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HOME | martedì 16 marzo 2010 |
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| Titolo |
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Prima esecuzione |
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| Autore |
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Starnone Domenico |
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| Dati |
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142 p., brossura |
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| Prezzo |
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€ 12,00 |
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| Prezzo IBS |
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€ 12,00 |
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| Editore |
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Feltrinelli |
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| Collana |
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I narratori |
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| EAN |
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9788807017353 |
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Domenico Starnone
Prima esecuzione "Cadere era una cosa temuta e perciò non sperimentata da tanto tempo. Quando mi era successo l'ultima volta? Ero caduto altrettanto rovinosamente? La prudenza, la cautela che avevo imparato dopo i cinquant'anni mi avevano fatto dimenticare che, seppure ci si sbuccia, ci si sloga, ci si rompe, poi le ossa tornano a saldarsi, un ematoma si riassorbe, l'escara cade, ci si risana. Mi scoprii impaurito come un uomo che dopo una giornata di fatiche non prende sonno perché ha perso la fiducia di svegliarsi al mattino."
Che Domenico Starnone, innanzitutto un professore, ci racconti una storia come questa non stupisce. Un professore oltre a insegnare nozioni cerca di formare nei propri allievi una certa capacità di analisi e di critica attraverso lo strumento della storia, in prima istanza, ma anche quello della parola. E uno scrittore che è stato a lungo professore non può che cercare di analizzare la realtà e la storia attraverso la parola per fornirne una versione personale ai propri lettori. Così procede Domenico Starnone in questo romanzo, uno dei pochi (incredibilmente) che rielabora e converte in racconto vicende legate al terrorismo. E lo fa incapsulandole nella contemporaneità
.
Protagonista del romanzo e voce narrante è un professore in pensione che, avendo svolto apparentemente bene il suo lavoro, ha mantenuto i rapporti con molti dei suoi ex allievi tra i quali figura una studentessa, Nina, arrestata per "partecipazione a banda armata". Il professore e la ragazza sono personaggi, lo capiamo quasi subito, che possono muoversi solo all'interno della struttura di un racconto deciso mano mano dal suo autore. E l'autore, che ripercorre alcuni momenti fondamentali del suo passato che ne hanno plasmato l'etica e la visione politica, si domanda continuamente come sviluppare l'interazione di questi personaggi e come tracciarne la personalità. Così l'io narrante passa da quello del professore a Starnone, alternativamente in modo concatenato e consecutivo, metaletterario. Nina chiede al professore un favore che lo renderà complice e al centro di una serie di altri eventi che si succedono e che noi seguiamo passo passo mentre nascono nell'immaginazione dell'autore, in una storia in cui giocheranno un ruolo importante anche un ex-alliveo del professore (ora poliziotto) e un amico "ripescato" dagli anni Settanta. Un romanzo autobiografico senza esserlo, dunque, come lo stesso Starnone afferma. Un romanzo che mette insieme elementi della sua esistenza - con vere parentesi aperte sulla vita reale che si inseriscono senza preavviso nel racconto, esempio lampante i contatti con la casa editrice Fandango Libri per l'inserimento delle prime pagine del nuovo libro dello scrittore nell'edizione italiana di New Beginnings (Inizi) - e ricordi collettivi, raccontanti con parole attentamente "pesate". È curioso: non si "pesano" molto le parole adesso, ma si lasciano andare rendendole spesso troppo leggere. La parola ha più significati e più stratificazioni che devono essere erose dallo scrittore. Solo chi sa farlo bene resta nel tempo e costruisce romanzi con un peso specifico che non li fa trascinar via dalla corrente. Molte volte gli autori lamentano una effimera attenzione da parte dei lettori, che svanisce presto senza lasciar tracce. Dovrebbero forse cercare nelle loro parole, oltre che nelle storie - come sa fare molto bene Starnone -, la risposta a questo problema.
1. Quando seppi che Nina era stata arrestata, telefonai ai suoi genitori. Mi rispose la madre, si mise a piangere. Cercai le parole giuste per consolarla, dissi che il clima politico era brutto, me la presi con la tendenza a criminalizzare chiunque si battesse per i diritti dei più deboli. Riattaccai solo quando mi sembrò tranquilla. Passò un po' di tempo, mi riferirono che la ragazza era tornata a casa. Sentii l'obbligo di telefonare ancora, chiesi notizie a un uomo dalla voce giovane, forse un fratello, che mi ringraziò per l'interessamento ma disse che Nina non voleva parlare con nessuno. Provai un certo sollievo. Ero invecchiato facendo non quello che mi andava di fare ma quello che mi sembrava coerente col sentimento che avevo di me. Lo pregai di dire a Nina che il suo ex insegnante di lettere le era molto vicino. Dopo un paio di settimane mi telefonò il padre e solo a sentirne la voce mi ricordai la volta che con timida fermezza mi aveva rimproverato l'influenza che esercitavo sulla figlia. La telefonata fu breve, senza convenevoli, poche secche informazioni: Nina stava bene, era tornata a vivere nel suo appartamento di Talenti, le avrebbe fatto piacere incontrarmi. Risposi che faceva piacere anche a me e fissai un appuntamento per il giorno dopo, alle dieci del mattino. Mi svegliai presto. Alle sette e trenta in punto avevo già fatto colazione, avevo già letto il giornale e stavo mettendo in ordine la cucina ascoltando la radio. Pensai a Nina. Una volta, in classe, mi ero accorto che non solo era distratta, ma esibiva la sua scelta di non ascoltarmi come se la recitasse in un teatro. Allora le dissi qualcosa, un rimprovero calmo. Lei fece gli occhi ironici e mi rispose con un finto abbaiare appena soffiato oltre le labbra: buh. Reagii con toni di minaccia fredda ma non si spaventò. Anzi mentre le parlavo non tolse mai gli occhi dai miei e seguitò ad abbaiarmi contro, buh buh buh, coprendo senza emozione ogni mia parola. Smise quando mi arresi. Aveva lo sguardo di chi cede solo se l'uccidi. Impossibile ricostruire quale fosse l'oggetto della lezione. A volte, nel corso della mia carriera di insegnante, e sempre più frequentemente nell'ultimo decennio prima della pensione, avevo avuto il dubbio di dire cose che non ero stato mai capace di pensare fino in fondo. Forse Nina l'aveva percepito e me l'aveva rinfacciato a quel suo modo impietoso. Certo da quel momento era diventata la mia alunna preferita. Spensi la radio e sedetti al tavolo di cucina nel silenzio dell'appartamento. Chissà se ero stato troppo benevolo con lei e con tutti quelli come lei. Mia moglie mi aveva detto spesso, fino a pochi giorni prima di morire, che la benevolenza un po' saccente era un mio tratto che la esasperava. Anche le nostre figlie la pensavano così, erano indispettite dai toni affettuosi con cui avevo sempre accolto e discusso i loro colpi di testa. Io stesso, del resto, provavo un vago fastidio per le parole di onniscienza cordiale che usavo con i miei studenti, con i familiari, con tutti. Mi sembrava che le risposte che tenevo sempre pronte, che ora invecchiando ripetevo senza più varianti, fossero servite soprattutto a proteggermi da domande che mi avrebbero disorientato. Andai all’appuntamento di malumore. © 2007, Giangiacomo Feltrinelli editore Domenico Starnone - Prima esecuzione 142 pag., 9,60 € - Edizioni Feltrinelli 2007 (I narratori) ISBN 978-88-07-01735-3
| 23 novembre 2007 | | Di Giulia Mozzato |
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