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RECENSIONE

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Titolo Mal di pietre
Autore Agus Milena
Dati 119 p., brossura, 14 ed.
Prezzo € 13,00
Prezzo IBS € 13,00
Editore Nottetempo
EAN 9788874520954
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Milena Agus

Mal di pietre


“Nel letto alto la notte nonna si rannicchiava il più lontano possibile da lui tanto che cadeva spesso per terra e quando nelle notti di luna dagli scurini delle porte che davano sulla lolla penetrava la luce e illuminava la schiena di suo marito, lei ne aveva quasi spavento, di questo estraneo forestiero che non sapeva se fosse bello o no tanto non lo guardava e tanto lui non la guardava.”

Il secondo romanzo di una scrittrice che si è sempre tenuta al di fuori del sistema mediatico, che non ha cercato il successo attraverso opere che suscitassero scandalo, ma che ha saputo ben miscelare elementi di creatività pura a un autobiografismo letterariamente trasfigurato.

Il successo che le ha permesso di arrivare tra i finalisti del maggior premio letterario nazionale, lo Strega, è il risultato di un lavoro sul testo (oltre che sulle storie) davvero interessante: l’utilizzo di un italiano lineare supportato da alcuni termini in sardo che però non appesantiscono la lettura. Non certo la moda del dialetto, alla Camilleri, ma esigenze narrative precise e una migliore collocazione della vicenda in un luogo preciso, dai caratteri particolari: la solitudine, un certo isolamento, il carattere riservato degli isolani, tutto ciò è anche linguaggio.

Ma se la protagonista, nonna della narratrice che utilizza la prima persona per raccontarne la vita, ha passato la giovinezza e la prima maturità nell’attesa prima ossessiva e poi rinunciataria di un amore che non riusciva a trovare, sono proprio i sentimenti e la loro scoperta il nucleo centrale del breve romanzo.

Un matrimonio senza passione, stipulato nel 1943 per riconoscenza da parte del nonno ospitato a lungo dalla famiglia della nonna e per rassegnazione da parte della sposa ormai giunta a un’età, i trent’anni, che la facevano giudicare ai tempi quasi una zitella; rapporti coniugali sorti dal bisogno di economizzare sulle spese (il marito, dato il negarsi della moglie, era costretto a pagare le prostitute del vicino bordello); una malattia che a detta dei medici le impediva di portare a termine le gravidanze, i calcoli renali, il mal di pietre, che impone una cura termale in continente; l’incontro inaspettato con un uomo, un Reduce, con una stampella e una povera valigia, che la turba come mai le era successo: insomma all’improvviso, quando ormai la rinuncia definitiva si è fatta strada, ecco qualcosa che può davvero riempire la vita.

Questa bella donna, la cui bellezza sembrava non destinata all’amore, alla nipote dirà sempre che la sua vita si “divideva in due parti: prima e dopo le cure termali, come se l’acqua che le aveva fatto espellere i calcoli fosse stata miracolosa in tutti i sensi”.

Al ritorno in Sardegna ecco il “risultato” delle cure: nonna avrà un figlio, il padre della narratrice, che viene accolto con entusiasmo assoluto dal nonno, amato e sostenuto negli interessi che, crescendo, manifestava. Prima di tutto la passione per la musica e per il pianoforte (anche il Reduce era un ottimo pianista…) che porterà il padre dell’autrice ad essere un gran concertista, stimato in tutto il mondo.

Se tutta la storia, tranne il soggiorno termale, è ambientata in Sardegna, un piccolo flash (di contrasto) è relativo a un viaggio Milano. I nonni e il padre adolescente vanno appunto in questa città a trovare una zia che vi era emigrata con la famiglia cercando lavoro. Insomma quei congiunti lontani erano diventati per loro, praticamente mai usciti dall’isola, i parenti ricchi. Amara la delusione nel vedere invece le difficili condizioni di vita a cui sorella, cognato e nipoti erano costretti, nel grigiore e nello squallore di una città poco accogliente
Quel breve soggiorno è dominato da due elementi: la nebbia che circonda costantemente persone e cose e il pensiero fisso di nonna per il Reduce, il desiderio di ritrovarlo, e (se mai glielo avesse chiesto) di fuggire con lui.


Inaspettato il finale, commovente nella sua logica semplicità, pieno di malinconia e di affetto per quella nonna sempre un po’ strana ma che finalmente aveva saputo amare davvero e che, come se l’amore fosse fonte inevitabilmente di altro amore, lo aveva saputo suscitare anche in chi le stava a fianco.
Una storia semplice, un po’ magica, e raddolcita da un malinconia diffusa, raccontata con discontinuità temporale, come se l’autrice raccogliesse via via, e senza ordine cronologico, materiale narrativo, informazioni, notizie su quella nonna la cui storia l’aveva emozionata. Sappiamo cioè solo alla fine che, quando era ragazza, era stata considerata matta per alcune sue stranezze che solo la solitudine e il bisogno di amore provocavano, sappiamo a un certo punto del testo dei successi musicali del padre, e della precoce morte del nonno... 
Insomma Milena Agus ha scritto, con grande letterarietà e tecnica, un racconto orale, come se ogni lettore le fosse seduto accanto e l’ascoltasse raccontare la storia commovente della sua bella e strana nonna.

Mal di pietre di Milena Agus
119 pag., 12.00 € - Edizioni Nottetempo
ISBN 978-88-7452-095-6


Le prime pagine

1.
Nonna conobbe il Reduce nell'autunno del 1950. Arrivava da Cagliari per la prima volta in Continente. Doveva compiere quarantanni, senza bambini perché su mali de is perdas glieli faceva sempre abortire nei primi mesi. Allora, con il suo soprabito a sacchetto e le scarpe alte coi lacci e la valigia del marito quando era sfollato in paese, fu mandata alle Terme per curarsi.

2.
Si era sposata tardi, nel giugno del 1943, dopo i bombardamenti degli Americani su Cagliari, e a quei tempi avere trent'anni senza ancora sistemazione era come essere già un po' zitella. Non che fosse brutta, o che le mancassero i corteggiatori, anzi. Solo che a un certo punto i pretendenti diradavano le visite e poi non si facevano più vedere, sempre prima di avere chiesto ufficialmente al mio bisnonno la sua mano. Gentile signorina, cause di forza maggiore mi impediscono questo, nonché il mercoledì venturo, de fai visita a fustetti, cosa che sarebbe a me graditissima, ma purtroppo impossibile. Allora nonna aspettava il terzo mercoledì, ma sempre arrivava una pipiedda? con la lettera che rinviava ancora e poi più niente.
Il mio bisnonno e le sue sorelle le volevano bene anche così, un po' zitella, ma la mia bisnonna no, la trattava sempre come se non fosse sangue del suo sangue e diceva che sapeva lei perché.
La domenica, quando le ragazze andavano a messa o a passeggiare nello stradone a braccetto con i fidanzati, nonna raccoglieva in una crocchia i suoi capelli, ancora folti e neri quando io ero piccola e lei già anziana, figuriamoci allora, e andava in chiesa a chiedere a Dio perché, perché era così ingiusto da negarle la conoscenza dell'amore, che è la cosa più bella, l'unica per cui valga la pena di vivere una vita in cui ti alzi alle quattro del mattino per le faccende domestiche e poi vai nei campi e poi a scuola di ricamo noiosissimo e poi a prendere l'acqua da bere alla fontana con la brocca in testa e poi stai sveglia una notte intera ogni dieci per fare il pane e poi tiri su l'acqua dal pozzo e poi devi dare da mangiare alle galline. Allora, se Dio non voleva farle conoscere l'amore, che la ammazzasse, in un modo qualunque. In confessione il prete le diceva che questi pensieri erano un peccato gravissimo e che al mondo ci sono tante altre cose, ma a nonna delle altre cose non gliene importava niente.

©  2006, Nottetempo


L'autrice



30 luglio 2007 Di Grazia Casagrande


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