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HOME | mercoledì 23 maggio 2012 |
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| Titolo |
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Il presidente |
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| Autore |
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Simenon Georges |
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| Dati |
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155 p., brossura |
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| Prezzo |
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€ 16,00 |
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| Prezzo IBS |
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€ 12,80 |
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| Editore |
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Adelphi |
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| Collana |
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Biblioteca Adelphi |
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| EAN |
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9788845921629 |
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Georges Simenon
Il Presidente “Senza quel foglio, ormai ingiallito, non ci sarebbe stato niente contro di lui, se non la parola di un vecchio che molti dicevano deluso, amareggiato, incapace di perdonare al mondo la sua mancata elezione a presidente della Repubblica.”
La scelta di Adelphi di tradurre e pubblicare l’immensa mole delle opere di Georges Simenon, rappresenta un dono per i tanti lettori che nutrono un vero culto per il prolifico scrittore nato in Belgio ma, nell'immaginario collettivo, francese a tutti gli effetti. Quest’ultimo romanzo, Il Presidente, rientra in quella serie di opere che hanno per protagonista personaggi tutt’altro che simpatici, con cui è impossibile un’identificazione, che hanno tali caratteristiche di negatività da vederle più adatte a rappresentare l’antagonista all’interno di una narrazione, piuttosto che “l’eroe positivo”. Eppure è proprio attraverso questo tipo di individui che Simenon meglio esprime la sua dolorosa visione della vita, di un mondo in cui nessuno si salva, che vede gli uomini muoversi su di una scala morale sempre diretta verso il basso.
Protagonista di questo romanzo è Émile Beaufort, un vecchio, astioso e irritabile, ancora dominato da orgoglio e arroganza, incapace di dialogare con tutti coloro che lo circondano e che lo curano. Alle sue spalle un passato glorioso: è stato più volte Presidente del Consiglio, considerato un vero salvatore della Patria, politicamente abilissimo, ma alla fine non ha saputo conquistare la poltrona più ambita, quella di Presidente della Repubblica. Il suo ritirarsi nella casa di campagna, un vero autoesilio, non aveva suscitato nell’opinione pubblica, e negli ex colleghi, nessuna forma di solidarietà, non erano mai stati i legami affettivi a caratterizzare la sua vita e ora, vecchio e malato, sembrava dimenticato da tutti. Non proprio da tutti invece, dato che la notizia che circolava che lo vedeva intento a scrivere un’autobiografica sincera, ben diversa da quelle ufficiali che circolavano da tempo, aveva creato timori se non addirittura panico in alcune persone. Proprio alcuni documenti compromettenti, nascosti da lui accuratamente, erano motivo di ricerche affannose da parte di qualcuno, lui se ne era accorto da tempo e, con un certo sadismo, il Presidente controllava, di tanto in tanto, se quei fogli erano sempre al loro posto, sicuro di avere in mano un’arma potente che lo avrebbe reso, sempre e comunque, importante. La crisi politica, molto grave, che in quel momento la Francia stava attraversando, poteva forse risolversi con l’incarico dato a Philippe Chalamont di formare un nuovo governo. Chalamont era stato per tanti anni segretario particolare del vecchio Presidente, era l’unica persona di cui lui si fidasse ciecamente, fino a che, messo al corrente di un'importante e segretissima mossa finanziaria, Chalamont l’aveva rivelata agli operatori finanziari. Un tradimento imperdonabile, documentato da una lettera che il traditore era stato costretto a scrivere e a firmare e che ora, custodita tra le carte segrete del Presidente, avrebbe potuto bloccargli completamente la carriera. Quest’ultimo potere, la certezza che prima di sciogliere la riserva, Chalamont giungesse da lui a chiedere umilmente perdono e l’assicurazione che quella confessione non venisse pubblicata, sono le uniche ragioni che tengono ancora in vita quel vecchio solo. Non sarà così, gli ultimi capitoli testimoniano la resa definitiva di un uomo tenuto in vita solo dal rancore e dalla rabbia, ma in cui il senso dello Stato è comunque dominante.
Un romanzo in cui non c’è pietà per nessuno, oppure per tutti, perché è questa l’umanità infelice e malata con cui si deve fare i conti, sono queste le persone che comandano e così come quelle che ubbidiscono: non c’è speranza né pace, non c’è bontà né amore, rimane solo avidità, sete di potere, interesse personale, egoismo, bisogno di liberarsi da tutto ciò che ostacola il cammino di ciascuno verso… il nulla.
Da questo romanzo nel 1961 Henry Verneuil aveva girato un film, a interpretare in modo indimenticabile il vecchio Presidente Émile Beaufort era stato uno straordinario Jean Gabin
.
Da oltre un'ora sedeva immobile, appoggiato allo schienale pressoché diritto della vecchia poltrona Luigi Filippo, di pelle nera ormai logora, che per quarant'anni lo aveva seguito da un ministero all'altro, tanto da diventare leggendaria. Quando rimaneva così, con le palpebre chiuse, limitandosi di tanto in tanto a sollevarne una per lasciar filtrare un rapido sguardo, si poteva pensare che dormisse. Invece, non solo non dormiva, ma conservava una precisa consapevolezza del suo aspetto esteriore: il busto un po' rigido nella giacca nera troppo ampia, simile a una redingote, il mento sostenuto dall'alto colletto inamidato che appariva in tutte le sue fotografie e che indossava come un'uniforme sin dal mattino. Con il passare degli anni la pelle gli era diventata più sottile, più liscia, cosparsa di macchie biancastre che ricordavano le venature del marmo, e ormai aderiva agli zigomi sporgenti e seguiva i contorni dello scheletro, affinandogli i lineamenti sino a renderli come depurati. Una volta, mentre era di passaggio in paese, aveva sentito un bambino dire ad alta voce a un coetaneo: «Ecco il Teschio! ».
Se ne stava immobile, a meno di un metro dal fuoco di ceppi che ogni tanto crepitava per via del vento, con le mani incrociate sul ventre, nella posizione in cui l'avrebbero composto per la veglia funebre. Chissà se avrebbero osato infilargli tra le dita un rosario, come avevano fatto con un suo collega, che era stato anche lui più volte presidente del Consiglio, nonché alto dignitario massonico.
 | Simenon disegna la casa del "Presidente", annotando a fianco alcune caratteristiche dei personaggi. Solo successivamente inizierà a scrivere il romanzo.
 | Gli accadeva ormai sempre più spesso di lasciarsi avviluppare dalla quiete, dal silenzio, a qualunque ora del giorno, ma soprattutto al crepuscolo, quando la signorina Milleran, la sua segretaria, sopraggiungeva senza far rumore, senza spostare l'aria, per accendere l'abat-jour col paralume di cartapecora sulla sua scrivania, per poi ritirarsi nella stanza accanto. Era come se volesse innalzare intorno a sé un muro, o meglio come se si rannicchiasse sotto una coperta per non sentire nulla al di fuori della sua personale esistenza. Se pure gli capitava di appisolarsi, ogni tanto, si rifiutava di ammetterlo, persuaso com'era che la sua mente rimanesse vigile; e a mo' di riprova, per se stesso e per i suoi collaboratori, aveva il vezzo di descrivere gli andirivieni di tutti.
Quel pomeriggio, per esempio, la signorina Milleran - cognome pressoché identico a quello di un suo ex collega, il quale, però, era poi diventato presidente della Repubblica, sia pure per un breve periodo -, la signorina Milleran, dunque, quel pomeriggio era entrata due volte in punta di piedi; e la seconda volta, dopo essersi assicurata che non era morto e che respirava a ritmo regolare, aveva sistemato un ciocco che minacciava di rotolare sul tappeto.
© 2007, Adelphi Il Presidente di Georges Simenon Titolo originale, Le Président - Traduzione di Luciana Cisbani Pag. 155, Euro 16 – Adelphi 2007 (Biblioteca Adelphi) ISBN 978-88-45-92162-9
| 12 settembre 2007 | | Di Grazia Casagrande |
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