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HOME | mercoledì 23 maggio 2012 |
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| Titolo |
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Quella sera dorata |
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| Autore |
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Cameron Peter |
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| Dati |
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318 p., brossura, 7 ed. |
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| Prezzo |
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€ 19,00 |
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| Prezzo IBS |
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€ 15,20 |
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| Editore |
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Adelphi |
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| Collana |
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Fabula |
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| EAN |
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9788845920554 |
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Peter Cameron
Quella sera dorata “Perché vuole scrivere la biografia di Jules?” lo imbeccò Arden “Bene” disse Omar “penso che La gondola sia un importante documento storico e artistico. E che la vita di Gund sia stata interessante…sotto molti aspetti, e paradigmatica del suo secolo.” “In che senso?” domandò Adam. “La sua vita congiunge mondi, culture e religioni. Vi si riflettono tutti I grandi conflitti del secolo.”
Una lettera che cambierà la vita, e non solo quella della persona che l’ha scritta, ma anche di coloro a cui è indirizzata: è con questa lettera, datata 13 settembre 1995 e firmata Omar Razaghi, che si apre il romanzo Quella sera dorata dello scrittore americano Peter Cameron, un libro che si legge di un fiato, catturati dal dialogo brillante che rimbalza da un personaggio all’altro, passando dal tono graffiante di battute memorabili alla Oscar Wilde ad uno più sommesso, o più amaro, o sconsolato. Di riflessione, di ricordi, di speranze o di dubbi sulla vita, sulle scelte opportune. In un certo senso Quella sera dorata è una commedia o un piccolo dramma - non proprio a porte chiuse perché è ambientata in una casa straordinaria in Uruguay, circondata da spazi aperti - con un numero limitato di personaggi in scena. È un luogo-non luogo, Ochos Ríos in Uruguay, e già il nome che indica otto fiumi inesistenti è un’anticipazione di un paesaggio esotico nella sua lontananza, difficile da raggiungere, nel mezzo del nulla. Omar Razaghi è un giovane dottorando che intende scrivere una biografia dello scrittore Jules Gund e indirizza la lettera al fratello di questi, Adam Gund, alla moglie Caroline e all’amante Arden per averne l’autorizzazione. E, siccome la risposta è negativa, Omar parte dal Kansas per l’Uruguay per fare pressione sugli interessati. In realtà non accade quasi niente nel romanzo di Cameron, eccezion fatta per un piccolo incidente - una puntura d’ape - che causerà una svolta nella storia, e tutta l’attrattiva si basa sul gioco dei caratteri e sugli scambi verbali che non dicono tutto ma molto lasciano intendere. È interessante osservare che Jules Gund - il protagonista intorno a cui ruota tutta la vicenda - rimane completamente nell’ombra: di lui sappiamo solo che è figlio di ricchi ebrei che sono fuggiti dalla Germania di Hitler (è forse questo elemento - la fuga, lo sradicamento - che Jules Gund ha in comune con Omar, figlio di iraniani emigrati in Canada?), che ha scritto un solo romanzo e ha cercato invano per vent’anni di scriverne un altro finché si è suicidato. Nella casa di Ochos Ríos vivono insieme, quasi ignorandosi, la moglie di Jules, pittrice fallita, l’amante, la bella Arden, e la bambina di otto anni che Arden ha avuto da Jules Gund. E, in un mulino riadattato nelle vicinanze, il fratello Adam (sono sue alcune delle più lapidarie e divertenti battute del romanzo) e il suo compagno, un giovane tailandese. Non ci sono mai visitatori, a Ochos Ríos, e l’arrivo di Omar è un evento che stuzzica, incuriosisce, fa sorgere rivalità, induce Arden a cambiare idea sull’autorizzazione, fa tentennare l’inasprita Caroline. Perché Omar risveglia negli altri un sentimento di protezione, è pieno di insicurezze, timoroso di non rispettare il diritto di riservatezza altrui, di far riemergere sofferenze. Tutto sommato è lì perché è stato letteralmente spinto a “fare” qualcosa dalla sua ragazza, la brusca Deirdre che è l’esatto opposto di Omar e della dolce Arden di cui inevitabilmente Omar si innamora. Uno shock anafilattico per una puntura d’ape, un soggiorno forzato, un cambiamento di equilibri, decisioni prese d’impulso (e sono quasi sempre quelle giuste): non sapremo mai nient’altro su Jules Gund, mentre in alcuni flash sul futuro vedremo come è cambiata la vita degli altri personaggi.
Titolo originale: The City of Your Final Destination Traduzione di Alberto Rossatti
Le prime pagine
1
13 settembre 1995
Gentili signori Caroline Gund Arden Langdon Adam Gund Ochos Ríos (Tranqueras) Uruguay
Signori, mi rivolgo a voi, quali esecutori testamentari della proprietà letteraria di Jules Gund, per chiedervi l'autorizzazione a scrivere una sua biografia. Sono un dottorando dell'Università del Kansas. Sulla base della mia tesi di laurea, intitolata « Ve lo ricordate? Be', scordatecene: aspetti della dislocazione culturale e dello smembramento linguistico nell'opera di Jules Gund», mi è stata assegnata la borsa di studio Dolores Faye e Bertram Siebert Petrie per gli Studi biografici. L'assegno di ricerca, che comprende anche i fondi per la pubblicazione della biografia di Gund da parte della University of Kansas Press, è vincolato al consenso da parte degli eredi. Spero vogliate convenire che una biografia di Jules Gund, frutto di un accurato lavoro di approfondimento, è in perfetta sintonia con l'interesse del suo patrimonio letterario. Sono certo che il mio progetto, unitamente alla fioritura di studi sull'olocausto e sulla letteratura latinoamerìcana, attirerebbe l'attenzione sull'opera attualmente trascurata di Jules Gund, rafforzandone la fama - il che si tradurrebbe immancabilmente in un incremento delle vendite del suo libro. Affinché possiate valutare appieno la mia richiesta, allego un capitolo della tesi e il sommario. (Naturalmente sarei lietissimo di inviarvi il testo integrale, nel caso desideraste esaminarlo). Allego anche il mio curriculum e la lettera di approvazione del progetto da parte della University of Kansas Press. Spero che, una volta esaminato il materiale, vorrete riconoscere che sono il candidato ideale per scrivere l'esauriente e appassionata biografia che Gund indubbiamente merita. Affinché la Commissione borse di studio possa predisporre un primo stanziamento di fondi per la fine dell'anno, dovrò presentare la vostra autorizzazione entro il primo novembre p.v.; confido quindi in una vostra sollecita risposta. Mi sono preso la libertà di accludere un apposito modulo, nel caso foste disposti a concedermela unitamente alla risposta medesima. Resto a vostra disposizione per ogni ulteriore chiarimento. Sarò reperibile telefonicamente, con tariffa a mio carico, al numero sopraindicato. Grazie per l'attenzione che vorrete dedicare alla mia richiesta. In attesa di un vostro cortese riscontro, distintamente saluto,
Omar Razaghi
2
In piedi davanti allo specchio, Adam stava cercando di annodarsi il farfallino. Era in difficoltà. Un po' perché gli tremavano le mani, un po' perché pareva aver dimenticato come si fa. Si ostinava, anche se non gli veniva bene. Ogni volta lisciava i lembi e ricominciava daccapo. Non c'era esasperazione nei suoi gesti: come fosse convinto che a un certo punto il nodo potesse farsi da solo. Appoggiato al corrimano del secondo piano, Pete stette a guardarlo impassibile per qualche minuto e poi cominciò a scendere le scale. Adam smise di battagliare, ma senza alzare lo sguardo. Pete comparve alle sue spalle, e si avvicinò sin quasi a toccarlo. Mentre i loro visi fissavano lo specchio, Pete prese il nastro non più ribelle e fece un nodo perfetto. Perfetto, ma lo aggiustò un pochino, e poi lo aggiustò di nuovo (per ripristinarne la perfezione), e infine gli diede un colpetto e disse: «Ecco». «Grazie» disse Adam. Gli prese la mano e la premette contro il nodo. «Dove sarei senza di te?». «Qui, probabilmente» disse Pete. «Sì, ma senza cravatta. O comunque senza nodo». «Staresti molto più comodo. Non capisco perché tu te la metta». «Mi hanno insegnato che bisogna sempre mettere la cravatta nelle occasioni mondane». «Una cena da Arden e Caroline sarebbe una cosa mondana?». «Non ne abbiamo praticamente altre. Almeno io. Tu forse ne hai qualcuna di cui non so. Vero?». «No» disse Pete. Tutti e due parlavano alle loro immagini riflesse. Pete poggiò il mento sulla spalla di Adam. Adam gli carezzò i capelli neri. Aveva bellissimi capelli lunghi, Pete. Si guardarono nello specchio: un vecchio di stirpe europea, un giovane di discendenza asiatica. Poi Pete alzò la testa e si allontanò di qualche passo: il suo viso scomparve dal piccolo mondo dello specchio. «Andiamo? » chiese Adam. «Sì» disse Pete. «A piedi o in macchina?». «È una serata bellissima. Andiamo pure a piedi». «E dopo, ti andrà di tornare a piedi? ». «Non lo so». «Se vuoi tornare in macchina, conviene prenderla subito». «Perché?». «Così ce l'abbiamo». «Be', puoi sempre venire a prenderla». «Sì, ma è più semplice farlo adesso». «Non ti seguo» disse Adam. «Se torniamo a piedi, non c'è problema. E se poi ci serve la macchina, verrai a prenderla. Così torni a piedi comunque, no?». «Non se andiamo in macchina». «Ma io voglio andare a piedi. Sono sicuro». «Sicuro? Come va la gamba?». «Come al solito». «Dovresti farti vedere dal medico». «È uno scalzacani e io non ho niente ». «Ti tremano le mani e ti fanno male le gambe». «E sono vecchio. Tutto regolare». «Quindi andiamo in macchina». «No. Sono vecchio, ma sono in grado di andare a piedi fino alla villa e forse anche di tornare; dipenderà dall'ora e da quanto avrò mangiato e bevuto, e dal mio umore. Vedremo». Tornò a guardarsi allo specchio. «Grazie per il farfallino, mi sta benissimo, trovo. Mi è sempre piaciuto, l'ho preso a Venezia nel '55. È importante comprarsi delle cose belle quando si è felici. Guardo questo farfallino» - Adam sfiorò il nodo - «e ricordo com'ero felice allora». «Perché eri felice?». «Non me lo ricordo. Chi lo sa? Basta il ricordo, della felicità. Ero felice, è chiaro, altrimenti non mi sarei mai comprato un farfallino così bello». «Non lo è più» disse Pete. «È macchiato». «Davvero?». Adam si protese verso lo specchio. «A me sembra perfetto. Sono proprio contento che mi stia calando la vista, mi sembra sempre tutto perfetto. È la dimostrazione evidente che c'è un Dio». «Cosa?». «II fatto che ci si appanni la vista man mano che invecchiamo. Altrimenti sarebbe insopportabile, soprattutto per chi è stato bello da giovane». «Tu eri bello da giovane? ». «Be', non è che quando ci siamo conosciuti fossi proprio decrepito. Avevo ancora qualcosa della mia avvenenza. Per forza, altrimenti come avrei fatto a piacerti?». Adam si voltò a guardare Pete, che aveva aperto la porta senza rispondere. La luce della sera gli cadeva sul bel viso mentre guardava l'acciottolato davanti al mulino dove abitavano. Un gatto aspettava ai piedi delle scale. «Chuco vuole la cena» disse Adam. «Chuco può aspettare. Se vogliamo andare a piedi, bisogna muoversi, o faremo tardi» disse Pete. Adam capì che Pete era arrabbiato. Negli ultimi tempi sembrava sempre arrabbiato, ma era come un rancore strano, privato, sotterraneo. Doveva essere arrabbiato davvero per non dare da mangiare a Chuco, che adorava. Vuole punire me, pensò Adam. «Prendiamo la macchina adesso» disse Adam. «Forse sono troppo stanco per andare a piedi». «No» disse Pete prendendo il gatto in braccio. «Prima fammi dare da mangiare a questo porcellino».
© 2006, Adelphi Edizioni
Cameron Peter - Quella sera dorata 318 pag., 19,00 € - Edizioni Adelphi 2006 (Fabula) ISBN 9788845920554
| 21 giugno 2006 | | Di Marilia Piccone |
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