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Recensione

Non avevo capito niente copertina
Diego De Silva

Non avevo capito niente


"E insomma, ecco com'è iniziato. Non è mica raccontare, questo. Un racconto deve avere un capo, una coda e soprattutto un bel po' di carne in mezzo; se no, - inevitabile, - la gente si scoccia.
Perché mai - dice la gente che si scoccia - dovrei prendermi il disturbo di capirti? Non voglio mica lavorare al posto tuo. Portami da qualche parte, piuttosto."


È uno scrittore molto onesto Diego De Silva, ci avvisa subito che troveremo un romanzo non lineare, non consecutivo, ma sbandante e pieno di digressioni. Ci dice sin dalle prime pagine che lui ama scrivere così, "il fatto è che io sono un narratore incoerente" ammette, "mi interessano troppo le chiacchiere incidentali che ti portano da un'altra parte". 
E così, furbescamente, ci incuriosisce oltre che rabbonirci e renderci complici, quasi chiedendoci una partecipazione emotiva, quasi confessando solamente a noi un segreto.
E questo si ripete per tutto il romanzo, sia che parli d'amore che di lavoro, di passione o di delinquenza.


Il protagonista (chissà fino a che punto immagine riflessa dell'autore? ma poi, importa così tanto saperlo?) si chiama Vincenzo Malinconico ed è un "avvocaticchio" che si arrabatta con la quotidianità di una professione che langue, di un matrimonio che è più un divorzio, di un ruolo genitoriale svolto con grande difficoltà. Insomma, i normali problemi di un uomo qualunque. 
Ma come un fulmine (anzi due) in questo cielo a dire il vero poco sereno arrivano una donna bellissima, la collega Alessandra Persiano ammirata e desiderata da tutti gli uomini del tribunale, che si innamora di lui, e una nomina d'ufficio che lo trasforma in un avvocato "importante", alle prese con un processo di camorra come difensore di Fantasia Domenico, in arte Mimmo 'o Burzone, smembratore e seppellitore di cavaderi conto terzi.


Due eventi che mettono in difficoltà, spiazzano il nostro Malinconico (di nome ma non tanto di fatto perché Vincenzo è dotato di forte ironia e di scatti d'orgoglio inaspettati), ma al tempo stesso gli fanno capire molto di più di se stesso e di ciò che davvero vuole dalla vita. Soprattutto gli aprono gli occhi su una realtà inconfutabile che ammette in prima persona: "non avevo capito niente".
In mezzo "un bel po' di carne", per la gioia e il divertimento del lettore.


Le prime pagine

ALTRUISMO FUORI LUOGO

Perché si va a passeggio alla fine di un amore:
a) Perché non si riesce a stare fermi.
b) Per fare capa e muro con la realtà senza stare a perdere tempo.
e) Per andare a comprare una camicia, un accendigas, o qualsiasi altro oggetto che al momento non serva.
d) Perché con le lenti nuove è meglio abituarsi a vedere subito.
e) Per innamorarsi.
f) Per commiserarsi.
g) Perché, visto che soffrire devi soffrire, almeno non ti fai venire a prendere a casa (a me, lo sconforto mi ha trovato in un centro commerciale, mentre guardavo il prezzo di un televisore a cristalli liquidi).

Io non lo so perché succede. Però succede. Provate a farvi lasciare dalla persona che amate, e ditemi se non vi viene voglia di fare un po' di turismo nella vostra città, diciamo per una mezz'oretta. È lo shopping della disperazione, che spinge a investire su mercati inesistenti. Perché è chiaro che quando non hai alternative cominci a travisare la realtà disponibile.
E comunque c'è un'altra cosa che volevo dire a questo proposito. Quando una donna ti lascia, ti può capitare di metterla sull'evoluto. Abdicare all'intelligenza e stare a sentire fino in fondo quei discorsi a strofe tipo Sono quasi certa / che questo è un passo falso / e me ne pentirò / anzi sono già pentita / ma adesso è troppo tardi / per tornare indietro, come se ti avessero messo qualcosa nel caffè. Come se le difese immunitarie avessero deciso di sottoscrivere un Cid, invece di fare il loro lavoro. E tu puoi ritrovarti a reagire come un cretino in uno dei momenti più critici della tua vita. Addirittura a collaborare perché lo sfratto si svolga nel modo più indolore possibile per la donna che ti lascia. E a farla parlare liberamente, invece di chiederle dove sta scritto che è troppo tardi, visto che a te, che pure c'eri, non t'era mica sembrato che il tempo andasse così veloce. Invece di dirle che non è mai troppo tardi per tutti e due, è sempre uno che decide che ore sono.
Puoi rinunciare a farglielo, questo discorso (che è un discorso, al contrario del suo, e normalmente starebbe già sconfinando in una di quelle liti che tanto ti appassionano: ah, il bel prurito della zuffa, le parole che evadono di bocca senza piano di fuga!), e in un attimo, con la potenza di un'epifania, diventare il tuo opposto, un virtuoso delle variabili, un curatore di fallimenti sentimentali, come se valutassi la condizione di un terzo, e nella vita non avessi fatto altro che erogare consulenze bipartisan sulle separazioni e i loro traumi conseguenti, e la valanga che fra un po' ti travolgerà (trasloco, affido dei figli, assegno di mantenimento, insonnia, attacchi di pavor quando finalmente ti addormenti, malinconia cronica, calo professionale, imbarazzo generico di stare al mondo, senso di colpa sociale, aumento della calvizie, ingrassamento da alimentazione inadeguata e assunzione di farmaci fino a quel momento ignorati) fosse un costo secondario rispetto all'esigenza squisitamente filo-sofica di certificare lo stato attuale delle cose.

© 2007, Giulio Einaudi Editore

Diego De Silva – Non avevo capito niente
309 pag., 16,00 € - Edizioni Einaudi 2007 (I coralli)
ISBN 978-88-06-18906-8


L'autore



05 novembre 2007 Di Giulia Mozzato

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