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RECENSIONE

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Titolo Brucia Troia
Autore Veronesi Sandro
Dati 232 p., brossura
Prezzo € 16,00
Prezzo IBS € 16,00
Editore Bompiani
Collana Narratori italiani
EAN 9788845258305
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Sandro Veronesi

Brucia Troia


“A emozionarlo, quelle notti, erano i viaggi sulla macchina, quel susseguirsi di luci d’autostrada, quei sorpassi, e le insegne luminose davanti ai locali, colorate e intermittenti, che al Cantiere non s’erano mai viste. Quando ci ritornavano, in quel buio, faceva fatica anche solo a ricordarle. E fu con uno dei suoi sguardi controsole, dopo uno di quei ritorni, che il Morgante gli chiese, una notte, di rimanere a dormire con lui”.

Questo romanzo ha avuto una lunga gestazione: più di vent’anni. Scritto, abbandonato, ripreso, riscritto. Ma ecco finalmente l’autore ha deciso di pubblicarlo e di dargli come titolo un verso di una canzone, omaggio dichiarato a Vinicio Capossela: la critica e i lettori lo hanno accolto con favore, e molti hanno avuto modo di trarne motivo di riflessione anche se Veronesi è così bravo da evitare elementi didascalici o emotivamente troppo coinvolgenti.

Due i luoghi, lontanissimi per cultura e atmosfere e nello stesso tempo geograficamente molto vicini, in cui si svolge la storia. Anche i personaggi principali appartengono a mondi opposti, per età, per ceto sociale e per storie di vita.
Siamo tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, la provincia italiana era ancora lontana dal processo di modernizzazione, esistevano sacche di arretratezza culturale spaventose, dominava il pregiudizio, la miseria più cupa, il degrado morale e abitativo: ma forse tutto ciò è sparito? forse nelle nostre periferie non troviamo ancora baracche e vite infami? Forse la superstizione religiosa è stata davvero sconfitta?


Entriamo nel romanzo e nella storia, caliamoci nei personaggi e nelle loro sventurate vicende.
Nell’Orfanotrofio dei Cherubini, collocato in una collina isolata dal paese, un ex missionario, padre Spartaco, raccoglie ed “educa” i bambini orfani o abbandonati da ragazze sole e disperate. L’educazione che impartisce ai piccoli è di un rigore arcaico: pene corporali, punizioni esemplari, vere torture fisiche e morali. Spartaco rivolge anche su di sé un’uguale severità convinto, nel suo delirio mistico, di conquistare così il perdono divino per colpe personali (tutte giudicate gravissime) o della propria genia, sicuramente dannata.
Quando un bambino, Salvatore, esasperato dalla violenza delle punizioni, fugge dall’orfanotrofio ecco apparire davanti ai lettori un altro universo, contiguo e opposto al primo: quello del Cantiere.


Il Cantiere è una baraccopoli di disperati, delinquenti, prostitute, pregiudicati di ogni genere, che è in grado di assimilare e di nascondere coloro che lì cercano rifugio senza rivolgere loro troppe domande.
Anche quello è un mondo duro ma per Salvatore diventa, a paragone del primo, molto accogliente: lì conquista per la prima volta nella vita una “famiglia”, un vecchio pregiudicato, Omero e i suoi complici e amici. Passano gli anni, Salvatore cresce e inizia a imparare il mestiere da altri abitanti del Cantiere: il suo maestro privilegiato, dopo Omero, è Miccina, colui che accende incendi su commissione di insospettabili imprenditori che, naturalmente, vivono altrove.
C’è un altro bambino in quel posto di miseria, è Pampa, figlio di una prostituta, che sembra abbia la possibilità di iniziare una vita “normale”, ma l’esclusione sociale, quella degli stessi bambini che vivono poco più in là nelle case “per bene”, lo destina inevitabilmente alla criminalità.


Intanto il delirio di padre Spartaco, parallelamente esplode: costruisce strani macchinari con tubi al neon e marchingegni assurdi per edificare un “immenso monumento alla Madonna” che incanti i fedeli che, sempre più numerosi, lo venerano ormai come un santo e un profeta. 
La vicenda avrà, nell’uno e nell’altro dei mondi descritti, un esito tragico, ma saranno le figure dei due agnelli sacrificali quelle che resteranno scolpite nella mente dei lettori, che creeranno un profondo senso di colpa e di sgomento, come se vi si riconoscesse ancora oggi in loro il bambino che pulisce i vetri al semaforo, il ragazzino che ruba nelle stazioni, l’adolescente che fa il bullo in classe e che sappiamo arrivare da qualche baracca nei pressi della bella e ordinata città moderna in cui viviamo. Questi abitanti del Cantiere sono quelli che oggi con disprezzo chiamiamo genericamente “i marocchini” e che destiniamo quasi automaticamente a una vita di rabbia e di aggressività destinata prima o poi a esplodere. Come non pensare insomma, leggendo questo libro, alle banlieux in fiamme?


Ecco alcuni versi di Brucia Troia di Vinicio Capossela, dall'album Ovunque proteggi

Vinicio Capossela

Per gli anni tuoi abbracciati nell’assedio 
Per i giardini tuoi favi di miele 
I denti mordano la terra nera 
Noi gusteremo il giorno 
Un giorno ancora 
Brucia Troia Brucia Troia Troia brucia Troia brucia Brucia Troia Brucia Troia Troia brucia.
...................................................................................……………………………………………………...


Per gli anni che tu hai perso nell'assedio 
Per gli anni tuoi che avanzano nel sole 


Sono io il mio Minotauro 
Divoro chi arriva fino a me 
Sono io il mio Minotauro 
Divoro chi arriva fino a me 
Sono io il mio Minotauro 
Divoro chi arriva fino a me
Chiuso nel mio labirinto 
Divoro chi arriva fino a me


Le prime pagine del romanzo

Uno

Quando, esattamente, tutto fosse cominciato, non lo sapeva nessuno: chi conosceva il brefotrofio dei Cherubini, e la Pia Missione di Maria Assunta in Cielo, in cima a quella strada attoreigliata a ricciolo, sapeva soltanto che se n'era cominciato a parlare poco dopo la fine della guerra, come della Coca-Cola o del boogie-woogie, e lo stesso valeva anche per padre Spartaco, che era bruno di pelle ed era stato missionario in Eritrea. Né si potrà mai sapere chi sia stata la prima madre a depositare il suo bambino davanti alla porta della missione, quando, di preciso, lo abbia fatto, o perché, né chi sia stata la prima vecchia ad arrampicarsi fin lassù, seguendo quale istinto, per assistere alle prediche del sacerdote e cominciare a adorarlo. Come fosse andata avanti da allora, invece, non era un mistero: le vecchie che diventavano cinque, poi dieci, poi quindici, la comparsa di alcune suore, le elemosine e soprattutto i bambini che certe mattine, senza che la cosa si mostrasse regolata da nessuna legge, venivano trovati davanti al portone, accompagnati da sgrammaticate implorazioni di perdono.
La costruzione dove padre Spartaco aveva fondato la missione era una vecchia villa molto vasta, sulle pendici della collina, e dalla finestra del suo studiolo si poteva vedere lontano. Un grande corpo centrale racchiudeva ampie sale bucate da finestre tutte uguali, lunghi corridoi, una piccola cappella, dei refettori affrescati, le celle per le suore e i locali per l'istruzione dei bambini; un'ala sghemba verso la collina, come un'unica lisca di pesce, conteneva i dormitori. C'era molta pace. La città era lontana, le ultime case arrivavano vicino al cancello, in fondo alla discesa, ma erano sparute e più silenziose della campagna. Davanti al corpo centrale si apriva un bel piazzale con una grande fontana vuota, alcune voliere vuote e i resti vuoti di una scuderia. Verso l'anonimo panorama della città, distesa sulla pianura come un animale stroncato da una fucilata, sporgeva un terrazzo cintato da una balaustra in finta pietra che se ne andava dignitosamente in briciole.
Quella mattina non pioveva e non tirava vento, e le vecchie si erano riunite al gran completo per assistere alla messa delle sette: forse ce n'era una in più, con un tacchino vivo tra le mani che di tanto in tanto disturbava la funzione con i suoi spasmi e faceva svolazzare qualche piuma nella penombra della cappella. Proprio perché gli pareva di intravedere un nuovo proselito, nell'omelia padre Spartaco offrì il meglio di sé. Predicò con vigore -Iddio colpirà -, scatenò terrore e devozione - Iddio castigherà -, si agitò e si inginocchiò - solo Maria può salvarci -, producendosi in una di quelle prestazioni di eloquenza celeste che erano rinomate tra le quattordici o quindici - quella mattina sedici - vecchie. Ma terminata la messa, contrariamente al solito, accomiatò le sue fedeli senza conferire con loro, procurando delusione. Il motivo era grave. Un bambino, uno dei tre più grandi, che lui aveva allevato e nutrito da solo, i primi tempi, quando ancora non c'erano le suore, non era presente alla funzione. Era lo stesso che il pomeriggio precedente avevano cercato dappertutto, e lo avevano infine trovato in fondo al giardino posteriore, sui rami di una quercia, intento a sgranocchiare dell'uva passa. Era stato redarguito, ammonito, e nemmeno ventiquattr'ore dopo ecco che era sparito di nuovo.
Disperse le vecchie, padre Spartaco chiamò suor Ernesta, la più anziana, che si occupava dei ragazzini grandi ed era responsabile della sparizione.
- Non capisco, padre - disse suor Ernesta - Stamattina si è alzato con gli altri. L'ho visto con questi occhi mentre si infilava il grembiule. Poi li ho messi in fila e li ho contati, e c'era anche lui, non mancava nessuno.


© 2007, RCS Libri

Sandro Veronesi  - Brucia Troia
232 pag., 16 € - Edizioni Bompiani 2007 (Narratori italiani)
ISBN 9788845258305


L'autore



14 giugno 2007 Di Grazia Casagrande


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