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HOME | mercoledì 23 maggio 2012 |
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| Titolo |
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L'illusione del bene |
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| Autore |
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Comencini Cristina |
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| Dati |
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209 p., brossura |
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| Prezzo |
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€ 14,00 |
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| Prezzo IBS |
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€ 11,20 |
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| Editore |
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Feltrinelli |
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| Collana |
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I narratori |
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| EAN |
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9788807017308 |
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L'illusione del bene di Cristina Comencini“No, non sono fascista, non parlo in televisione, non mi sono arricchito. Mi considero di sinistra, ma disprezzo le persone che mentono per tranquillità personale, che passano sopra i morti per non riconoscere le proprie colpe.”
Quando eravamo giovani. Il mondo appariva diverso quando eravamo giovani, noi della generazione nata durante la guerra o subito dopo, come Mario, il protagonista dell’ultimo romanzo di Cristina Comencini, L’illusione del bene. Eravamo convinti che, in qualche maniera, noi avremmo potuto agire sul mondo, facendolo diventare diverso. L’uso del tempo era diverso, quando eravamo giovani. Le ore della sera diventavano notte con le parole che rimbalzavano nell’aria in discussioni animate e senza fine, tutte illuminate dall’illusione del bene, proprio come nel titolo del romanzo. Basta con tutti i fascismi, basta con le disuguaglianze, era il momento di quella splendida utopia del comunismo che sarebbe poi diventata una delusione raggelante.
Il romanzo della Comencini ci restituisce tutte queste idee, queste sensazioni, quell’entusiasmo, seguiti dal disincanto, con una storia che inizia in Italia, si svolge tra Roma e Firenze, e poi continua a Budapest e ad Alma Ata nel lontano Kazakistan, frugando negli archivi dei samizdat, inserendosi in ospedali di triste fama. E la voce narrante è quella di un uomo di cinquantotto anni, Mario, il personaggio maschile più affascinante che ci riesca di ricordare - forse proprio perché nato dalla penna di una donna scrittrice che gli dona una serie di qualità rare: empatia, sensibilità, generosità, capacità di parlare con i bambini calandosi al loro livello, di pensare al bene degli altri prima che al suo. È vero che ci sono delle cose che Mario non sa spiegarsi, sia nella vita privata - perché ha lasciato Patrizia, pur amandola ancora? - sia in politica: perché è successo quello che è successo, perché è fallita l’illusione del bene, perché nessuno vuole parlare dell’inganno del comunismo? Eppure ci piace, di Mario, il suo porsi domande, il suo addossarsi responsabilità, il suo sguardo lucido su se stesso e sugli altri. Soprattutto ci piacciono la sua coerenza e il suo stile di vita - relegato dalla televisione alla radio quando il governo diventa di destra, si domanda se sia opportuno fare un servizio sull’ex URSS e se non ci sia il rischio che venga manipolato e usato in senso univoco, si rifiuta di cedere all’imperante consumismo e continua a regalare libri al figlio Roberto. Ben poca cosa a confronto dell’automobile che vorrebbe comprargli il nuovo marito di Patrizia.
C’è anche la storia di un incontro casuale che diventa amore a servire da traccia per una ricerca in Russia - la vicenda di un singolo che sta per mille altre vicende simili. Mario conosce Sonja, giovane pianista arrivata da San Pietroburgo a Prato con la nonna e la piccola Anja, inseguendo l’uomo che è il padre della sua bambina. Sono una generazione di donne che, una dopo l’altra, hanno cresciuto i figli da sole; della madre Irina Sonja sa soltanto che era bravissima negli studi, che l’avevano portata via, che era morta in un ospedale. A questo punto per Mario diventa importante saperne di più, quasi che il segreto di Irina racchiuda il segreto di tutti i dissidenti, la tragedia di Irina simbolo del dramma dell’ “illusione del bene”. E il viaggio, dapprima in quella Budapest che in un tempo lontano aveva avuto l’ardire di sfidare Mosca e poi ad Alma Ata, distante quasi come la tremenda Siberia, diventa anche un percorso di triste chiarificazione, l’unico che permetta il distacco da vecchi miti.
1.
Prima dell’incontro con Sonja mi svegliavo ogni mattina con la sensazione di essere un uomo in lutto. Non di una persona amata ma di un’idea del mondo, di un sogno. Mi chiedevo con rabbia come mai nessuno si interrogasse sulle ragioni della sua morte. Mi pareva anzi che la maggior parte della gente che conoscevo cercasse di non accorgersene. Vivevano senza passione la loro vita amputata dal sogno o fingevano che non fosse mai svanito. Io invece mi chiedevo incessantemente com’era avvenuto che ci fosse sembrato possibile, reale, realizzabile. Mi sentivo alternativamente in colpa per essermi risvegliato così tardi e colpito da improvvise nostalgie del passato, di posti che lo richiamavano, volti, giovinezze, speranze. Ero solo, inconcludente e rabbioso. L’unica cosa che mi appassionava era pensarcie parlarne. Nelle serate fra amici cercavo senza successo di avviare il discorso. “Ho una donna di servizio rumena, viene da me tre giorni la settimana. Ha letto i romanzi dell’Ottocento francese, li ha studiati a scuola, a Bucarest, prima di andare a lavorare in fabbrica: Zola, Victor Hugo, i grandi scrittori delle ingiustizie sociali, e i romanzi russi. Si chiama Eugenia, come Eugénie Grandet. Non è capace di contraddirmi. Ho provato a farle capire come potrebbe svolgersi tra noi una discussione: ‘Io ti dico una cosa, tu ne dici un’altra e ognuno sostiene la propria idea’. Fa cenno di sì, ma poi se le chiedo cosa pensa di una certa questione tace, mi guarda, mi scruta a lungo, e invece di rispondermi mi chiede a sua volta: ‘Che pensi tu?’. Intendiamoci, discutiamo di gerani da piantare sulla terrazza, di cibi, della spesa da fare – questi sono i nostri argomenti –, eppure non si fida. O semplicemente ha paura di contraddirmi.” Un’amica seduta di fronte mi guarda severa. “Gente che ha letto Zola costretta a piantare i nostri gerani!” Mi sento subito in colpa, così invece di attaccare mi difendo. “A Bucarest non riuscivano a vivere: da qui mantiene la famiglia, compreso il marito. E poi d’altronde è stato il comunismo a ridurre così il suo paese...” Il marito della mia amica, urtato, si alza a prendere da bere dopo avermi lanciato un: “Cosa c’entra? Lo sai che sei fissato? Passi dai gerani al comunismo! E tu le hai chiesto qualcosa del suo paese?”. Rispondo alla sua schiena che si allontana. “Certo. I primi tempi ci ho provato: le ho chiesto di Ceausescu, della sua fine, cos’è successo in quei giorni, se erano stati contenti, se erano scesi in piazza... Mi ha guardato in silenzio, un silenzio più lungo di quello dei gerani, e poi mi ha ripetuto: ‘Che pensi tu?’. È una donna sottile, intelligente, sensibile, ma non può esporsi né contraddirmi.” Anche la mia amica si alza a prendere da bere. “Sei il padrone, non le conviene.” L’ultimo rimasto nell’angolo con me si allontana cambiando definitivamente discorso. “Qualcuno prima o poi dovrà pur farla, una buona legge sull’immigrazione.” Resto solo. Penso ai miei compagni di un tempo, alle discussioni senza fine. All’intimità delle sere, all’energia dei nostri anni. Dove sono finiti gli altri? Perché abbiamo smesso di interrogarci? Perché sono solo in quell’angolo di salotto?
© 2007 Giangiacomo Feltrinelli Editore
Cristina Comencini - L'illusione del bene 209 pag., 14,00 € - Edizioni Feltrinelli 2007 (I narratori) ISBN 978-88-07-01730-8
| 29 ottobre 2007 | | Di Marilia Piccone |
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