaccato alla bottiglia, nella sua gabbietta di vetro imbottita di trucioli di legno. Landsman sospira e va a prendere la cravatta. Se la fa scivolare in testa e stringe il nodo sul colletto. Indossa la giacca, si tocca il taschino davanti in cerca di portafoglio e distintivo, tasta la sholem che porta in una fondina sotto l'ascella, una malandata Smith & Wesson modello 39. «Mi secca svegliarla, detective» dice Tenenboym. «Ma ho notato che lei non dorme mai davvero.»
«Sì che dormo» dice Landsman. Afferra il bicchiere basso che frequenta ultimamente, souvenir della Fiera mondiale del 1977. «Solo che lo faccio in mutande e camicia.» Alza il bicchiere e brinda ai trent'anni trascorsi dalla Fiera mondiale di Sitka. Un vertice di civiltà ebraica nel Nord, dicono, e chi è lui per contestarlo? Meyer Landsman aveva quattordici anni, quell'estate, e cominciava appena a scoprire le meraviglie delle donne ebree, per le quali il 1977 doveva essere stato una sorta di picco storico. «Seduto in poltrona.» Svuota il bicchiere. «Con la sholem addosso.» Secondo i medici, gli psicologi e la sua ex moglie, Landsman beve per curarsi, per sintonizzare le valvole e i quarzi dei suoi stati d'animo con un rozzo martello fatto di slivovitz. Ma la verità è che Landsman possiede due soli stati d'animo: operativo e spento. Meyer Landsman è lo shammes più decorato del distretto di Sitka, l'uomo che ha risolto l'omicidio della bella Froma Lefkowitz, uccisa dal marito conciatore, e che ha catturato Podolsky, il killer dell'ospedale. È stata la sua testimonianza a spedire Hyman Tsharny in un carcere federale per il resto dei suoi giorni, prima e ultima volta che delle accuse contro uno di quei mafiosi dei Verbover sono approdate a qualcosa. Ha la memoria di un carcerato, le palle di un pompiere, e la vista di uno svaligiatore. Quando c'è da combattere il crimine, Landsman sfreccia per Sitka come se avesse un razzo impigliato nei pantaloni. È come se alle sue spalle suonasse una colonna sonora, con parecchie nacchere. Il problema sono le ore in cui non lavora, quando i pensieri volano fuori dalla finestra spalancata del suo cervello come pagine di verbale. A volte, per tenerle ferme, ci vuole un fermacarte bello pesante. «Mi secca darle altro lavoro» dice Tenenboym. All'epoca della Narcotici Landsman ha arrestato Tenenboym cinque volte. Ecco su cosa si basa ciò che tra loro passa per amicizia. È quasi abbastanza. «Non è lavoro, Tenenboym» dice Landsman. «Io lo faccio per amore.» «Idem» risponde l'altro. «Adoro fare il portiere di notte in un albergo schifoso.»
© 2007, RCS Libri
Il sindacato dei poliziotti yiddish di Michael Chabon Traduzione di Emanuelle Caillat e Cinzia Poli Pag. 398, Euro 19 – Edizioni Rizzoli 2007 (Gialli-horror-noir) ISBN 978-88-17-01723-7
| 28 novembre 2007 | | Di Marilia Piccone |
Condividi su: |
 |
|
 |
|
|
|
 |
|
 |
|
|
Copyright © 1996/2010 Internet Bookshop Italia, tutti i diritti riservati. Wuz è un marchio registrato. Licenza SIAE n. 513 / I / 06-359. Concessionaria di pubblicità MYads.it Con la collaborazione di Argentovivo per il settore editoria libraria Dati audience certificati Audiweb Internet Bookshop Italia è una società di Giunti & Messaggerie Eventuali comunicazioni e segnalazioni utili possono essere inviate alla redazione |
|
|
|