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Recensione

Maruzza Musumeci copertina
Andrea Camilleri

Maruzza Musumeci


“Maruzza stava addritta, appuiata a ‘na colonna di ligno. Aviva du’ occhi ca parivano palluzze di celu, la vucca dovevi essere ussa russa comu ‘na cirasuzza. Il nasuzzo dritti e fino spartiva a mità ‘a miluzza frisca, appena cugliuta, ch’era so facciuzza. I capille le arrivavano sino a sutta i scianchi. La cammina era a sciuri, e faciva ‘na bella curvatura all’altizza delle minnuzze. La vita era accussì stritta che lui l’avrebbi potuta tiniri tutta tra il pollice e l’indice della mano e alla vita si partiva una gonna buttuna buttuna che arrivava fino ‘n terra. Da sutta la gonna spuntavano i piduzzi che addimostravano ch’era fìmmina e no sirena.”

Camilleri ha abituato i suoi lettori (e sono davvero tantissimi) a un uso di due generi letterari nella sua scrittura: da una parte il romanzo storico, dall’altra quello il giallo con la creazione di una figura entrata ormai tra i personaggi simbolo della nostra contemporaneità letteraria, il Commissario Montalbano.
Ecco così che Maruzza Musumeci risulta spiazzante. Anche se, le date in cui è collocata la vicenda (tra la fine dell’Ottocento e i primi ventenni del Novecento) potrebbero farlo apparire un romanzo storico è la vicenda in sé che rientra in modo prepotente nella letteratura fiabesca, nelle leggende popolari, nella cultura della tradizione magica.
Maestro, qualsiasi argomento tratti, nel coinvolgere il lettore, Camilleri con questo romanzo “speciale” riesce a a fare forse ancora qualcosa di più: la sua è fascinazione, è forse davvero magia…

Protagonista del romanzo è Gnazio Manisco, un uomo che dopo molti anni da emigrante in Merica, ritorna al paese natale lasciato quando era ancora adolescente: Vigàta. Con i soldi risparmiati inizia a costruirsi una piccola casa e un riparo per gli animali in contrada Ninfa, una lingua di terra sul mare che (lo si saprà nel corso del romanzo) galleggia sul mare: praticamente un’isola, è l’Itaca di Ulisse, è il luogo dei desideri e delle speranze, della vita e della morte.

Raggiunto un certo benessere economico e essendo ormai vicino ai cinquant’anni, Gnazio decide di prendere moglie e si rivolge a chi in paese di queste cose si occupa, la gnà Pina. Scartate alcune ipotesi, la gnà Pina mostra a Gnazio una fotografia di una giovane donna, Maruzza Musumeci: è il classico colpo di fulmine, l’uomo non riesce più a pensare a null’altro e quando vedrà la ragazza di persona la sua passione non fa che crescere a dismisura.
Maruzza Musumeci è una splendida donna di trent’anni che non si è mai sposata perché convinta di essere una sirena e quindi impossibilitata ad avere normali rapporti con gli esseri umani.


Anche nella sua famiglia c’è sempre stato qualcosa di strano. L’unica parente rimastale, una bisnonna, è quasi centenaria, ma ha ancora l’energia di decidere il futuro della nipote e una voce sensuale che sussurrata all'orecchio di Gnazio, gli crea un vero e proprio turbamento dei sensi. È lei a fissare la data, notturna, per un primo matrimonio, tutto magia e riti arcani. 
Poche le richieste della promessa sposa al futuro marito: solo la possibilità, quando si sente sirena e non le capita più spesso, di passare nell’acqua di mare (in questo caso l’acqua sarà contenuta in due grandi cisterne costruite appositamente) tutti i giorni in cui quella “metamorfosi” avviene in lei. Dovrà anche avere una finestra che guardi il mare, a cui cantare ogni giorno melodie incantatrici.


Gnazio e Maruzza si sposano, l’amore appassionato tra i due ha come frutto dei figli, due maschi e due femmine. Il primogenito Cola non ama il mare, come il padre, mentre la prima figlia Resina è in tutto e per tutto simile alla madre. Adora il mare e canta splendide melodie da lei create, un canto meraviglioso che incanta chi lo senta, insomma è proprio la Sirenetta.

Passano gli anni, i figli crescono, il maggiore va all’università a studiare quelle stelle che fin da bambino lo avevano attratto, ma non dimentica il legame fortissimo con la sorella Resina tanto che chiama con il suo nome una stella che lui stesso aveva scoperto. La ragazza, bellissima, è profondamente legata al fratello lontano, tanto che alla fine sacrificherà se stessa per salvare, magicamente, lui.
Intanto il mondo intorno subisce grandi cambiamenti: l’Italia vede l’avanzare del fascismo e il suo insediarsi al potere. Quando poi scoppia la seconda guerra mondiale tutti i giovani vengono chiamati alle armi, e anche Cola…


L’epopea di questa famiglia, tra cruda realtà contadina e magia si concluderà nella testimonianza che amore, affetti, sentimenti, riescono a vincere tutte le barriere, da quelle della razionalità a quelle che il mondo esterno pone come ostacoli.
Un “cunto” questo di Camilleri, davvero ammaliatore che trova nel linguaggio dell’autore la migliore musica perché sa mantenere, pur nella creatività letteraria (le frasi in greco con cui le “sirene” dialogano sono tratte dall’Odissea proprio perché il riferimento al tema classico delle sirene e la figura di Gnazio come anti-Ulisse siano chiari), l’andamento e il piacere della narrazione orale, quella che i contadini, abituati da secoli e secoli ad avere a che fare con le fiabe e la magia, raccontano nelle sere di veglia.   


Le prime pagine

                                                                                    1                                                                      Gnazio torna a Vigàta

Gnazio Manisco ricomparse a Vigàta il tri di ghinnaro del milli e ottocento e novantacinco, che era oramà quarantacinchino, e in paìsi nisciuno sapiva cchiù chi era e lui stisso non accanosceva cchiù a nisciuno doppo vinticinco anni passati nella Merica.
Fino a che era squasi vintino aviva travagliato come stascionale spostannosi, con sò matri e la comarca dei bracianti, di campagna in campagna indove che c'era ora da fari la rimunna degli àrboli, ora da cogliere le mennuli o le aulive, le fave o i piseddri, e ora da pigliari parte alla vinnemmia.

Di sò patri non sapiva nenti di nenti, fatta cizzione che si chiamava Cola, che sinni era ghiuto nella Merica che lui era dintra alla panza di sò matri e che non aviva dato cchiù notizie, né tinte né bone. Allura so matri si era vinnuta la bitazione che avivano in paìsi, fatta di una sola cammareddra, tanto i bracianti non hanno di bisogno di un tetto, dormono al sireno, allo stiddrato, e se chiovi s'arriparano sutta all'àrboli, e il dinaro se l'era mittuto dintra a un fazzoletto ammucciato nella pettorina. Alla fine di ogni simanata, tirava fora il fazzoletto e ci 'nfilava dintra quella parte dei dinari della paga che era arrinisciuta a sparagnare.
La squatra dei bracianti alla quale appartinivano Gnazio e so matri, pirchì Gnazio aviva pigliato a travagliare a cinco anni per un quarto di paga, era cumannata da zù Japico Prestia che chiamava a tutti pidocchi. A setti anni, sintennosi chiamare pidocchio, Gnazio s'arribbillò.
«Vossia, zù Japico, m'avi a chiamari Gnazio, io non sugnu un pidocchio».

«Vossia, zù Japico, m'avi a chiamari Gnazio, io non sugnu un pidocchio». 
«Ti senti offiso se ti chiamo accussì?».
«Sissi».
«E sbagli. Stasira te lo spiego».
Quanno che ne aviva gana, lo zù Japico, finito il travaglio e prima che faciva notte, si mittiva a contare storie e tutti stavano ad ascutarlo. Perciò quella sira contò la storia di Noè e del pidocchio.
«Quanno che lu Signuri Dio si stuffò di l'omini che si facivano sempri la guerra e si scannavano in continuazione, addecise di scancillarli dalla facci di la terra facenno viniri lo sdilluvio universali. E di chista 'ntinzioni ne parlò con Noè che era l'unico omo onesto e bono che c'era. Ma Noè gli fici notari che, 'nzemmula all'omini, sarebbero macari morte tutte le vestie che non ci avivano colpa per lo sdegno del Signuri. Allura lu Signuri gli disse di flabbicare una varca di ligno, chiamata arca, e di faricci trasire dintra una coppia, mascolo e fìmmina, di tutti gli armàli. Accussì l'arca avrebbe galleggiato e doppo, passato lo sdilluvio, l'armali avrebbero potuto figliare. Noè arriniscì a farisi dare il primisso di portarisi nell'arca macari a so mogliere e ai so tri figli e po' spiò al Signuri come avrebbe potuto avvertire tutti l'armali del munno. Lu Signuri disse che ci avrebbe pinsato lui. 'Nzumma, a farla brevi, quanno tutti l'armali trasero, principiò lo sdilluvio.


© 2007, Sellerio

Andrea Camilleri – Maruzza Mesumeci
151 pag., 8,00 € - Edizioni Sellerio 2007 (La memoria)
ISBN 978-88-38-92248-0

Zingaretti e Camilleri




L'autore



13 novembre 2007 Di Grazia Casagrande

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