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HOME | venerdì 19 marzo 2010 |
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| Titolo |
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Le benevole |
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| Autore |
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Littell Jonathan |
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| Dati |
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953 p., rilegato |
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| Prezzo |
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€ 24,00 |
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| Prezzo IBS |
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€ 24,00 |
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| Editore |
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Einaudi |
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| Collana |
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Supercoralli |
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| EAN |
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9788806187316 |
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Jonathan Littell
Le Benevole "Mi pervase un’ondata di amarezza: ecco cos’hanno fatto di me, mi dicevo, un uomo che non può vedere una foresta senza pensare a una fossa comune. Un ramo secco mi si spezzò sotto uno stivale. 'È proprio strano che a lei non piaccia cacciare', commentò Speer. Immerso nei miei pensieri, risposi senza riflettere: 'Non mi piace uccidere, Herr Reichsminister.' Mi gettò un’occhiata strana e io precisai: 'A volte è necessario uccidere per dovere, Herr Reichsminister. Uccidere per piacere è una scelta'.”
Les Bienveillantes è il titolo originale del romanzo di Jonathan Littell, ebreo di origine polacca, nato a New York, cresciuto in Francia, ritornato in America per frequentare l’università di Yale, che ha scelto di scrivere in francese il suo libro. È un titolo che vuole darci una chiave di lettura? Perché les bienveillantes sono le Eumenidi, le benevole custodi della giustizia che si sostituiscono alle Furie o Erinni che inseguono Oreste, assolto da Atene per aver ucciso sua madre, colpevole a sua volta di aver fatto uccidere suo padre. E Maximilien Aue è, con tutta probabilità, l’assassino della madre e del patrigno, nonché colpevole di altri delitti. Verrebbe da dire che, in una scala di grandezza storica, gli altri crimini di Max Aue sono maggiori, essendo stato un ufficiale delle SS- ma questa è una delle tante domande che pone questo straordinario romanzo che resterà “il” libro sulla tormentata storia della Germania e dell’Europa negli anni della seconda guerra mondiale: è vero quanto diceva Stalin, che “la morte di un uomo è tragedia, la morte di milioni è statistica”, ed è per questo che, in una scena di delirante assurdità, Max Aue è ricercato da due poliziotti per aver ucciso la madre, in una Berlino già invasa dall’Armata Rossa? Niente sembra essere casuale in Le benevole, ad iniziare dal cognome del protagonista: se sostituiamo la vocale “u” con “w”, awe in inglese è la sensazione di sgomento davanti all’orrore, ed è ciò che prova Max Aue davanti alla carneficina degli ebrei in Ucraina, prima tappa in un viaggio dell’orrore che sostituisce nel secolo XX il romantico Grand Tour dell’800, Max Aue al posto di Childe Harold, una discesa all’Inferno in cui la scritta Arbeit macht frei sostituisce il dantesco “Lasciate ogni speranza…”, l’amico Thomas prende il posto di Virgilio come accompagnatore, i gironi sono intitolati a Babi Yar, Stalingrado, Auschwitz, Dora, e la marcia della morte finale delle larve viventi che sono diventati i prigionieri dei lager è come la turba di anime sospinte dal vento che suscita la compassione di Dante.
Non è una scelta leggera, quella di aver fatto di Max Aue un omosessuale, perché, intanto, è risaputo che lo erano molti SS, e c’è pure il carico aggiunto di sottolineare l’assurdità delirante della campagna nazista di pulizia attraverso l’eliminazione degli esseri inferiori o devianti: Max Aue ama l’unica donna che non può avere, anche se l’ha avuta in un passato di giochi- perché no?- innocenti: la sorella gemella che si chiama Una, a ricordare quell’unico corpo perfetto maschio e femmina di cui si parla nel “Simposio di Platone, nonché l’unicità del suo sentimento. Così come è intenzionale l’inizio dalla fine, con l’anziano ex nazista Max Aue che è fuggito con carte false e ha preso dimora in Francia, ex paese nemico della Germania, dove ha fatto fortuna con una fabbrica di merletti. E se l’immagine dell’SS omosessuale in mezzo alle trine e ai pizzi può apparire un po’ kitsch, ha tuttavia un forte impatto di contrappasso in un libro che unisce la Storia (ricca di documentazione) e la finzione, personaggi creati dallo scrittore e altri veramente esistiti (Bormann e Goering, Goebbels e soprattutto Speer, non il peggiore ma certamente il più intelligente di tutti e infatti riuscì a prendersi solo vent’anni di carcere), realtà e metafora (Max Aue è ferito a Stalingrado, una pallottola gli trapassa il cranio lasciandolo con una cicatrice che è come un terzo occhio pineale), raccapriccianti scene di sangue ed altre fantasmagoricamente oniriche che ricordano Schnitzler, colte dissertazioni di linguistica nonché sulle lingue in relazione alle etnie (e mentre i soldati muoiono a Stalingrado la discussione se i Bergjuden di etnia tat siano o no da considerarsi ebrei e come tali da sterminare ha un che di paradossalmente grottesco come in una scena del teatro dell’assurdo) e nostalgiche celebrazioni musicali (non ci pare strano che Aue esalti eccelsi compositori poco noti, ancora una volta ci sembra un’ulteriore segnale della frattura tra la “grande” Germania dei filosofi e dei musicisti e quella del Reich).
Ma chi è questo Max Aue che, diciamo la verità, non è affatto simpatico né vuole esserlo? Quale tedesco vuole rappresentare? Nessuno, in realtà, piuttosto tutti gli esseri umani, come dice nella frase che incomincia il suo racconto: “Fratelli umani, lasciate che vi racconti come è andata”. Perché questo è il suo punto: “io sono colpevole, voi non lo siete, mi sta bene. Ma dovreste comunque essere capaci di dire a voi stessi che ciò che ho fatto io, l’avreste fatto anche voi. Forse con meno zelo, ma anche con meno disperazione.” Max Aue, figlio di un uomo che ha combattuto nella Grande Guerra e ne ha vissuto le umilianti conseguenze, ha fatto quello che chiunque altro, in quel luogo e in quel momento avrebbe fatto, perché in tempo di guerra il cittadino non solo perde il diritto di vivere, ma anche quello “di non uccidere”. Come qualunque uomo comune in quella situazione, Max Aue è inorridito, Max Aue non sopporta la vista non solo dei morti ma anche della modalità delle stragi, Max Aue sta fisicamente male, vomita- è come se il suo corpo volesse espellere da sé quello che vede (senza riuscirci, peraltro, se all’inizio del romanzo confessa di continuare a vomitare occasionalmente e ad essere stitico), ha dei piccoli e inutili gesti di pietà, come raccomandare che una bimba venga uccisa con gentilezza. Più tardi, quando si avvicina la fine della guerra e i forni hanno bruciato per anni senza interruzione, Max Aue cerca di far ottenere più cibo e vestiario per i prigionieri, con il pretesto che debbano essere trattati meglio se li si vuole impiegare come forza-lavoro. Certo, poteva fare altro, unirsi al complotto contro Hitler. O suicidarsi- e siamo sicuri che non ci abbia provato quando è riuscito solo a farsi ferire nel girone di Stalingrado? O ancora, quando si ritira nella casa della sorella in Pomerania, a rischio di essere considerato disertore? Dopo essere esploso in quella confessione con la mite Hèlène, reiterando “ammazziamo, ammazziamo, ammazziamo” in un isterico crescendo di chi ha superato il limite dell’obbedienza? Soltanto uno scrittore di origine ebraica poteva scrivere un libro come Le benevole, suscitando ugualmente polemiche, tante quante sono le diverse letture dei diversi lettori del libro. Soltanto uno scrittore di origine ebraica che non adotta la lingua né dei vincitori né dei vinti (“La sconfitta, di nuovo?” “Sì, di nuovo, la sconfitta”) poteva trasformare le Erinni in bienveillantes, senza assolvere, chiedendo solo di non dimenticare.
Le prime pagine
Toccata
Fratelli umani, lasciate che vi racconti com'è andata. Non siamo tuoi fratelli, ribatterete voi, e non vogliamo saperlo. Ed è ben vero che si tratta di una storia cupa, ma anche edificante, un vero racconto morale, ve l'assicuro. Rischia di essere un po' lungo, in fondo sono successe tante cose, ma se per caso non andate troppo di fretta, con un po' di fortuna troverete il tempo. E poi vi riguarda: vedrete che vi riguarda. Non dovete credere che cerchi di convincervi di qualcosa; in fondo, come la pensate è affar vostro. Se mi sono deciso a scrivere, dopo tutti questi anni, è per mettere in chiaro le cose per me stesso, non per voi. A lungo uno striscia su questa terra come un bruco, nell'attesa della diafana e splendida farfalla che porta in sé. E poi il tempo passa, la ninfosi non arriva, rimani larva, desolante constatazione, ma che farci? Certo, il suicidio resta un'opzione. Ma per la verità, il suicidio mi tenta poco. Ci ho pensato molto, ovviamente; e se dovessi ricorrervi, ecco come farei: mi piazzerei una bomba a mano proprio sul cuore e me ne andrei in un violento scoppio di gioia. Una piccola bomba a mano rotonda a cui toglierei con delicatezza la sicura prima di rilasciare la linguetta, sorridendo al lieve rumore metallico della molla, l'ultimo che sentirei, oltre ai battiti del mio cuore nelle orecchie. E poi, finalmente, la felicità, o perlomeno la pace, e le pareti dello studio addobbate di brandelli di carne. Toccherà alle domestiche pulire, sono pagate per questo, affari loro. Ma come ho detto, il suicidio non mi tenta. Non so perché, del resto, un vecchio residuo di morale filosofica, forse, che mi fa dire che in fondo non siamo qui per divertirci. Per far che, allora? Non ne ho idea, per durare, probabilmente, per ammazzare il tempo prima che lui ammazzi noi. E in tal caso, come occupazione, a tempo perso, scrivere vale come qualsiasi altra. Non che abbia poi tanto tempo da perdere, sono molto occupato; ho quel che si dice una famiglia, un lavoro, e quindi delle responsabilità, tutto ciò assorbe tempo, non ne lascia granché per raccontare i propri ricordi. Dato che di ricordi ne ho, e anche in notevole quantità. Sono una vera e propria fabbrica di ricordi. Avrei passato la vita a produrre ricordi, anche se ora mi pagano piuttosto per produrre merletti. In realtà, avrei potuto benissimo non scrivere. Dopotutto, non è obbligatorio. Dalla guerra in poi sono sempre stato un uomo discreto; grazie a Dio non ho mai avuto bisogno, come certi ex commilitoni, di scrivere le mie Memorie a scopo giustificativo, perché non ho niente da giustificare, né a scopo di lucro, perché mi guadagno abbastanza bene la vita così. Una volta, ero in Germania per affari, parlavo con il direttore di una grande azienda di biancheria intima a cui volevo vendere del merletto. Gli ero stato raccomandato da vecchi amici; così, senza fare domande, sapevamo entrambi come regolarci reciprocamente. Dopo il colloquio, che peraltro si era svolto in modo molto positivo, si alzò per prendere un volume dalla sua libreria e me lo regalò. Erano le memorie postume di Hans Frank, il governatore generale della Polonia; si intitolavano Di fronte al patibolo. «Ho ricevuto una lettera dalla sua vedova, - spiegò il mio interlocutore. - Ha fatto pubblicare a proprie spese il manoscritto, redatto poco dopo il processo, e lo vende per sopperire alle necessità dei figli. Se lo immagina, arrivare a questo punto? La vedova del governatore generale. Le ho ordinato venti copie, da regalare. Ho anche proposto a tutti i miei capi-reparto di comperarne una. Lei mi ha scritto una commovente lettera di ringraziamento. L'ha conosciuto?» Gli assicurai di no, ma che avrei letto il libro con interesse. In realtà sì, l'avevo incrociato di sfuggita, forse ve lo racconterò dopo, se ne avrò il coraggio o la pazienza. Ma allora, non avrebbe avuto alcun senso parlarne. Il libro, peraltro, era pessimo, confuso, piagnucoloso, intriso di una bizzarra ipocrisia religiosa. Queste mie note saranno forse altrettanto pessime e confuse, ma farò del mio meglio per essere sempre chiaro; posso garantirvi che almeno resteranno prive di qualunque genere di contrizione. Non ho alcun rimpianto: ho fatto il mio lavoro, tutto qui; quanto alle mie storie di famiglia, che forse racconterò, riguardano solo me; e per il resto, verso la fine ho probabilmente forzato il limite, ma a quel punto non ero più del tutto me stesso, vacillavo e d'altro canto intorno a me si ribaltava il mondo intero, e non fui l'unico a perdere la testa, dovete ammetterlo. E poi non scrivo per mantenere la mia vedova e i miei figli, io; sono perfettamente in grado di sopperire ai loro bisogni. No, se alla fine mi sono deciso a scrivere, è probabilmente per passare il tempo, e anche, se possibile, per chiarire un paio di punti oscuri, per voi, forse, e per me stesso. Inoltre penso che mi farà bene. E vero che sono d'umore un po' spento. La stitichezza, probabilmente. Faccenda deprimente e dolorosa, oltre che nuova per me; una volta era tutto il contrario. Per molto tempo ho dovuto andare al gabinetto tre, quattro volte al giorno; adesso, una volta la settimana sarebbe una benedizione. Sono ridotto ai clisteri, procedura quanto mai spiacevole, ma efficace. Mi perdonerete se vi intrattengo con particolari così scabrosi: avrò pure il diritto di lamentarmi un po'. E poi, se non reggete questo fareste meglio a fermarvi qui. Non sono Hans Frank, io, e non mi piacciono le cerimonie. Voglio essere preciso, per quanto posso. Nonostante le mie vicissitudini, e sono state tante, resto di quelli che pensano che le sole cose indispensabili alla vita umana siano l'aria, il mangiare, il bere e l'evacuare, e la ricerca della verità. Il resto è facoltativo.
© 2007, Giulio Einaudi editore Jonathan Littell - Le benevole 953 pag., 24,00 € - Edizioni Einaudi 2007 (Supercoralli) ISBN 978-88-06-18731-6
| 16 novembre 2007 | | Di Marilia Piccone |
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