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HOME | sabato 20 marzo 2010 |
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| Titolo |
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La bastarda di Istanbul |
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| Autore |
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Shafak Elif |
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| Dati |
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388 p., rilegato |
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| Prezzo |
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€ 9,50 |
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| Prezzo IBS |
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€ 9,50 |
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| Editore |
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Rizzoli |
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| Collana |
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Scala stranieri |
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| EAN |
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9788817017268 |
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Elif Shafak
La bastarda di Istanbul
"Le storie di famiglia possono intrecciarsi in modo tanto profondo che ciò che è accaduto generazioni prima può avere conseguenze su dettagli apparentemente irrilevanti nel presente. Il passato è tutto tranne che concluso. Se Levent Kazanci non fosse diventato un uomo così amaro e prepotente, suo figlio Mustafa sarebbe stato una persona diversa? E se generazioni prima, nel 1915, Shushan non fosse rimasta orfana, Asya, oggi, sarebbe lo stesso una bastarda?"
Già nel titolo, La bastarda di Istanbul, troviamo un accostamento di parole - un nome e una città - che, in qualche maniera, ci suonano dissonanti. Perché, pur consapevoli di una generalizzazione, associamo la città turca con la religione musulmana di cui conosciamo la severità nei confronti delle donne e intuiamo che un figlio bastardo deve portare sulle spalle un greve fardello. Ma anche che ci deve essere stata una buona dose di coraggio per una donna, per mettere al mondo una figlia bastarda. È come se il titolo fosse un’anticipazione di idee e modi di vita opposti, che si attraggono e si respingono. Il libro inizia con una figura femminile che corre, in minigonna e tacchi alti, sotto la pioggia. È bella, è giovane, è oggetto di attenzioni. Lei è spavalda e un poco ribelle - lo sarà in tutto il libro. Qui, nel primo capitolo, sta andando in una clinica ad abortire: non se ne farà niente, nascerà Asya, una delle due protagoniste principali del romanzo. L’altra protagonista è una bimba in Arizona, figlia di madre americana e padre armeno che si sono appena separati. La bimba si chiama Armanoush Tchakhmakhchian (un cognome volutamente quasi impronunciabile) e sua madre, per vendicarsi della famiglia invadente dell’ex marito, non trova niente di meglio da fare che sposare in seconde nozze un turco.
Questi gli antefatti di una storia che intreccerà le vite delle due ragazze, rivelando legami più vecchi ancora, perché gli armeni un tempo convivevano pacificamente con i turchi - fino alla prima guerra mondiale, fino alle persecuzioni, le deportazioni, il genocidio mai riconosciuto dalla Turchia, la diaspora. La vita è piena di strane coincidenze e uno scrittore può appropriarsene a piene mani: chi può dire che qualcosa è impossibile? E così, come in una rivisitazione del classico romanzo ottocentesco in chiave turca, il patrigno di Armanoush è lo zio di Asya, unico maschio con quattro sorelle della famiglia Kazanci; un gioiello che apparteneva alla bisnonna di Armanoush riappare nei cassetti di una zia di Asya, e la nonna di Armanoush è la bambina salvata per miracolo in una delle marce della morte, finita in un orfanotrofio, andata sposa ad un turco (non diciamo a chi) finché uno dei fratelli non l’aveva ritrovata e portata via con sé, in America. Non abbiamo svelato niente che il lettore non scopra quasi subito nelle pagine del romanzo, costruito su capitoli che alternano uno sguardo sull’interno della famiglia turca a Istanbul e uno sulla famiglia armena in America. E ci colpisce la somiglianza di vita e comportamenti, la condivisione di ricette e di alcune tradizioni, a sottolineare un passato comune. Le donne giocano il ruolo più importante in entrambe le famiglie, nonostante la palese venerazione per gli uomini di casa, ed Elif Shafak accentua la caratterizzazione di ogni figura attribuendo loro dei tratti che le differenziano e che vengono continuamente sottolineati e ripetuti, impedendoci di confonderle- come faceva Dickens nei suoi affollatissimi romanzi. Per le donne Kazanci, poi, la diversità assume anche un altro significato: una zia porta il velo, la madre di Asya sfoggia una massa di ricci ribelli, un’altra zia cambia di continuo acconciatura e colore dei capelli; una è insegnante, una predice il futuro, una fa tatuaggi…tutto è possibile a Istanbul, la religione non impone regole ferree. Quando Armanoush arriva a Istanbul in cerca delle sue radici e rivela di essere armena raccontando la sorte della sua famiglia in esilio forzato, la reazione che incontra, sia nella famiglia Kazanci sia tra gli intellettuali che le presenta Asya, è sconcertante - c’è chi non sa niente, chi nega, chi pensa che ormai sono avvenimenti del passato ed è inutile ritirarli fuori. Ed è qui che il romanzo di Elif Shafak, che in Turchia ha subito una condanna per questo libro, acquista peso e consistenza pur nel tono scanzonato e ricco di humour: il passato non è mai passato, ai morti si può dare pace solo quando si riconosce la violenza che è stata loro inflitta, le ingiustizie non possono essere risanate ma ci se ne deve assumere responsabilità.
La bastarda di Istanbul di Elif Shafak
Titolo originale, The Bastard of Istanbul - Traduzione di Laura Prandino
Pag. 385, Euro 18,50 - Rizzoli
ISBN 978-88-17-01726-8
Le prime pagine
Capitolo uno
Cannella
Non maledire ciò che viene dal ciclo. Inclusa la pioggia.
Non importa cosa ti precipiti addosso, non importa quanto violento il nubifragio o gelida la grandine; non rifiutare quello che il cielo ti manda.
Lo sanno tutti. Inclusa Zeliha.
Eppure, quel primo venerdì dì luglio, eccola affrettarsi sul marciapiede soffocato dal traffico, verso un appuntamento per il quale è già in ritardo, imprecando come uno scaricatore e sibilando una bestemmia dietro l'altra contro le pietre rotte del selciato, contro i tacchi alti, contro l'uomo che la segue, contro ogni singolo autista che pesta frenetico sul clacson quando è assodato che non serve a niente, contro Finterà dinastia ottomana che nella notte dei tempi ha conquistato Costantinopoli, e sì, contro la pioggia... quella stramaledetta pioggia estiva.
Qui da noi la pioggia è un tormento, E probabile che in altre parti del mondo venga accolta da uomini e cose come un dono: fa bene ai raccolti, fa bene agli animali e alle piante e, per aggiungere un tocco di romanticismo, fa bene agli innamorati. La pioggia, qui, non significa soltanto bagnarsi e sporcarsi. Vuoi dire rabbia. Fango, caos e rabbia, come se non ne avessimo in abbondanza di tutti e tre. È lotta, è sempre una lotta. Simili a dieci milioni di gattini scaraventati in un secchio d'acqua, ingaggiamo un'inutile guerra contro le gocce. Non si può dire che affrontiamo la battaglia da soli, perché al nostro fianco ci sono le strade, con quei loro nomi antidiluviani stampigliati sulle targhe di latta, le tombe dei santi sparpagliate ovunque, i mucchi di spazzatura in attesa le mostruose voragini dei cantieri in procinto di trasformarsi in palazzi moderni, e i gabbiani... Quando il cielo si spalanca e ci sputa in testa, tutti quanti perdiamo il controllo.
Eppure, mentre le ultime gocce si posano sul terreno e molte altre restano appollaiate sulle foglie ripulite dalla polvere, in quel momento indifeso in cui ancora non siamo sicuri che la pioggia sia finita davvero (e forse non lo sa neppure lei), tutto si rasserena. Per un lungo istante il cielo sembra scusarsi per il disastro in cui ci ha sprofondati. E allora noi, con le goccioline ancora fra i capelli, il fango sui Vestiti e il malumore negli occhi, restituiamo lo sguardo, f quel cielo, che ha assunto una sfumatura cerulea più chiara e trasparente che mai. Guardiamo in alto e non possiamo fare a meno di sorridergli in risposta. Lo perdoniamo, come sempre.
Ma in quel momento la pioggia stava ancora scrosciando, e nel cuore di Zeliha non c'era spazio per il perdono. Era senza ombrello; aveva giurato a se stessa che non sarebbe mai più stata così imbecille da regalare dei soldi a un ambulante per un ombrello che avrebbe perso non appena fosse tornato il sole. Meglio inzupparsi fino al midollo. E poi era tardi, era già inzuppata fino al midollo. In un certo senso la pioggia assomigliava al dolore: facevi del tuo meglio per restare incolume, sicura e asciutta, ma se e quando abbassavi la guardia, il problema non si poneva più in termini di singole gocce, quanto piuttosto di una cascata incessante, e a quel punto decidevi che tanto valeva arrendersi.
© 2007, Rizzoli
L'autrice
Elif Shakaf ha trentacinque anni ed è nata a Strasburgo da genitori turchi. Ha vissuto a Madrid e Annan prima di tornare in patria e laurearsi in relazioni internazionali all'università di Ankara. Abita tra Istanbul e Tucson, dove insegna nel dipartimento di Studi mediorientali dell'università dell'Arizona. La bastarda di Istanbul è il suo sesto romanzo, il secondo a essere scritto in inglese. Suoi articoli sono comparsi sul "Washington Post", "Los Angeles Times", "Wall Street Journal", oltre che su numerosi giornali turchi. È sposata e ha una bambina. A causa della frase sulla tragedia armena – tuttora un tabù in Turchia – pronunciata nel romanzo dallo zio Dikran, Elif Shafak è stata denunciata e rinviata a giudizio per "oltraggio alla Turchità", un reato contestato in altre occasioni anche al premio Nobel Orhan Pamuk e ad altri intellettuali e giornalisti. Il tribunale ha poi deciso per il non luogo a procedere.
| 28 agosto 2007 | | Di Marilia Piccone |
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